“Che fare?”: le basi per la vittoria

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Antitesi n.7
Sezione 5: Ideologia borghese e ideologia del proletariato
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“Che fare?”: le basi per la vittoria

Gli insegnamenti da trarre dal fondamentale saggio di Lenin

In questa fase di aggravamento della precarietà, attacchi ai diritti di lavoratrici e lavoratori, privatizzazioni, odio razziale e repressione delle avanguardie di lotta, tende a prevalere l’idea che le soluzioni ai nostri problemi siano la lotta economica e le pratiche di consumo “consapevole” da parte di ciascun individuo.
Al contrario la tesi leninista, espressa chiaramente nel saggio che poniamo all’attenzione in questo articolo, è che il proletariato può elevarsi oltre le briciole concesse dalla classe dominante solo se non ci limitiamo all’azione rivendicativa sul terreno economico: la pratica dimostra che la lotta economica nell’ambito dei rapporti di produzione capitalistici tende spontaneamente e inevitabilmente al riformismo. Quest’ultimo si alimenta della spontaneità: l’elemento spontaneo è la forma embrionale della coscienza, ma proprio per questo non può essere considerato solo il suo semplice sviluppo se non vogliamo che porti acqua al mulino del riformismo.
Per questo è necessario dotarsi di una teoria salda che guidi la nostra pratica, mettendo al centro il piano principale, ovvero quello della divisione in classi, della produzione e della proprietà dei mezzi di produzione. Abbiamo pensato di recensire Che fare? di Lenin perchè, a 117 anni dalla sua redazione, continua ad essere patrimonio fondamentale per l’avanzamento politico dei proletari, la sua comprensione ci rende più forti nel fare chiarezza e contrastare ideologicamente il soggettivismo e lo spontaneismo sempre presenti dentro al movimento.
Il testo fu il manifesto politico del gruppo dei futuri bolscevichi, ovvero della sinistra rivoluzionaria all’interno del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, ne rappresentò la linea politica, in termini di visione generale, subordinando la lotta economica alla lotta politica rivoluzionaria, fondando quest’ultima su una serrata lotta ideologica contro tutte le concezioni antimarxiste. Soprattutto il testo definì le basi di un modello organizzativo che fosse adatto alla funzione rivoluzionaria che il partito poteva e doveva adempiere: fondandosi su dirigenti e quadri formati nella lotta, legati e provenienti dalle masse e disciplinati all’organizzazione; ponendo la clandestinità, come protezione rispetto al nemico e come libertà di azione rispetto alle sue manovre repressive e controrivoluzionarie; costruendo organizzazione basata sul centralismo democratico, ovvero massima discussione fra i membri ed elettività dei dirigenti, ma centralizzazione nelle decisione e subordinazione dei quadri ai dirigenti e della minoranza alla maggioranza.
Il Che Fare? fu il frutto di una battaglia politica interna al movimento russo e venne elaborato da Lenin come guida ideologica per la lotta della sinistra rappresentata dai bolscevichi contro le tendenze dei menscevichi.
È utile precisare che, quando Lenin parla di socialdemocrazia, il termine non è da intendere nella sua accezione attuale, ma invece fa riferimento al movimento politico socialista di allora e in particolare al Partito Operaio Socialdemocratico Russo (Posr) di cui egli faceva parte; il termine “comunista” sarà ripreso da Lenin dopo la presa del potere, con la proposta di ridenominazione del Posr in Partito Comunista. Da allora in poi il termine “socialdemocrazia” rimarrà a indicare i revisionisti, in antitesi ai comunisti rivoluzionari.
A prima vista il libro sembra immerso nella polemica dell’epoca, serrata, quasi personale; in realtà a partire dall’aspetto particolare, Lenin formula degli insegnamenti generali, messi nero su bianco, universalmente validi per il movimento comunista: un testo di lotta ideologica, di scontro tra intellettuali militanti, a cui seguiranno le battaglie stesse dell’autore sul campo.

Senza teoria rivoluzionaria, non c’è movimento rivoluzionario

Con la parola d’ordine “Libertà di critica” il Raboceie Dielo (“La causa operaia”, organo estero dell’”Unione dei Socialdemocratici Russi”) proponeva una rivendicazione politica: ipotizzando un’unione delle organizzazioni socialdemocratiche estere, sosteneva la libertà di critica come presupposto fondamentale per un’unione duratura. Il Raboceie Dielo (RD) affermava l’assenza di principi scientifici acquisiti e irrinunciabili all’interno del marxismo perchè lo considerava inadeguato alla fase, se non utopistico, promuovendo invece “piani per riorganizzare la società” e a proposte di riforme per migliorare la situazione degli operai che come denuncia Lenin trasmettevano loro una logica arrendevole.
Questa tesi – sulla scia di tesi analoghe della socialdemocrazia tedesca e francese – derivava dalla volontà di conciliarsi a livello teorico con l’ideologia borghese e liberale, sostenendo l’inesistenza di condizioni oggettive di attivazione di un processo rivoluzionario e – pertanto – considerando inutili la costruzione e l’organizzazione di un partito politico.
Teniamo presente il contesto di allora: anni ricchi di contraddizioni economiche e sociali, di repressione zarista e di proletarizzazione di ampi strati di popolazione. Inoltre – da un punto di vista interno – il partito era ancora in una fase iniziale, stava definendo la sua forma, non beneficiava di alleanze politiche durature e non aveva sviscerato le contraddizioni con le varie correnti politiche.
In questo contesto, i revisionisti del RD non rivendicavano la libertà di critica per sostituire una teoria con un’altra, ma si dimostravano eclettici, ondivaghi e privi di principi: respingevano la teoria delle classi, della lotta tra di esse, della dittatura del proletariato e compromettevano la “piena possibilità di svelare alla classe operaia che i suoi interessi e quelli della borghesia sono opposti, ostili”. [1] La “libertà di critica” diveniva perciò funzionale a non mettere in discussione lo status quo, per rovesciarlo completamente, contrastando le idee fondamentali del marxismo rivoluzionario e finendo col rigettarne l’intero impianto teorico: praticamente questa libertà si riduce non soltanto all’assenza di ogni critica, ma all’assenza di ogni giudizio indipendente. [2] Questa concezione empirista andava di pari passo con l’idea che la lotta operaia dovesse limitarsi solamente all’aspetto particolare delle rivendicazioni economiche e che il marxismo fosse, come accennato prima, inadatto al contesto, e non considerava che la teoria del socialismo scientifico era nata, indipendentemente dallo sviluppo spontaneo del movimento operaio, dall’analisi scientifica delle contraddizioni del modo di produzione capitalistico.
Oggi, come allora, ci si può chiedere: “Ci dirigiamo verso un orizzonte se non abbiamo una teoria?”. Come scritto sopra, Lenin afferma la necessità di dotarsi dei principi del marxismo rivoluzionario sulla base dell’antagonismo tra le classi, in antitesi all’ideologia borghese.
L’adagio per cui “senza teoria rivoluzionaria non c’è movimento rivoluzionario” pone il rapporto tra pratica e teoria, rispettivamente, come aspetto principale e aspetto fondamentale della lotta di classe del proletariato e rompe con le concezioni liberali ed empiriste che serpeggiavano nel movimento operaio russo. Il rafforzamento di queste ultime si traduceva in un rafforzamento dell’ideologia borghese, man mano che aumentava la distanza dall’ideologia marxista.
Ad oltre cent’anni di distanza, molte cose sono cambiate, ma la sostanza è la medesima: oggi le contraddizioni interimperialiste su più fronti palesano la crisi del sistema capitalista e la debolezza esterna e interna delle borghesie nazionali e delle loro strutture.
Tuttavia le mobilitazioni in campo restano parziali, specifiche e isolate le une dalle altre. Lo stato di agitazione riguarda numerosi soggetti oppressi: le donne in lotta contro gli attacchi alla propria autodeterminazione, gli operai, i facchini, i riders in sciopero, gli occupanti in lotta per il diritto alla casa, gli abitanti dei territori massacrati da grandi opere e installazioni di guerra, dalla Val Susa, passando per la Puglia, la Sicilia e la Sardegna. Eppure, le avanguardie di lotta – che spesso assumono una forma anticapitalista – non riescono a trasformarla in sostanza, anche a causa di una disillusione e un’apatia generali evidenti. Queste ultime non vanno, però, considerate un segno di becera ignoranza delle masse, come i radical chic da tastiera fanno, quanto piuttosto il risultato dell’assenza di una prospettiva alternativa alla mera sopravvivenza.
Nell’era dell’individualismo sembra che il motto “mors tua vita mea” e l’effetto “Nimby” (“not in my backyard” – non nel mio cortile) la facciano da padroni. Questo è merito soprattutto dei revisionisti che hanno fatto un gran lavoro per azzerare la memoria storica delle esperienze socialiste [3], per infangare la Resistenza partigiana e, soprattutto, per togliere ogni strumento ideologico di lotta ai lavoratori. È grazie a quest’ultimo aspetto che oggi i padroni hanno diviso i proletari, i quali non si riconoscono più nemmeno tali e credono di poter trarre qualche vantaggio nel tenere la testa bassa, nel non solidarizzare con i propri colleghi, nel pensare che il torto che capita a un altro proletario non lo riguardi. Per questo i padroni non fanno troppa fatica a trovare migliaia di lavoratori da sfruttare gratuitamente oppure per paghe da fame, sostenendo che “faccia curriculum” e soprattutto facendo credere ai lavoratori che gli interessi dell’azienda corrispondano ai loro.
È proprio su questo aspetto che bisogna soffermarsi: è necessario e urgente ricostruire una coscienza politica che faccia sentire tutti gli sfruttati – lavoratori, precari, disoccupati, sfrattati – come parte di un’unica classe che non ha nulla a che spartire con gli interessi di chi affama, sfratta, specula, cementifica e bombarda. Per lavorare su questo piano, la teoria è fondamentale: è compito delle avanguardie comuniste studiare il marxismo come scienza e diffondere questa conoscenza tra le masse, per alzare il livello di coscienza sulla necessità di abbattimento del sistema capitalista.
Ciò significa, come comunisti, essere parte integrante delle mobilitazioni in campo e lavorare in un’ottica di rovesciamento degli attuali rapporti di forza, oggi a nostro evidente sfavore. Oltre a organizzare la resistenza contro i piani di delocalizzazione, i licenziamenti, gli sgomberi, l’attacco alla sanità pubblica, la devastazione dei territori, è necessario organizzare la propaganda comunista in maniera capillare e accessibile, dotandosi di tutti gli strumenti possibili, da quelli cartacei ai supporti informatici. Serve organizzare momenti di formazione con le nostre colleghe e i nostri colleghi, per dotarci di un patrimonio politico troppo a lungo infangato, considerato obsoleto, conducendo giorno dopo giorno una lotta ideologica, in dialettica antagonistica rispetto all’ideologia borghese in qualunque forma si presenti (dal carrierismo alla divisione, fino all’attacco ai soggetti più deboli), dandosi quella continuità di studio scientifico per leggere la fase e dominarla ai fini dell’azione.
Oggi chi afferma il rifiuto della politica e predica lo spontaneismo rema contro la causa proletaria. È ampiamente dimostrato che “dal basso” non cresce nulla se non vi è organizzazione. Nemmeno la singola azione di un unico individuo può incidere sulla realtà: per quanto essa possa essere idealmente apprezzabile, o addirittura rivoluzionaria, essa non porterà alla rivoluzione. Piuttosto, il processo di internità e militanza tra le masse non è meccanico, bensì è dialettico. Per questo è oggi urgente una lotta ideologica nel nostro seno, tra spontaneismo e organizzazione, ragionando di politica senza rifuggirla come una zavorra, ma prendendola in considerazione per ciò che è, ovvero la chiave per avanzare. In questo senso solo un partito organizzato dotato di una teoria rivoluzionaria può essere presupposto e risultato della lotta politica, per superare il terreno delle rivendicazioni esclusivamente economiche e aprire il fronte della lotta per il potere.

Avanguardie politiche nelle lotte di massa

Il Raboceie Dielo si faceva promotore in Russia “dell’importanza dell’elemento oggettivo e spontaneo dello sviluppo”, sulla scia di posizioni già emerse nell’Unione di Lotta per l’Emancipazione della Classe Operaia, gruppo anteriore al Partito Operaio Socialdemocratico Russo, al quale contribuì alla fondazione (Lenin stesso fece parte dell’Unione).
L’economicismo era sostenuto esplicitamente dal giornale Rabociaia Mysl (il pensiero operaio) sulla base della concezione per cui “la politica segue sempre docilmente l’economia”, sostenendo che il movimento operaio “reca in sé i germi delle più svariate forme di organizzazione, dalle associazioni di sciopero fino alle associazioni legali (permesse dalla legge)”. [4] Dichiarando ciò, il Rabociaia Mysl dimostrava di non voler vedere le forme di organizzazione più avanzate del movimento operaio – come il Partito Operaio Socialdemocratico Russo e i suoi legami col movimento rivoluzionario – sostenendo: “Oggi, i compiti del movimento, la vera causa operaia degli operai russi si riducono all’azione degli stessi operai per migliorare la loro situazione avvalendosi di tutti i mezzi possibili, e nel novero di questi mezzi figurano ancora una volta solo le organizzazioni di sciopero e le associazioni legali!”. [5] 
La Rabociaia Mysl non considerava – e conseguentemente non analizzava – il rapporto tra il movimento operaio spontaneo – a cui dava spazio esclusivo – e lo sviluppo della teoria marxista. Parliamo di spazio esclusivo perchè il Rabociaia Mysl sosteneva che le sole rivendicazioni operaie fossero quelle delle organizzazioni sindacali, elaborate da loro: quali la giornata lavorativa di 10 ore e il ripristino delle festività soppresse con la legge del 2 giugno 1897.
In primis questa analisi non considerava lo sviluppo del movimento operaio, conduceva ad una propaganda e ad un’agitazione solamente locali e rifiutava la pianificazione sistematica e inclusiva di tutta la Russia contro l’autocrazia, dimostrando confusione o sovrapposizione tra l’abbattimento dell’autocrazia e la conquista del potere parte dei rivoluzionari.
Secondariamente, sostenendo che i lavoratori dovevano condurre la lotta “legale” contro l’autocrazia, affermava che gli operai non dovevano adoperarsi nella rivoluzione ma in un’opposizione generica, sul piano del sistema vigente, con le regole del gioco del sistema stesso, prestando il fianco alle componenti liberali, in continuità con le tesi revisioniste di Bernstein.
Prestiamo infatti attenzione ai termini: rispetto a quest’ultimo aspetto, il Rabociaia Mysl scriveva di “iniziativa sociale e politica degli operai” e non di lotta di classe; rivendicava lo sviluppo dei sindacati e non la questione della proprietà collettiva dei mezzi di produzione; tendeva a una “gestione sociale” della produzione degli operai e non alla conquista del potere politico.
Lenin sosteneva che “lo sviluppo spontaneo del movimento operaio fa sì che esso si subordini all’ideologia borghese […] e il tradunionismo è l’asservimento ideologico degli operai alla borghesia. Perciò il nostro compito […] consiste nel combattere la spontaneità, nell’allontanare il movimento operaio dalla tendenza spontanea del tradunionismo a rifugiarsi sotto l’ala della borghesia; il nostro compito consiste nell’attirare il movimento operaio sotto l’ala della socialdemocrazia rivoluzionaria”. [6] Ci viene offerto anche un esempio concreto per chiarire la sua tesi, ovvero quello della Germania, dove il merito storico di Lassalle, nel movimento operaio tedesco, risale all’aver allontanato il movimento dal tradunionismo progressista e dal cooperativismo, verso i quali si dirigeva spontaneamente. Per riuscirvi è stato necessario ben altro che qualche frase sulla sottovalutazione dell’elemento spontaneo, sulla tattica-processo, sul gioco reciproco degli elementi e dell’ambiente ecc. È occorsa una lotta accanita contro la spontaneità, soltanto dopo lunghi anni si è giunti a fare della popolazione operaia di Berlino, per esempio, che era baluardo del partito progressista, una delle migliori fortezze della socialdemocrazia. [7] Nel contesto degli scioperi di fine secolo le lotte ponevano rivendicazioni precise, erano accompagnate da discussioni dei casi e degli esempi conosciuti di altre località e altri paesi e si cercava di prevedere il momento più favorevole: vi era quindi un principio generale di lotta di classe e non solo l’energia per ottenere la vittoria in una singola parziale rivendicazione sindacale. Lenin analizzava gli scioperi di questa fase specifica, notando il risveglio dell’antagonismo fra padroni e operai, seppur in un’ottica spontanea, priva di una coscienza di classe: “poteva essere apportata soltanto dall’esterno. La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia con le sue sole forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionista, cioè la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge necessaria agli operai ecc […] Nell’epoca della quale ci occupiamo, cioè attorno al 1895, non soltanto questa dottrina – quella socialista – ispirava completamente di sè il programma del gruppo Emancipazione del lavoro, ma aveva conquistato la maggioranza della gioventù rivoluzionaria della Russia”. [8]
Lenin aggiungeva che il Rabociaia Mysl non negava in toto la lotta politica, ma sbagliava perchè la identificava nella politica tradunionista, pensando che la politica segua sempre e comunque l’economia, sottomettendosi alla spontaneità.
Non si tratta di disinteressarsi delle rivendicazioni economiche degli operai che, giustamente, pretendono misure anche legali che migliorino la loro condizione, ma queste ultime non possono essere il fine, dato che rappresentano solo le eventuali briciole che la politica – borghese e clericale – può elargire.
Il rivoluzionario russo rilevava come la gioventù socialdemocratica non fosse preparata ai compiti teorici, politici e organizzativi prima citati mentre la spinta delle masse cresceva. Perciò dalle teorie e dall’attività pratica non si era sviluppata un’organizzazione continuativa e stabile in grado di essere dirigente del movimento, capace di formare gli operai da un punto di vista teorico per rendere salda la propria coscienza di classe. Quest’ultima “non può essere una vera coscienza di classe se gli operai non imparano ad osservare, sulla base dei fatti e degli avvenimenti politici concreti e attuali, ognuna delle altre classi sociali in tutte le manifestazioni della vita intellettuale morale e politica; se non imparano ad applicare in pratica l’analisi e il criterio materialistico a tutte le forme d’attività e di vita di tutte le classi, strati e gruppi della popolazione […]”. [9] 
Nel frattempo cresceva l’agitazione operaia, che trovava espressione nei vari fogli come strumento di lotta economica, e i socialdemocratici russi erano altamente impegnati dal lavoro di denuncia dello sfruttamento all’interno delle fabbriche. Queste denunce rappresentavano senz’altro un punto di partenza e una parte del lavoro politico, ma riducendosi e fermandosi a quest’unico aspetto di pressione rivendicativa, non potevano mettere in discussione i rapporti di forza vigenti e il sistema che costringeva a vendere la propria forza lavoro.
Per questo Lenin esorta a non limitarsi alla sola attività economica, quanto a occuparsene senza che essa assorba tutte le energie, dedicandosi principalmente all’educazione politica attiva della classe operaia. Questo compito – irrinunciabile – non si traduce nella sola diffusione della necessità della rivoluzione per distruggere l’origine dell’oppressione, ma anche nel condurre una pratica di agitazione in occasione di “ogni manifestazione concreta di questa oppressione. […] E poichè questa oppressione si esercita sulle più diverse classi della società, poichè si manifesta nei più diversi campi della vita e dell’attività professionale, civile, privata, familiare, religiosa, scientifica ecc, non è forse evidente che non adempiremmo il nostro compito di sviluppare la coscienza politica degli operai se non ci incaricassimo di organizzare la denuncia politica dell’autocrazia sotto tutti i suoi aspetti?”. [10] È sulla base della risposta a questo interrogativo che i futuri bolscevichi riuscirono a far avanzare in senso politico la classe operaia che si mobilitava all’interno del vasto ciclo di lotte economiche in Russia, fin dagli scioperi della fine del secolo, convogliati nel movimento insurrezionale del 1905, preludio alla vittoria rivoluzionaria che avvenne dodici anni dopo. Durante questa fase, sulla scorta delle riflessioni contenute nel Che fare? la fazione rivoluzionaria del Partito Operaio Socialdemocratico Russo riuscì a dialettizzare il proprio ruolo di avanguardia politica con le lotte economiche e spontanee del proletariato, dando un contributo determinante a tramutarle qualitativamente in lotte per il potere. Se la via rivoluzionaria fosse stata esclusa – come il Rabociaia Mysl proponeva – a beneficio di quella pacifica, senza un partito organizzato, sicuramente la rivoluzione non avrebbe avuto seguito.
Con le dovute attualizzazioni, anche oggi assistiamo a lotte operaie che “fanno scuola” ai compagni, i quali, però, spesso si ritrovano impreparati a portarvi un contributo politico che non sia meramente quello della solidarietà.
Le lotte degli operai della logistica e delle fabbriche, dei portuali o dei riders sono momenti in cui i lavoratori rivendicano una retribuzione adeguata, supporti di sicurezza, turni ridotti o che non vengano comunicati via whatsapp, scatti di anzianità troppo spesso persi a ogni ennesimo cambio di appalto delle cooperative…
Si tratta di lotte in cui le compagne e i compagni devono essere presenti, facendovi parte, portandovi coscienza politica di classe e comunista e pratiche avanzate, coltivando gli embrioni di coscienza già presenti, legandosi alle pratiche più avanzate e relazionandosi alle avanguardie di lotta che emergono da tali mobilitazioni.
In questo contesto dobbiamo cercare di attualizzare due fondamentali insegnamenti del Che Fare? che abbiamo accennato nel corso dell’articolo. Il primo è relativo a una delle condizioni della nostra opera di agitazione ovvero l’organizzazione di denunce politiche in tutti i campi della vita sociale. Oggi, ad esempio, l’intervento a una mobilitazione contro il rincaro dei canoni di affitto delle case popolari significa anche sottolineare i legami tra salario e diritto alla casa, reclamarne le manutenzioni, riprenderne il possesso, lottando contro le speculazioni edilizie e in definitiva contribuire alla ricostruzione dell’autonomia politica della classe contro la distruzione dei legami sociali nei quartieri. Il secondo insegnamento – non per minor importanza – ci rimanda all’inconsistenza delle pretese mobilitazioni “dal basso” ed è relativo al rapporto tra avanguardia e lotta delle masse: la lotta delle masse si può sviluppare in senso politico solo se si determina l’avanguardia. La lotta politica dei comunisti non può essere pensata come evoluzione di quella economica: è molto più ampia e complessa di quella economica degli operai contro i padroni, come vedremo fra poco.

L’organizzazione politica nella lotta per il potere

Nel contesto di una Russia in cui i circoli erano vietati e lo sciopero era equiparato al delitto comune, Lenin affermava che il R.M. fosse caduto nei principali errori degli economicisti, oltre ad averli difesi, perchè aveva individuato il movimento operaio di massa come il fenomeno più importante in assoluto della vita russa. Riconoscendo comunque la grande importanza del movimento operaio, Lenin poneva la questione nel “modo di intendere come questo movimento ‘determinerà i compiti’. La cosa si può intendere in due modi: o nel senso che si debba sottomettere il movimento alla spontaneità, cioè ridurre la socialdemocrazia a essere semplicemente l’ancella del movimento operaio come tale (così intendono la Rabociaia Mysl, il Gruppo di autoemancipazione e gli altri economisti); oppure nel senso che il movimento di massa ci pone nuovi compiti teorici, politici e organizzativi, molto più complessi di quelli di cui potevamo accontentarci prima dell’apparizione del movimento di massa”. [11]
Palesemente, il Rabociaia Mysl fa riferimento al primo modo perché, come scritto prima, riduceva il movimento operaio di massa alla mobilitazione per rivendicazioni sindacali specifiche e immediate e, in nome della tattica, non si dotava del patrimonio teorico marxista necessario alla pratica.
In quest’ottica il ruolo dei socialdemocratici russi era ridotto a zero, quando invece la pratica dimostra che il bisogno di coscienza da realizzare nell’impegno politico, teorico e organizzativo cresce man mano che il movimento aumenta e cresce.
Le tesi degli economicisti potrebbero essere giuste se per “politica” si intendesse la politica sindacale. Ne deriva che l’organizzazione dei rivoluzionari deve coincidere con quella degli operai. Perciò l’incomprensione – lessicale e ovviamente politica – è scontata: gli economicisti perseveravano nella apologia della lotta sindacale e i socialdemocratici, con ritardo, lavoravano per un’agitazione politica vasta, in un contesto privo di parlamento e di libertà di riunione. A tal proposito Lenin afferma: “Ricordo per esempio una conversazione avuta un giorno con un economista […]. La conversazione cadde sull’opuscolo: Chi farà la rivoluzione politica? Ci trovammo subito d’accordo nel ritenere che il suo difetto essenziale consisteva nell’ignorare la questione organizzativa. Pensavamo già di essere completamente d’accordo, ma, proseguendo nella conversazione, ci accorgemmo che parlavamo di cose diverse. Il mio interlocutore accusava l’autore di ignorare le casse di sciopero, le società di mutuo soccorso, ecc. Io, invece, mi riferivo all’organizzazione di rivoluzionari di professione, indispensabile per ‘compiere’ la rivoluzione politica. […] Qual era l’origine delle nostre divergenze? Era nel fatto che gli economisti deviano costantemente dalla socialdemocrazia verso il tradunionismo, sia nei compiti organizzativi che nei compiti politici. La lotta politica della socialdemocrazia è molto più vasta e molto più complessa della lotta economica degli operai contro i padroni e contro il governo. Parimenti e per questa ragione l’organizzazione di un partito socialdemocratico rivoluzionario deve necessariamente essere distinta dall’organizzazione degli operai per la lotta economica. L’organizzazione degli operai deve anzitutto essere professionale, poi essere la più vasta possibile e infine essere la meno clandestina possibile. Al contrario, l’organizzazione dei rivoluzionari deve comprendere prima di tutto e principalmente uomini la cui professione sia l’azione rivoluzionaria ed è per questo che io parlo di un’organizzazione di rivoluzionari, riferendomi ai rivoluzionari socialdemocratici”12.
L’elaborazione leninista è il riflesso di un percorso organizzativo reale e di internità al movimento socialista e proletario russo, che portava, nel gennaio 1912, all’espulsione dei menscevichi, fautori dell’economicismo, del “partito di massa” e della subordinazione del proletariato alla borghesia liberale nella lotta allo zarismo. Attraverso l’organizzazione partitica leninista, i bolscevichi riuscirono a porsi alla testa del movimento di massa contro il regime zarista, contro la guerra imperialista e, infine, a rovesciare il governo del socialtraditore Kerenskij e a instaurare la dittatura del proletariato, nella quale il partito continuava ad avere la fondamentale funzione di avanguardia rivoluzionaria nella costruzione del socialismo. Raccogliendo gli insegnamenti vittoriosi dell’Ottobre sovietico, il modello di partito comunista leninista diventa patrimonio universale del proletariato rivoluzionario e si conferma condizione principale della sua vittoria in ogni contesto, dalla guerra antifascista in Europa alle lotte anticoloniali nel Tricontinente.
È proprio con il Che Fare? che Lenin delineava quell’avanguardia di rivoluzionari di professione, in parte provenienti dai settori intellettuali borghesi, in parte dalla stessa classe operaia, che guidò l’Ottobre Sovietico.
Oggi il partito in quanto tale resta uno strumento politico ed è un’organizzazione formale necessaria per riflettere una sostanza – la classe in sé che si determina come classe per sé – e uno scopo, la rivoluzione proletaria.
Uno strumento politico può essere sottratto alla classe che lo ha ideato e costruito, per essere conquistato e usato dalla classe contro il dominio della quale questo stesso strumento è stato arma.
Il revisionismo moderno, che ha conquistato i partiti comunisti nel secondo dopoguerra, ha agito in questa maniera, conducendo una lotta ideologica da destra e non essendo adeguatamente contrastato con la lotta ideologica della sinistra. D’altronde era già successo in termini rovesciati: lo stesso Partito Socialdemocratico Russo era divenuto un’avanguardia rivoluzionaria grazie alla lotta ideologica della sinistra bolscevica contro la destra menscevica.
Decenni di revisionismo nei partiti comunisti hanno determinato non solo la loro trasformazione in forze reazionarie, ma anche hanno gettato enorme discredito e sfiducia nella forma partito quale organizzazione dei rivoluzionari. A questo discredito hanno contribuito il riemergere, sotto altre diciture ideologiche, delle stesse o similari tendenze combattute dai bolscevichi, come l’economicismo e lo spontaneismo. Tendenze queste sorte anche come giusta reazione al riformismo e al dogmatismo dei partiti comunisti revisionisti, ma la loro contrarietà nei confronti dello sviluppo dell’organizzazione partitica leninista finisce con ostacolare le possibilità di ripresa di un forte movimento rivoluzionario.
A ciò si è aggiunta la tendenza, evidenziatasi dopo la grande esplosione ideologica del 1968, a costituire “partiti formali”, cioè ad autonominare come partiti comunisti gruppi politici della sinistra marxista, senza che tali gruppi siano in grado minimamente di svolgere la funzione di avanguardia rivoluzionaria nella lotta per il potere. Anche questo distrae e devia, quando invece serve difendere e propagandare l’insegnamento per cui non c’è stata vittoria del movimento proletario senza partito comunista organizzato in senso leninista.
Il compito immediato principale dei comunisti è agire con spirito di partito, cioè dimostrare che la prassi collettiva, il dibattito, lo studio, la responsabilità, l’organizzazione, l’imparare dalle masse senza fondersi nelle masse e la disciplina sono doveri dei comunisti fin d’ora, sono piccole dimostrazioni che il partito comunista è necessario per lottare e vincere.
Affermare con sufficienza che “nulla oggi si muove” è una falsità ripetuta dagli intellettuali da tastiera o da chi non ha l’esigenza di spendersi. Piuttosto, molte energie e tensioni positive si perdono nel movimentismo, finendo per esaurirsi, o sono in parte sprecate, mozzate o addirittura vanificate, in nome delle rivendicazioni immediate che minano la possibilità di una diversa prospettiva, che non sia quella a breve termine. Quindi compito immediato dei compagni è quello di costruire percorsi continuativi rivolti alle masse quali referenti e alle soggettività, ricostruire coscienza di classe, trasmettere un metodo organizzativo, sconfiggere i personalismi.
Il compito principale sul lungo periodo è quello di costruire e sviluppare un vero partito comunista: oggi serve formare una nuova leva di comunisti anche e soprattutto per questo obiettivo.

 

Note:

[1] V. I. Lenin, Che fare? Problemi scottanti del nostro movimento, in Opere Complete V, Editori Riuniti, 1958, p. 334

[2] Ivi, p. 331

[3] Si veda Antitesi n° 3
Sezione 1: Sfruttamento e crisi
Articolo: “La restaurazione capitalista nei paesi socialisti – parte prima”
https://www.tazebao.org/la-restaurazione-capitalista-nei-paesi-socialisti-parte/

e Antitesi n° 4
Sezione 1: Sfruttamento e crisi
Articolo: “La restaurazione capitalista nei paesi socialisti – parte seconda”
https://www.tazebao.org/la-restaurazione-capitalista-nei-paesi-socialisti-parte-seconda/

[4] Lenin, Una tendenza retrograda nella socialdemocrazia russa, 1899 https://www.marxists.org/italiano/lenin/1899/end/retrog.htm

[5] Ibidem

[6] Lenin, Che fare? op. cit., p. 354

[7] Ivi, p. 355

[8] Ivi, p. 346

[9] Ivi, p. 381

[10] Ivi, p. 370

[11] Ivi, p. 359

[12] Ivi, p. 418

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