Ambientalismo e capitale

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Antitesi n.8 
Sezione 2: Classi sociali, proletariato e lotte
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Ambientalismo e capitale

Dalla lotta operaia contro la nocività alla contraddizione tra capitale e natura

Le questioni ambientali – i cambiamenti climatici, le forme di inquinamento, la qualità dell’aria, l’origine di ciò che mangiamo – hanno assunto negli ultimi anni un notevole spazio: attraverso media mainstream e social networks si afferma che il “salvataggio dell’ambiente e del clima” passa attraverso i cambiamenti del comportamento individuale. Stando a ciò – consumando consapevolmente, usando meno l’automobile e magari privilegiando quella elettrica, utilizzando meno plastica, comprando prodotti esclusivamente bio – si potranno in futuro ridurre, se non eliminare, i fattori che oggi inquinano il pianeta e danneggiano la qualità di vita.
In altre parole si veicola il messaggio secondo cui i cambiamenti delle nostre scelte d’acquisto e di comportamento possano cambiare le sorti del pianeta, emendando completamente quelle che sono le reali responsabilità del sistema capitalista che sfrutta le risorse ambientali in nome del profitto.
In questo articolo vogliamo analizzare l’uso strumentale della questione ambientale da parte dei padroni – che dirigono quasi egemonicamente questa contraddizione – e provare a dare degli spunti per affrontare la questione ambientale sotto la lente di lettura delle contraddizioni di classe.

Lotte contro la nocività al Petrolchimico di Marghera

Nociva però non è solo la fabbrica del padrone, nociva è tutta la sua organizzazione sociale. I fumi della Montedison si respirano anche a casa. Nocivi sono i dormitori di Mestre e Marghera, i quartieri senza servizi. Nocivi sono i trasporti, le ore di trasporto ogni giorno regolate dal padrone. La classe operaia deve collegare la lotta in fabbrica alla lotta su tutto il territorio, creare su tutti i temi della nocività complessiva una mobilitazione di massa contro la società capitalistica”. [1] 
Queste parole sono tratte da uno scritto del Consiglio di fabbrica del Petrolchimico-Montedison del 1970. Parole che, oltre a dare il senso del grado di sviluppo della coscienza di classe di quegli anni, mostrano la strada che i lavoratori di Porto Marghera hanno percorso nelle rivendicazioni e nelle mobilitazioni per il miglioramento delle condizioni di lavoro e di salute in fabbrica, con la consapevolezza che questa contraddizione è parte integrante del sistema capitalista e che per questo è necessaria una lotta complessiva, che unisca alla classe operaia le masse popolari del territorio contro questo sistema di sfruttamento.
Dagli anni Trenta lo sviluppo della zona industriale di Porto Marghera ha interessato il settore della cantieristica, del siderurgico e dell’alluminio e, successivamente, ha visto l’enorme sviluppo del settore chimico, a partire dagli anni Cinquanta, portando ad una forte concentrazione operaia che è arrivata a circa 45000 addetti (contro i 6-7000 odierni).
Con lo sviluppo delle lotte territoriali e generali nel paese, che hanno visto anni di fortissima mobilitazione operaia, con il momento culminante delle lotte per i rinnovi contrattuali del 1969, la classe operaia non si è limitata alle sole rivendicazioni su salario, orario, ritmi di lavoro, ma ha investito ed attaccato quello che è il ruolo di comando del padrone all’interno delle fabbriche e quindi anche l’aspetto della nocività, degli impianti, delle sostanze e della loro trasformazione nel ciclo produttivo e la loro ricaduta, non solo diretta sull’operaio, ma anche quella indiretta sull’ambiente e sul territorio circostante, ovvero all’interno delle case e delle città.
Che i processi produttivi liberino polveri, gas, vapori e fumi poco importa alla classe capitalistica, l’importante è produrre. I disagi causati da questi processi produttivi a partire dal 1968 si sono trasformati in lotta aperta contro la produzione capitalistica, contro la sua organizzazione del lavoro. La contestazione violenta e permanente di questo modo di produrre i padroni hanno cercato di incanalarla all’interno della legalità borghese tentando di vincolarla, fin dal contratto del 1969, ai Mac (Massimo di concentrazione accettabile). In realtà si tratta per la maggior parte di valori arbitrari diversi da paese a paese. In Unione sovietica i Mac sono 5, 10, 20 fino a 300 volte inferiori a quelli utilizzati in Italia”. [2]
La parola d’ordine delle lotte operaie contro le nocività era “Mac zero” [3] : come espresso nel foglio citato, il Mac rappresentava il valore di una sostanza chimica o naturale che poteva essere tollerabile per la salute del lavoratore che la utilizzava o che ne veniva a contatto nell’ambiente di lavoro. La critica operaia verso questa classificazione dei rischi partiva dal fatto che nell’organizzazione padronale non erano tenuti in considerazione gli effetti cumulativi del contatto di diverse sostanze e della combinazione di umidità, calore, dei ritmi e dei carichi di lavoro e delle conseguenze che questi effetti avevano sulla salute del lavoratore.
I Mac non tengono conto degli effetti nel tempo che possono prodursi, questo del resto risponde benissimo alla logica padronale secondo cui un operaio deve essere in efficienza finché lavora, mentre non riguarda la ditta se poi la vita gli si accorcia di 10 o 20 anni”. [4]
Tramite “Mac zero” i lavoratori intendevano ribadire che questi valori erano fittizi, in quanto solo espressione del padrone, mediati in trattative sindacali, e che quindi la nocività doveva e poteva essere combattuta solo eliminando dal luogo di lavoro le sostanze nocive.
Nel corso degli anni Settanta migliaia di operai stringono forti legami politici e solidali: pur lavorando in aziende e settori differenti (metalmeccanico, petrol-chimico, cementi armati, tessile), si uniscono negli scioperi e nelle mobilitazioni laddove si preannunciano licenziamenti, com’è accaduto nello sciopero di solidarietà con i lavoratori Sava in lotta contro la chiusura, culminato in una grande manifestazione in Piazza San Marco a Venezia. Un anno dopo, nel 1972, due giornate di proteste con incendi di copertoni e picchetti hanno animato la protesta contro la chiusura dell’azienda.
Gli scioperi, le fermate, le interruzioni e le sospensioni del lavoro in assenza di condizioni giudicate vivibili e salubri, a causa di fumi e polveri nei reparti, hanno portato a modifiche e miglioramenti dei luoghi di lavoro con impianti di aerazione e aspirazione, camini a maggior tiraggio, analisi dei fumi, oltre a forme di assistenza a carico dei padroni per i lavoratori che purtroppo avevano acquisito delle disabilità permanenti a causa del lavoro svolto, come soggiorni montani nel periodo estivo per lavoratori silicotici, riduzioni di orario, spostamenti a mansioni meno pesanti.
La capacità dimostrata dalle avanguardie di lotta sarà quella di legarsi al territorio: se, a seguito delle fughe di gas e intossicazioni, gli operai impongono la chiusura dei reparti AS (acido solforico), parallelamente i consigli di fabbrica organizzano assemblee e mobilitazioni contro le nocività nelle case del popolo e attività culturali aperte alla cittadinanza negli stabilimenti occupati contro i licenziamenti, come accade alla Filatura Veneta di via dell’Elettricità 28 nel novembre-dicembre 1978. [5]
La lotta operaia ha raggiunto importanti livelli di forza e di scontro con il padrone proprio perché si è allargata anche al di fuori della fabbrica e ha coinvolto settori delle masse popolari e degli studenti, per rafforzare il proprio percorso di lotta ed estenderlo a battaglie più generali che, nel territorio, si sono espresse come rivendicazioni per il miglioramento e l’aumento dei trasporti, dei servizi, della sanità, del controllo dell’inquinamento prodotto dalle fabbriche.
Successivamente, a partire dalla crisi generale del sistema capitalista iniziato negli anni Settanta, dopo la lunga fase di espansione e accumulazione succeduta alla fine della Seconda Guerra Mondiale, le manovre e gli attacchi padronali si sono concretizzati con le ristrutturazioni e le delocalizzazioni di comparti produttivi negli anni Ottanta, con una riconversione industriale che è stata principalmente un passaggio della risposta capitalistica alla crisi di sovrapproduzione. Citiamo alcuni esempi: nel 1979 il cantiere navale Breda passa dall’Efim all’Iri (Italcantieri), l’Ammi (metalmeccanica) diventa Samim (società azionaria minerario-metallurgica) e viene controllata da Eni, per poi diventare Sameton nel 1980, ovvero una joint venture con Tonolli spa. “La Sava (che prima abbiamo citato) incorpora la Lavorazione Leghe Leggere con i due stabilimenti, quello storico di via dei Sali e il laminatoio aperto agli inizi degli anni Sessanta in via dell’Elettronica (Fusina)”. Sempre nel 1980 “la Vetrocoke (chimica) viene rilevata dall’Eni, la cokeria viene scorporata dalla vetreria e entra a far parte del gruppo Italiana Coke. Montedison conferisce gli impianti di lavorazione del fluoro (FO) alla controllata Ausimont. Da una collaborazione tra Montedipe (Petrolchimico Montedison) e un’azienda di Bergamo nasce la 3V CPM”. Nel 1981 inizia la ristrutturazione del gruppo Montefibre: “lo stabilimento di Porto Marghera prende il nome di Sipa (Società italiana prodotti acrilici)”. È importante sottolineare che nel febbraio 1981 “la Federazione veneziana Cgil-Cisl-Uil lancia la ‘vertenza di Venezia’: il sindacato veneziano assume il tema del declino di Porto Marghera come centrale”. Per chiarire meglio il risultato delle ristrutturazioni citiamo il dato del 1982, relativo alla chimica, in cui “a seguito della ristrutturazione intrapresa dalla metà degli anni Settanta i lavoratori della Sipa (Montefibre) sono passati da 2300 a 1300”. [6] Queste misure padronali hanno risposto alle necessità di far fronte all’incipiente crisi capitalistica e di contenere l’alto livello combattivo espresso dalla classe operaia in tutta Italia che, nelle sue avanguardie politiche, aveva messo in forte discussione la esistenza del sistema capitalista stesso.
Il ricatto occupazionale messo in campo dal capitale con i passaggi di riconversione e ristrutturazione industriale ha permesso ai padroni di imporre le proprie condizioni di sfruttamento dividendo il fronte di lotta 
operai-territorio per l’occupazione e contro le nocività.
Nel concreto gli attacchi di padroni e governo nell’area di Porto Marghera si sono realizzati dapprima con le chiusure del settore siderurgico e dell’alluminio e poi del settore chimico, con la repressione delle avanguardie di lotta e politiche, l’uso massiccio di cassa integrazione ed ammortizzatori sociali per fermare le fabbriche e silenziare l’opposizione operaia. L’uso sinergico di questi dispositivi antioperai è stato funzionale al ricatto della scelta tra la chiusura degli impianti o la continuazione della produzione dettata dalle esigenze di profitto dei padroni, nemmeno lontanamente intenzionati ad innovare le produzioni per il rispetto dell’ambiente, dato che ciò risultava oneroso per le loro tasche.
Questo contesto ha visto anche le associazioni e i movimenti ambientalisti sorti in quegli anni schierarsi a sostegno delle politiche di chiusura degli impianti in nome dell’ecologia e portando la contraddizione salute-lavoro nel sistema capitalista a vantaggio dei capitalisti, rafforzandone la direzione egemonica rispetto al movimento operaio e le masse popolari.
Un altro attore in questo scacchiere è rappresentato dai sindacati confederali prima citati che non hanno più ricercato l’appoggio nel territorio, ma si sono rinchiusi nella fabbrica, rispondendo alle esigenze delle direzioni aziendali, vedendo nelle rivendicazioni ambientali una minaccia all’esistenza delle fabbriche a Porto Marghera, cedendo al ricatto occupazionale imposto dai padroni, i quali hanno potuto chiudere, ristrutturare e delocalizzare, dopo aver inquinato i terreni e il territorio circostante per anni, lasciando a carico della collettività, dei proletari, i costi per le bonifiche ambientali.
Questa cesura è stata ancora più evidente nel processo intentato ai dirigenti Montedison per le morti da Cvm nel petrolchimico, a fine anni Novanta, che ha visto da un lato il sindacato confederale dalla parte dei padroni e dall’altro le associazioni ambientaliste (nelle quali militavano molte ex avanguardie di fabbrica protagoniste delle lotte degli anni ‘70 espulse dai padroni e dai burocrati sindacali negli anni delle ristrutturazioni) uniche rappresentanti dell’accusa ai dirigenti al processo.
Ora che quasi tutti gli impianti della zona industriale di PortoMarghera sono chiusi regna la distruzione del territorio, con capannoni dismessi e abbandonati, terreni inquinati e da bonificare, senza che nessun padrone abbia pagato i costi dell’inquinamento prodotto negli anni, dando luogo a speculazioni sulle aree con grandi profitti, privati, nella gestione delle bonifiche, pubbliche.
Gli operai dei Consigli di Fabbrica hanno accusato i padroni di licenziare, attaccare le conquiste dei lavoratori e non innovare la produzione, hanno puntato il dito contro governo e regione incapaci di programmare iniziative finanziarie in funzione dello sviluppo della ricerca e si sono uniti con un’analisi più generale (esemplificata in un volantino dell’11 novembre 1982) accusando le istituzioni e convocando un’assemblea pubblica al Petrolchimico: “tutto ciò aiuta chi da sempre si muove per distruggere il polo industriale, per fornire nuovi spazi alla speculazione turistica e cancellare ogni traccia del carattere industriale della città, magari nascondendosi dietro il paravento dell’ecologia (…)”. [7] 
Nonostante la sconfitta, l’esempio della storia delle lotte operaie di Marghera per la difesa dell’occupazione, della salute nel luogo di lavoro e nel territorio ci insegna che un reale cambiamento nella difesa dell’ambiente è possibile solo se è diretto egemonicamente dalla classe operaia.

La contraddizione capitale-natura

Il modo di produzione capitalista basato sulla produzione illimitata di merci, beni e servizi, sullo sfruttamento di ogni risorsa naturale, materiale e immateriale, orientato alla riduzione dei costi di produzione e all’accrescimento del profitto, contiene la contraddizione fondamentale tra carattere sociale delle forze produttive e rapporti privatistici sociali di produzione. La contraddizione tra modo di produzione capitalista e ambiente, cioé tra rapporti sociali privatistici di produzione e forze produttive, è una contraddizione insanabile nel capitalismo. La borghesia propaganda l’utopia del capitalismo ecologicamente sostenibile volendo mascherare la contraddizione insita nel suo stesso sistema.
Quest’ultima, ben lungi dal poter essere risolta senza una rottura rivoluzionaria del sistema capitalista, non solo mostra ogni giorno di più gli effetti dannosi sulla salute dell’uomo e sulla natura, ma viene anche utilizzata a proprio vantaggio dalla classe dominante.
La fame di profitto del sistema capitalista, che punta a ricercare sempre nuove fonti di accumulazione, sta portando a investimenti e sviluppo nel settore ambientale; la nocività prodotta da decenni di sfruttamento indiscriminato dell’ambiente e dell’uomo da parte del capitale sta diventando una potenziale fonte di riproduzione del capitale stesso, che trova nuove forme di produzione di merci, abbandonandone altre.
Queste operazioni sono svolte dietro la maschera ideologica dell’ambientalismo borghese, interclassista, che mette sullo stesso piano i padroni inquinatori e le masse popolari vittime di questo sistema, che pone lavoro contro ambiente, che cerca in sostanza di nascondere la reale contraddizione del sistema capitalista, quella tra rapporti sociali di produzione e forze produttive.
L’ambiente e la natura però fanno parte delle forze produttive necessarie allo sviluppo e all’accumulazione del capitale. “In realtà per forze produttive Marx intende non solo i macchinari, ma le tecniche di produzione, la forza lavoro (quindi il proletariato), le conoscenze tecniche e scientifiche e la materia impiegata nella produzione. Quindi le cosiddette materie prime, direttamente ricavabili dalla natura (terra, acqua, materiali del sottosuolo…) sicuramente rientrano nelle forze produttive. Ma a ben guardare tutte le forze produttive hanno come precondizione della loro esistenza la natura, l’ambiente naturale”. [8]
Quella che oggi viene definita questione ambientale, nelle varie fasi di sviluppo del sistema capitalistico è sempre stata un terreno di battaglia della classe operaia e dei lavoratori, al cui interno si è sviluppata la lotta di classe nello scontro più generale e complessivo tra borghesia e proletariato. Dalle lotte operaie di fine Ottocento contro la nocività delle macchine e dei ritmi di lavoro, contro l’insalubrità dell’ambiente di lavoro, contro lo sfruttamento dei bambini nelle fabbriche, fino agli anni Sessanta e Settanta del Novecento, le lotte dei lavoratori, partendo dalla fabbrica e rivendicando migliori condizioni di lavoro, si sono estese al territorio, mettendo in discussione le politiche padronali di sfruttamento criminale dell’ambiente.
Oggi il controllo egemonico della borghesia sulla questione ambientale è dimostrato dalle politiche dei paesi e degli aggregati imperialisti che ricercano in essa la possibilità di acquisire nuove fonti di profitto. Il cosiddetto Green New Deal, lanciato nei mesi scorsi dalla presidente della Ue Ursula Von der Leyen ha l’obiettivo di destinare ingenti risorse, circa 260 miliardi all’anno, perché, parole sue: «Dobbiamo rimettere d’accordo l’economia, il modo di produrre e di consumare e il nostro Pianeta». Obiettivi dichiarati del piano Ue sono: riduzione delle emissioni di Co2 nei paesi Ue, cosiddetta neutralità climatica entro il 2050 (zero emissioni di gas serra), dimezzamento dell’uso di pesticidi, istituzione di una Carbon Border tax per contrastare prodotti di paesi extra UE che utilizzano risorse energetiche che emettono diossido di carbonio nell’atmosfera (una specie di dazio doganale per i beni importati con queste caratteristiche) e per il 2021 un fondo da 35 miliardi di euro per favorire la transizione energetica dell’industria europea, considerando di ridurre i prevedibili costi sociali futuri, e le possibili resistenze delle masse popolari a queste trasformazioni produttive che comporteranno perdite di posti di lavoro in particolari settori.
Inoltre il piano prevede la istituzione di green bond per reperire dalla finanza i fondi necessari alle riconversioni. [9] Le “obbligazioni verdi”, o Green Bond, sono strumenti finanziari relativamente nuovi, ma che hanno conosciuto un tasso di crescita straordinario a partire dal 2007. Sono obbligazioni come tutte le altre, emesse dalle banche centrali ma anche da istituti bancari privati, la cui emissione è legata a progetti che hanno un impatto positivo per l’ambiente, come l’efficienza energetica, la produzione di energia da fonti pulite, l’uso sostenibile dei terreni ecc. [10]
Non è da meno il governo italiano che, nell’ultima legge di bilancio, ha stanziato 33 miliardi per il green new deal per raggiungere gli obiettivi, così dicono, dello sviluppo dell’economia circolare, della decarbonizzazione, della riduzione delle emissioni, del risparmio energetico, della sostenibilità ambientale. A queste risorse vanno aggiunte quelle che saranno recuperate con l’emissione di titoli di stato green, previsti dalla legge di bilancio, obbligazioni verdi per “finanziare investimenti per il contrasto al cambiamento climatico e la protezione dell’ambiente”. Inoltre verranno stipulati accordi con Cdp (Cassa Depositi e Prestiti) e sistema bancario per il recupero e l’anticipo di ulteriori risorse economiche. [11] Tramite il ministro dell’economia Gualtieri il governo italiano è anche promotore a livello Ue della proposta di non considerare i costi per gli investimenti green nel patto di stabilità europeo.
Nella versione ideologica della borghesia queste misure vogliono sono propagandate come un impegno reale per il miglioramento dell’ambiente, usando l’attuale rapporto di forza sfavorevole alla classe operaia. Questa propaganda “ambientalista borghese” ha fatto breccia in molti settori della classe operaia e delle masse popolari celando la contraddizione insita nel sistema capitalista tra rapporti sociali privatistici dei mezzi di produzione e forze produttive, di cui la natura e l’ambiente fanno parte.
Le misure ambientali a sostegno dei padroni non sono una novità: i grandi gruppi dell’acciaio, del cemento, della chimica e della raffinazione del petrolio hanno fatto profitti grazie alle normative Ue del 2005 per ridurre le emissioni di gas a effetto serra. La normativa prevede un tetto alla quantità di Co2 che può essere diffusa in atmosfera e un mercato virtuale in cui le aziende vendono e comprano le quote di permessi per inquinare. Quindi le aziende che non utilizzano questi permessi possono rivenderli ad altre aziende che così possono inquinare ancora di più. Da almeno un decennio l’Ilva si vede assegnare più quote di quelle usate e in questa mortale compravendita, tra il 2008 e il 2015 ha ricavato più di 470 milioni di euro. [12]
Con il paravento etico del risanamento dell’ambiente e del salvataggio del pianeta, il Green New Deal – che nella definizione riprende proprio il new deal roosveltiano e keynesiano – vuole essere un nuovo piano di accumulazione del capitale, con la trasformazione dei mezzi di produzione (sempre saldamente in mano ai borghesi) e dei beni prodotti, per ricercare nuove fonti di profitto e di accumulazione in una situazione di crisi generale del sistema capitalista. In questo ricalca il modello economico keynesiano di rinnovamento del capitale organico, sfruttando risorse economiche pubbliche per il profitto dei capitalisti.
Quello dell’economia green e della sostenibilità ambientale, da uno dei terreni di competizione tra gruppi capitalistici, con l’intervento dei governi e dei trattati green new deal, sta diventando il terreno principale di competizione. Un’arena in cui si ricomporranno e ridefiniranno i grandi capitali e i monopoli produttivi e finanziari, utilizzando i grandi investimenti pubblici per accumulare profitto. Usano la questione ambientale come collettore di finanze pubbliche da destinare ad investimenti produttivi a loro confacenti e come strumento per rafforzare la loro posizione nel mercato capitalistico rispetto agli altri competitori capitalisti. Non dimentichiamo infatti che l’uso strumentale dell’ambientalismo borghese è finalizzato anche ad una sorta di protezionismo rispetto altri produttori che non possono produrre merci nei modi definiti dalla green economy, configurando un’eliminazione dal mercato di possibili produttori concorrenti.
La questione ambientale è usata strumentalmente per l’individuazione di nuovi settori a più alta composizione organica di capitale, ovvero meno operai che producono maggior plusvalore. Composizioni organiche più elevate che comportano un dispendio molto maggiore e devastante per l’ambiente, con il nuovo e più intenso sfruttamento di materie prime.
Nella propaganda sulla green economy si vuole mostrare un mondo futuro in cui non vi sono emissioni e consumi dannosi per l’ambiente. Ma viene taciuto quello che realmente lo sviluppo green comporta, nell’attuale modo di produzione capitalista in termini di devastazione ambientale e sociale, di sfruttamento imperialista per l’accapparramento delle materie prime necessarie per le produzioni tecnologiche green, rincipalmente il dominio sui minerali cosiddetti “terre rare” il cui utilizzo si estende quasi illimitatamente in industrie di primaria importanza come l’industria militare e aerospaziale, l’energia nucleare, i superconduttori per alte temperature, i cavi di fibre ottiche a larghissima banda, i computer e i telefoni cellulari, l’acciaio e i pigmenti per le ceramiche.
Il cobalto è un elemento base per la produzione delle nuove batterie. Estratto nelle miniere del Congo per le grandi industrie cinesi, americane ed europee vi lavorano centinaia di migliaia di minatori di cui una buona parte bambini. L’auto del futuro è elettrica, pulita, etica e sostenibile, così recitano molte pubblicità. Gran parte delle nuove applicazioni elettroniche (cellulari, tablet, computer, ecc) sono possibili grazie alle nuove batterie al cobalto. Il cobalto ha un gran pregio: stabilizza la carica e allunga la durata del ‘pieno’ delle batterie. Da tempo si è scatenata la guerra tra le multinazionali per impadronirsi delle miniere del cobalto. Nella Repubblica Democratica del Congo grande è la ricchezza delle materie prime e più feroce è lo sfruttamento e la povertà. Oltre il 53% del cobalto in circolazione nel 2016 veniva estratto in RDC (66mila tonnellate su circa 123mila). È comprensibile quindi che la RDC sia oggi una destinazione molto ambita per le multinazionali, sia quelle che si occupano di estrazione, sia quelle che muovono le migliaia di tonnellate estratte verso le raffinerie, localizzate per la maggior parte in Cina. Industrie come Glencore, CDM, Randgold, China Molybdenum e altre hanno indirizzato le loro attività in RDC; ad esempio, gli svizzeri di Glencore concentrano nelle loro mani uno spaventoso 35% dell’intera produzione mondiale. Molte industrie hanno aperto stabilimenti in diretta prossimità dei siti estrattivi (da Volkswagen ad Apple, da Microsoft a Huawei). Gli operai e gli operai-bambini pagano il prezzo degli altissimi profitti dei padroni. Lo sfruttamento dei minatori è feroce. Incidenti e morti sono frequenti. Gli orari di lavoro superano spesso le 12 ore giornaliere, guadagnando in media uno o due dollari. L’esposizione a polveri contenenti cobalto causa malattie, asma e riduzione della funzione polmonare. L’Unicef ha stimato in circa 40000 i bambini dai 6 ai 7 anni che lavorano quotidianamente nelle miniere. Il Cobalto del Congo è un esempio della lotta tra le grandi industrie capitalistiche per impossessarsi delle materie prime”. [13] 
I paesi africani, come altri in Sud-America e in Asia, oltre ad essere terra di conquista e di lotta tra paesi imperialisti per il controllo e lo sfruttamento delle materie prime, sono anche meta di destinazione dei rifiuti prodotti dai paesi imperialisti al termine della catena del ciclo di produzione, come i prodotti Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, frigoriferi, computer, televisori, telefoni, cellulari, condizionatori d’aria, lampade, forni, tostapane e altri dispositivi elettrici ed elettronici).
L’80% dei nostri rifiuti provenienti da una dubbia raccolta differenziata elettronica, arrivano in Africa, nel Ghana e in Nigeria che sono ad oggi i principali paesi importatori di Raee a livello mondiale. Il Ghana da solo importa oltre 40mila tonnellate di “ewaste” all’anno e Agbogbloshie negli ultimi venti anni è diventato il più grande sito di riciclo informale del mondo, la discarica a cielo aperto dei prodotti elettrici di fabbricazione occidentale. Questo ammasso di spazzatura di potenziale valore attrae migranti dal Nord del Ghana e da paesi vicini che poi finiscono per vivere, dormire, coltivare e allevare bestiame attorno all’inesauribile fonte di attività. Lì donne, uomini, bambini, vagano tutti i giorni per ore e ore su quella maleodorante poltiglia nera che infetta la terra, in condizioni igienico sanitarie terribili, respirano quei fumi, toccano a mani nude quei rifiuti che spesso sversano liquidi tossici, se arrivano a 40 anni senza morire prima è un vero miracolo.’Scrap dealers’ sono chiamate così le migliaia di persone che lavorano nella discarica, che preferiscono non chiamarla in questo modo. Per loro Agbogbloshie è un posto di lavoro dove poter guadagnare 2 forse 3 dollari al giorno”. [14]
In conclusione, grazie allo sviluppo attuale delle forze produttive ed ai rapporti di dominio imperialista rispetto ai paesi oppressi delle periferie, il capitalismo può usare la carta dell’ecologismo e della difesa dell’ambiente proprio perché può scaricarne le conseguenze, in termini di inquinamento e devastazione ambientale, fuori dai propri confini.

L’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio

Come nel piano generale la cosiddetta green economy si è sviluppata e consolidata in questo quadro di sostanziale direzione egemonica della classe borghese rispetto alla contraddizione capitale-ambiente, nel piano particolare molto spesso le lotte contro l’inquinamento e la nocività sono state ricondotte in funzione dei progetti capitalistici.
All’Ilva di Taranto questo aspetto è emerso pesantemente ed i padroni sono riusciti ad egemonizzare la contraddizione salute-lavoro sfruttando il ricatto occupazionale nell’area, dividendo il fronte operai-territorio e ponendo il destino dello stabilimento nelle mani delle decisioni dell’Arcelor Mittal e del governo italiano, dopo che i costi per il risanamento ambientale degli impianti e delle aree dello stabilimento sono stati e verranno pagati con fondi dello stato, quindi pagati da tutti noi. [15]
Invece, rispetto al movimento No Tav che continua nella mobilitazione del territorio nella lotta contro il progetto dell’alta velocità, l’operazione egemonica della borghesia e la conseguente divisione del fronte di lotta in questo momento non è ancora riuscita. Per contrastare questa mobilitazione di massa contro la devastazione ambientale del territorio che la realizzazione dell’opera comporta, la borghesia nostrana ha messo in campo tutte le tecniche di cui è capace per dividere il fronte di lotta, non ultima la repressione anche manu militari dei presidi e mobilitazioni del territorio, gli arresti, le multe, i fogli di via e le condanne ad anni di galera a danno degli attivisti, dandosi anche una venatura di ambientalismo affermando ciclicamente che la realizzazione di questo tratto dell’alta velocità ridurrebbe il traffico pesante dei camion circolante nel territorio. Inoltre, in una lotta in cui la questione del ricatto occupazionale immediato nel territorio non è fondamentale, questo aspetto è stato usato in un senso più generale rispetto alla realizzazione delle grandi opere nel loro complesso, ovvero volendo contrapporre alla classe operaia e alle masse popolari del territorio valsusino, la classe operaia e i lavoratori del resto del paese che vedrebbero minacciate le loro possibilità di impiego con il blocco di questa opera. Con questa operazione la borghesia è riuscita a sfruttare il corporativismo della Cgil-Fiom che, all’inizio contraria alla realizzazione del Tav, è ora allineata alla borghesia per la messa in opera di questo scempio ambientale.
Anche se la propaganda “unitaria” di forze padronali, parlamentari, istituzionali e dei sindacati confederali sta incrinando quella che è la percezione della pericolosità ambientale dell’opera nella coscienza di ampi settori delle masse popolari, il movimento No Tav continua ad opporsi alla realizzazione dell’opera con l’appoggio degli abitanti del territorio e di parte dei movimenti ambientalisti e di lotta, nonostante le enormi pressioni a cui sono sottoposti.
Possiamo citare altri esempi in questo senso, come le lotte contro la realizzazione del gasdotto Tap in Puglia e contro l’opera militare del Muos a Niscemi, in Sicilia, ovvero percorsi che devono far fronte ad una notevole repressione da parte dei padroni e del governo, in quanto opere strategiche dal punto di vista economico e militare per gli interessi degli imperialisti italiani e yankee.
La contraddizione posta dalla realizzazione di queste opere, come quella del Tav, smaschera la strumentalità dell’ambientalismo borghese: quando entra in campo l’interesse strategico della borghesia, come l’approvvigionamento delle materie prime e la supremazia e il rafforzamento militare, ogni interesse ambientale passa in secondo piano.
Come vediamo, l’ambientalismo nato dalle rivendicazioni operaie rispetto all’ambiente lavorativo, allargatosi a livello sociale nelle lotte in difesa dei territori, tende negli attuali rapporti di forza egemonici ad essere ricondotto nelle mani dei padroni e dei loro governi che scaricano sulle masse il costo delle nocività capitalistiche. Uscendo dal nostro paese, un esempio di mobilitazione di massa svincolato dalla direzione egemonica borghese è rappresentato dai gilet gialli. La loro mobilitazione è partita dal particolare delle decisioni del governo Macron di imporre balzelli sulla benzina per pagare i costi del risanamento ambientale, è avanzat su rivendicazioni politiche generali, mettendo a dura prova la tenuta del governo.
La propaganda borghese rispetto allo sviluppo dell’“economia sostenibile” vuole celare la contraddizione antagonistica fondamentale capitale/natura di questo modo di produzione: per sua stessa natura il capitalismo conduce agli aumenti della produzione e dello scambio, quindi del consumo dell’energia e delle risorse naturali.
Le presunte soluzioni proposte per l’utilizzo di fonti rinnovabili (impianti eolici, biomasse, biogas) sono impattanti sulla natura con gravi ricadute e costi sociali.Mentre le discussioni relative a queste fonti ricoprono gran parte del dibattito nulla viene detto in merito al continuo sviluppo delle tecnologie e delle armi da guerra che si rendono sempre più necessarie ai paesi imperialisti nello scontro rispetto ai popoli oppressi e tra i diversi interessi dei paesi imperialisti stessi. Basti pensare all’utilizzo delle armi con uranio impoverito che ha avvelenato e ucciso i popoli della Serbia, Iraq e Afghanistan nelle guerre scatenate dall’imperialismo Usa-Nato e dai loro servi o alle enormi risorse materiali e ambientali necessarie al mantenimento delle strutture militari. Se guardiamo ai consumi, “un aereo tipo F-15 Eagle consuma circa 16.200 litri/ora, un bombardiere B-52 12.000 litri/ora, un elicottero Apache 500 litri/ora. Un mese di guerra aerea calcolato su queste basi comporta l’emissione di 3,38 milioni di tonnellate di CO2, l’equivalente dell’effetto serra provocato in un anno da una città di 310 mila abitanti” (poco meno di Bologna). [16]
Aveva dunque pienamente ragione il compagno brasiliano Chico Mendes, difensore a prezzo della vita della foresta amazzonica, quando disse che “L’ambientalismo senza lotta di classe è giardinaggio”.

Conclusioni

Oggi milioni di giovani nel mondo esprimono con forza la propria sensibilità nei confronti dell’ambiente (come testimoniato dalle oceaniche mobilitazioni di Fridays for future) nonostante i tentativi della borghesia di portare sotto la propria influenza questo nuovo protagonismo giovanile.
Come comunisti, è giusto e doveroso attraversare e vivere queste mobilitazioni, portando e rafforzando i contenuti anticapitalisti, rendendoli agili e accessibili, per indirizzare la rabbia non in uno scontro intergenerazionale, bensì di classe, contro questo sistema di sfruttamento, vero responsabile delle devastazioni ambientali.
Dobbiamo continuare a sostenere, con tutti i mezzi a disposizione, i movimenti di massa che difendono i territori e l’ambiente: No Tav, No Tap, No Muos, No Grandi Navi ci stanno già dicendo che non c’è difesa dell’ambiente senza lotta al capitalismo.
Nonostante le false dichiarazioni ambientaliste della borghesia, fintanto che sussista questo modo di produzione capitalista, la contraddizione capitale-natura porrà sempre ai lavoratori e alle masse la necessità di difendere le proprie condizioni di vita e di lavoro e questa contraddizione potrà essere risolta solo nella lotta per l’abbattimento del sistema che la produce, per costruire una società in cui la produzione non sia più orientata all’accumulazione individuale di profitto, ma tesa al soddisfacimento dei bisogni delle masse popolari, nel rispetto degli equilibri ambientali.

 

Note:

[1] Foglio di fabbrica del Petrolchimico, a cura del Consiglio di Fabbrica, in Gianni Moriani La nocività. Nocività in fabbrica e nel territorio p. 93, 1974 Bertani editore

[2] Ivi, p. 50, 1974

[3] vedi anche Antitesi n. 5 “Antidoti e Antitesi”
Sezione 2: Classi sociali, proletariato e lotte
“Ambientalismo e lotta di classe”
https://www.tazebao.org/ambientalismo-e-lotta-di-classe/

[4] La nocività, op. cit., p. 51, Bertani editore 1974

[5] https://www.unive.it/data/34357/

[6] Ibidem

[7] Ibidem

[8] Vedi Antitesi n. 5 “Antidoti e Antitesi”
Sezione 2: Classi sociali, proletariato e lotte
“Ambientalismo e lotta di classe”
https://www.tazebao.org/ambientalismo-e-lotta-di-classe/

[9] Il Piccolo del 10 dicembre 2019

[10] https://www.borsaitaliana.it/notizie/sotto-lalente/green-bond-definizione.htm

[11] https://www.ilsole24ore.com/art/vale-33-miliardi-green-new-deal-governo-ecco-primemisure-ACNrb19

[12] Millenium mensile, inserto de Il Fatto Quotidiano, novembre 2019

[13] http://www.operaicontro.it/2020/03/03/losviluppo-dellauto-elettrica-40-mila-bambiniminatori/

[14] https://www.pressenza.com/it/2019/08/inafrica-la-piu-grande-discarica-del-mondoalias-il-primo-e-lultimo-anello-della-nostracatena/

[15] Vedi Antitesi n. 5 “Antidoti e Antitesi”
Sezione 2: Classi sociali, proletariato e lotte
“Ambientalismo e lotta di classe”
https://www.tazebao.org/ambientalismo-e-lotta-di-classe/

[16] https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/05/14/quanto-inquinano-armi/228632/

 

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