Covid e deriva autoritaria

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Antitesi n.9
Sezione 4: Controrivoluzione edegemonia di classe
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Emergenzialismo e nuove strategie di controllo

Il salto autoritario attuale

Per la borghesia imperialista e le altre classi dominanti, in ogni singolo paese, l’emergenza sanitaria rappresenta un campo di sperimentazione egemonico per aggravare l’autoritarismo politico e aumentare il controllo dei rapporti sociali. Le classi dominanti, di fronte al vicino collasso dei sistemi sanitari piegati dalle politiche di saccheggio e privatizzazione, hanno puntato a fare dell’epidemia una questione di ordine pubblico invece che di sanità, procedendo ad un inedito disciplinamento di massa, tipico dello stato di guerra e delle controinsurrezioni. Si tratta dello schema tipico dell’emergenzialismo, come già avvenuto su altri fronti (mafia, ultras, droga…): si utilizza una questione reale, la si gonfia grottescamente grazie al terrorismo mediatico e politico, per approfondire la repressione, il controllo sociale e l’egemonia sull’intera società e soprattutto sulle classi oppresse. L’emergenzialismo è anche il terreno per modificare lo Stato come organizzazione della classe dominante e soprattutto verificare la strategia di controrivoluzione preventiva, che connatura il potere politico statuale e il complesso dell’egemonia borghese nella fase imperialista. “Lo Stato, che è l’organizzazione dell’oppressione di una classe sulle altre, il prodotto dell’antagonismo inconciliabile tra le classi, per dirla con Lenin, è pure un prodotto degli eventi storici e fa i conti con la lotta di classe rispondendo alla dialettica delle contraddizioni e dei rapporti sociali di ogni determinata fase: non esiste un tipo di stato unico per tutta la fase di dominio della borghesia, esso ha dovuto modificarsi”. [1]
Nel nostro paese, per “gestire” l’emergenza, l’esecutivo ha assunto pieni poteri tramite i decreti del presidente del consiglio che hanno inizialmente imposto una sorta di quarantena di massa, con il divieto di circolazione – se non per i “validi” motivi di lavoro, spesa e necessità – la sospensione delle lezioni scolastiche e universitarie, la chiusura di pressochè tutti gli esercizi pubblici, il divieto di assemblee e manifestazioni, compiendo però la scelta (scontata per la borghesia) di tutelare alcuni comparti produttivi ad ogni costo, con i disastrosi risultati di morte, registrati in primis nel bergamasco, in nome delle necessità del profitto capitalistico.
In questa fase lo Stato ha compiuto un ultimo balzo autoritario: il frenetico susseguirsi dei decreti del presidente del consiglio dei ministri (Dpcm) e dei decreti legge (Dl) e la proclamazione e prosecuzione dello “stato di emergenza”, hanno palesato l’accentramento di poteri straordinari all’esecutivo e le conseguenti contraddizioni in seno alla borghesia nostrana, nel ripetuto scontro Stato-Regioni. Si è così aggravata la tendenza alla “democrazia governante”, come forma politico-statuale della strategia di controrivoluzione preventiva, “quella forma di governo che al massimo dell’accentramento fa corrispondere il massimo della democrazia formale, quindi, in estrema sintesi, di rafforzare la dittatura mantenendo intatte le forme e i canali dell’egemonia (…) già in atto, nella deriva autoritaria dello Stato borghese degli ultimi anni pur mantenendo la forma democratica esteriore, (…) non una singola politica del singolo governante di turno, ma una tendenza generale della borghesia imperialista che integra la strategia della controrivoluzione preventiva. La democrazia governante l’abbiamo vista all’opera in senso reale in questi anni, nella impermeabilità delle politiche reazionarie alle lotte di massa, nelle blindature istituzionali delle politiche strategiche della classe dominante, nella distruzione progressiva del ruolo dei corpi intermedi come i sindacati. Corollario di tutto ciò è ovviamente la repressione dei movimenti di lotta e il tentativo di annientamento dell’istanza rivoluzionaria (…)”. [2]
L’accentramento dei poteri nelle mani del presidente del consiglio ha dunque rappresentato l’ultima manifestazione di una deriva autoritaria in atto, già evidenziatasi negli anni dal ricorso ai decreti legge e dall’uso massiccio – divenuto prassi – dei voti di fiducia per velocizzare gli iter di specifici progetti di legge sui quali la borghesia imperialista preme l’acceleratore. Basti pensare che già nella sedicesima legislatura, dal 2008 al 2013, si sono registrati 96 voti di fiducia su disegni di legge. Uno strumento che ha contraddistinto in primis il governo Monti, seguito da Letta e Renzi. Con il governo Conte bis si è soprattutto aggravata la marginalizzazione del parlamento come organo legislativo che, per di più, dopo l’esito del referendum del 20 e 21 settembre scorsi, vedrà un ridimensionamento dei suoi numeri: un taglio del 36,5% dei componenti totali, passando da 630 a 400 seggi alla camera dei deputati e da 315 a 200 seggi elettivi al senato.
Tuttavia ciò non significa che la strategia di controrivoluzione preventiva e il regime borghese agiscano seguendo una direttrice lineare e siano esenti da contraddizioni al loro interno, come vediamo nel perenne scontro tra Stato e regioni. Tali contraddizioni derivano dalla divisione della classe dominate in fazioni in lotta ognuna per i propri interessi, espressi da diverse e contrapposte consorterie politico-istituzionali (i partiti, le alte burocrazie, le direzioni delle aziende di Stato…) e dallo scontro tra linee politiche che da tali interessi e consorterie discendono. I politologi e gli strateghi del regime imperialista italiano si interrogano da sempre su come dare più forza al potere esecutivo per gestire la crisi del capitalismo, sfoltendo e ottundendo le contraddizioni interborghesi; il governo Conte bis, con la sua carica accentratrice, rappresenta il tentativo più riuscito in tal senso dal Ventennio mussoliniano.

Un nuovo disciplinamento di massa

A partire da marzo abbiamo assistito ad una stesura incessante di Dpcm e Dl che, in quanto strumenti snelli e rapidi, dalla carta si sono immediatamente tradotti in un ferreo controllo poliziesco e militare del territorio tramite pattugliamenti continui, posti di blocco, tracciamenti, videosorveglianza e uso di droni. Ogni nuovo decreto tende infatti a “correggere il tiro” in base alla situazione sperimentata nel controllo sul fronte interno, soggetto a molteplici forme di militarizzazione finora inedite. Il valore della “libertà personale” tanto sbandierata in astratto dalla borghesia imperialista, è divenuto di colpo un problema: si è passati dalle libertà formali tipiche del capitalismo alle libertà “formalizzate”, cioè messe nere su bianco sulle autocertificazioni e costrette nelle forme definite dalle autorità. Poco importa se totalmente ingiustificate, controproducenti e contraddittorie sul piano della tutela della salute: il divieto di passeggiata, l’obbligo permanente di mascherina, i divieti di funerali, la negazione di ogni visita negli ospedali e nelle case di riposo e via dicendo…
I casi delle zone rosse controllate dall’esercito a Codogno e a Vo’ Euganeo e gli isolamenti più ristretti a danno di singole sezioni urbane o addirittura edifici – come il caso dei palazzi dove vivono i braccianti bulgari nella cittadina casertana di Mondragone – rappresentano delle esercitazioni sperimentali, accompagnate da una pervasiva retorica che incalza lo spionaggio e celebra l’operato delle forze dell’ordine.
A Mondragone, in particolare, abbiamo visto l’arrivo dell’esercito al fianco della polizia, per il controllo di palazzi ex Cirio, divenuti una “zona rossa” in miniatura, nonchè un bersaglio per la mobilitazione reazionaria fomentata tra i residenti autoctoni. A Udine, nella caserma Cavarzerani, dove vengono rinchiusi molti profughi arrivati dalla rotta balcanica, abbiamo visto imprigionare una massa di persone semplicemente perchè una ristrettissima minoranza era risultato positiva ai tamponi, rischiando così di generare una vera e propria bomba sanitaria.
L’uso massiccio da parte governativa dei decreti e delle sanzioni amministrative ha perseguito l’obiettivo del disciplinamento dei comportamenti e delle relazioni, nascondendo dietro il mito della “responsabilità di ognuno di noi” le colpe della classe dominante nel saccheggio del settore sanitario e aggravando le paranoie repressive della “sicurezza” e del “decoro”, già profuse a piene mani tra le masse popolari. “C’è una sorta di necessario lavoro propedeutico al decoro e alla sicurezza, ed è quello mirato alla cancellazione della riconoscibilità delle classi sociali. È preliminare ma è anche continuamente da riaffermare, perché la visibilità delle differenze di classe riemerge ad ogni passo, e ogni volta va dunque nuovamente confusa, intorpidita. Cancellata la classe, le persone saranno da un lato isolate nell’individualismo, e dall’altro confusamente riunite nel nazionalismo (…)”. [3]
La retorica pervasiva del “buon cittadino” – che controlla se stesso, la sua famiglia, i suoi colleghi e i suoi vicini di casa – rappresenta un importante tassello nel rafforzamento dell’egemonia della classe borghese, che mira a normalizzare e far accettare ulteriori forme di controllo sociale tramite piattaforme, app e tracciamenti. L’uso di questi dispositivi viene dipinto come una necessità, finanche un privilegio, mentre si tralascia di sottolineare l’illegalità delle registrazioni delle riunioni di lavoro o l’invasione della privacy individuale. Un esempio su tutti riguarda l’uso di Zoom, considerato pratico e veloce, ma in grado di accedere alle informazioni contenute nella rubrica, tra nomi, cognomi, indirizzi, contatti e dettagli acquisiti anche quando l’utente usufruisce in maniera occasionale del servizio. Nulla di nuovo sotto il sole – se pensiamo a gps e app che tracciano spostamenti, tragitti, comportamenti, preferenze, raccogliendo un enorme mole di dati personali da sfruttare a scopi commerciali – ma registriamo innegabilmente un salto in avanti in queste forme molteplici di controllo. Non è un caso che, a più riprese, si faccia largo la proposta di utilizzare i dati telefonici e le applicazioni degli smartphone per tracciare gli spostamenti e i dati biometrici di chi li utilizza.
In questo scenario, persino il reddito di cittadinanza diviene uno strumento per disciplinare il cittadino che ne ha diritto. Il premier Conte ha infatti annunciato la ricerca di una nuova app funzionale all’incontro tra domanda e offerta di lavoro, grazie ad un algoritmo, puntando a realizzarla nei tempi utili al Recovery Fund, dopo un anno e mezzo di fallimenti dell’Anpal guidato da Domenico Parisi. Oggi questa impresa “è stata affidata alla ministra per l’innovazione Paola Pisano che ha dimostrato di sapere costruire almeno una app. Si tratta di Immuni, la “app” per il tracciamento del Covid, un fallimento ben sponsorizzato: è stata scaricata sul 17% degli smartphone. (…) Stavolta il miracolo algoritmico dovrebbe essere realizzato da un sistema multilivello fondato sui centri per l’impiego che dipendono dalle regioni e non hanno ancora espletato i concorsi previsti per assumere il personale; sui quasi 3 mila “navigator” precari che scadono tra sei mesi e non sono stati messi in grado di svolgere i loro sfuggenti compiti; sugli oltre 500 precari di Anpal Servizi prorogati fino al 31 dicembre 2021”. [4]
Nell’avvitarsi della crisi del sistema capitalistico, il ruolo dei mass media si fa sempre più importante: “nel clima emergenziale assistiamo alla schizofrenia della comunicazione massmediatica in cui si parla molto di ritorno alla “normalità” post “emergenza”, inserendo una terminologia medica a livello politico: l’agente patogeno diventa il “nemico”, che possibilmente proviene dall’esterno (il cinese, l’immigrato). Per questo si invoca la chiusura dei confini, il respingimento dei rifugiati, si insinua il dubbio sul vicino di casa, sull’”assembramento”. Il risultato è l’esasperazione dell’individualismo e la desolidarizzazione sociale funzionali ad un sistema che ci vuole soli e divisi per comandare meglio”. [5]

L’emergenzialismo sui posti di lavoro

Le implicazioni che l’emergenza coronavirus getta sul clima sociale-politico-economico del nostro paese e a livello mondiale sono moltissime e si intersecano pesantemente con la crisi strutturale che attanaglia il capitalismo mettendone a nudo tutte le debolezze e l’incompatibilità con il benessere delle masse”. [6]
Oggi infatti l’epidemia è utilizzata come un pretesto funzionale non solo ad accentrare i poteri in mano all’esecutivo, ma anche all’ulteriore disciplinamento dei rapporti produttivi nel mondo del lavoro, con pesanti ricadute sulle possibilità di sviluppo della lotta di classe. Da comunisti e da lavoratori, una delle prime contraddizioni vissute è stata quella di dover lavorare, ma di non poterci trovare tra colleghi in assemblea. La borghesia ha infatti cercato di colpire i contatti tra la classe, a partire anche dalla negazione delle assemblee sindacali, arrivando al controllo totale della socialità nelle pause caffè alle macchinette e continuando a vietare o limitare forme di lotta come presidi e cortei. Quello di annullare o compromettere queste relazioni è stato un obiettivo evidente, derivato dalla necessità principale del potere di tutelare i propri profitti e prevenire ogni possibile sviluppo del conflitto di classe.
Non è un caso che la borghesia abbia accelerato su alcuni fronti dei piani di ristrutturazione del capitalismo, uno su tutti il potenziamento dello smart working, in grado di consentire un notevole risparmio di capitale fisso, in termini di attrezzature, spazi e uffici e di aumentare necessariamente l’isolamento, ponendo il singolo lavoratore a casa propria senza relazioni coi colleghi; una situazione che favorisce di conseguenza gli attacchi finalizzati ad una maggiore frammentazione e individualizzazione dei rapporti di lavoro, a favore della parte padronale. (Vedasi Nuove forme di sfruttamento, la rivoluzione tecnologica al tempo del Covid, alla sezione 2 del numero corrente). Sui singoli lavoratori, inoltre, è stata scaricata anche la questione della sicurezza sanitaria, dando per scontato che ognuno abbia un ampio spazio ad uso esclusivo, dotato di strumentazione tecnologica e di una buona connessione internet.
Nei contesti lavorativi più disparati di assistiamo a feroci e rinnovati tentativi di licenziamento. Circa 330 mila donne e altri 330mila giovani (fino a 34 anni) hanno perso il lavoro nei mesi di pandemia. [7] La tendenza manifestatasi è proprio quella di colpire le donne, soprattutto se madri, quindi considerate meno affidabili, meno flessibili, meno fedeli all’azienda. Questo attacco nei loro confronti appare contraddittorio rispetto alle stesse logiche del capitalismo contemporaneo: dopo decenni trascorsi ad argomentare sulla necessità di “fare largo alle donne” – assumendole e blaterando di rompere il “soffitto di cristallo” che impedisce l’affermazione professionale e l’ascesa sociale – ora i licenziamenti a danno delle donne sembrano volerle ricollocare in ambiti di controllo come la famiglia nucleare, in cui la cura di bambini, anziani e disabili è sempre più compromessa dalle lacune o dall’assenza dello stato sociale.
A partire dal lockdown, per tante lavoratrici e i lavoratori che restano ai propri posti di lavoro, si stanno invece concretizzando demansionamenti e soprattutto maggiori carichi di lavoro. A partire dai banali leitmotiv “Siamo tutti sulla stessa barca” e “Andrà tutto bene” si snodano i tentativi costanti e pervasivi di annullare la coscienza di classe. Ogni lavoratore viene chiamato al senso di responsabilità e di flessibilità, parole dietro a cui si palesano un maggiore sfruttamento individuale e un tentativo padronale di allentamento dei legami tra lavoratrici e lavoratori chiamati alla sicurezza, alle regole, all’ordine sulla propria postazione di lavoro e al controllo dell’operato dei colleghi, minando la fiducia e soprattutto perdendo di vista i propri interessi di classe. Un contesto in cui l’individuo che ha perso il lavoro o che percepisce forme di sussidi viene sempre più dipinto come l’incapace o il fannullone da mantenere, colui verso cui puntare il dito (in basso, anzichè verso l’alto), mentre le pratiche di solidarietà (in primis le raccolte e le distribuzioni di pacchi alimentari) vengono divise tra quelle “buone” – autorevoli, sicure, decorose, in una parola istituzionali – e quelle “cattive” – organizzate dal basso, da settori di classe, capaci a livello di massa di evidenziare le enormi disuguaglianze del sistema capitalista.
La narrazione politica mediatica di tutti questi aspetti è così “di parte” (borghese ovviamente) da tentare di eludere qualsiasi legame con la realtà oggettiva. L’emergenzialismo sanitario, per la classe dominante, non vuole essere altro, nel suo complesso, che il modo per coprire la crisi del capitalismo e rafforzare la propria egemonia. [8]
Emergenza e normalità sono sicuramente due paradigmi che non assumiamo perché la “normalità” è quella dello sfruttamento capitalistico, è quella della scienza al servizio del capitale, l’ambiente delle zone rosse della pianura padana è quello di una camera a gas e di una lastra di cemento, gli spazi sono quelli della militarizzazione e della censura. Tanto per dare un dato di “normalità” in ambito sanitario: ogni giorno muoiono in Italia 485 persone di tumore e la nocività capitalistica ne porta la responsabilità maggiore, con le malattie professionali, l’inquinamento ambientale, l’avvelenamento dei cibi…Tutto questo ci risbatte in faccia la verità: il sistema capitalista è incompatibile col benessere delle masse e dell’ambiente in cui viviamo; le modalità con cui viene gestita questa stessa emergenza stanno a significare che per il capitale si può tranquillamente sacrificare la salute dei lavoratori sull’altare del profitto”. [9]

Emergenzialismo e scuola

Morto il “welfare state” che per decenni aveva rappresentato uno strumento di controrivoluzione preventiva in Europa – per integrare le masse popolari nell’egemonia del grande capitale – si passa ad un modello di “security state” dove prevale la dimensione poliziesca e militare dell’ordine interno e la paranoia securitaria è funzionale a trovare consenso allo Stato nella popolazione. [10] Con l’epidemia di Covid19 e la sua gestione emergenzialista, alle paure già strumentalizzate e dispensate dalla classe dominante (“terrorismo”, immigrazione, criminalità…) si è aggiunta quella ancora più totalizzante del virus.
Se da un lato l’uso dei provvedimenti amministrativi ha esasperato un tentativo di controllo totale sulla società, parallelamente il mondo del lavoro ha visto un’importante accelerazione nell’uso dello smart working che – come abbiamo visto già nella seconda sezione di questo numero – pone il lavoratore nella condizione di “dimostrare” la propria produttività da casa, utilizzando il proprio spazio personale, la propria connessione e spesso anche la propria strumentazione, aprendo spazi nuovi per il controllo padronale. Se l’uso delle tecnologie informatiche nel contesto domestico ha stravolto lo spazio lavorativo, ponendo il lavoratore in una condizione di isolamento, lo stesso ha riguardato il mondo della riproduzione del sapere: la scuola. Qui infatti registriamo il tentativo di rendere prassi la didattica a distanza (Dad), già rivelatasi in tutto il suo classismo e in tutta la sua frammentazione. “(…) A Milano, la quasi totalità degli istituti proporrà la didattica “mista”, ovvero parte delle lezioni in aula e parte attraverso lezioni da remoto che si svolgeranno, nella maggior parte dei casi, in sincrono. In questi mesi le scuole hanno potenziato la connessione internet per fare in modo che metà classe possa seguire la lezione in aula e l’altra metà, collegata da remoto, la veda in diretta. (…). In tutti gli indirizzi dell’Albe Steiner, la trasmissione in diretta web della lezione per gli alunni a casa, sarà curata non dal personale della scuola, ma da quattro studenti della stessa classe, che dovranno occuparsi delle riprese, della regia, della manutenzione dei dispositivi elettronici. (…) E che, infatti, sarà valutato come progetto di alternanza scuola-lavoro. Lo ha stabilito il preside, Domenico Balbi. Curare le riprese toccherà a quattro ragazzi, a turno — racconta — Nel biennio saranno aiutati, all’inizio, da un assistente tecnico. Metà della classe seguirà le lezioni a scuola e, la settimana successiva, invece, da casa, facendo venire in classe chi seguiva da remoto (…)”. [11] Questo esempio ci chiarisce bene come le classi vengano smembrate, allentando e individualizzando i rapporti, rischiando di ghettizzare gli alunni e le famiglie non informatizzate, mettendoli di fronte a condizioni di stress e frustrazioni e – in barba alla scuola di massa – alla prospettiva della dispersione scolastica.

La Dad è anche motivo di frammentazione nel corpo docente che ha minori possibilità di confronto e organizzazione, che si ritrova schiacciato dalle pretese dei dirigenti scolastici e dalle dinamiche di guerra tra poveri che scaglia le famiglie stressate contro gli insegnanti sovraccarichi. Non va infatti dimenticato che la Dad non coinvolge solo il personale docente e gli studenti, ma inevitabilmente anche le loro famiglie, in particolare le donne che, oltre ad essere lavoratrici e madri, si ritrovano anche ad improvvisarsi insegnanti dei propri figli, con un triplo carico di lavoro.
La Dad sta velocemente diventando certezza in molti luoghi dell’istruzione superiore, comprese le università pubbliche, dove sembra abbattersi ancora di più la selezione classista a danno degli studenti – tra chi ha i mezzi economici per potersi mantenere in un’altra città senza lavorare e anche in caso di altri lockdown – e i proletari che, senza delle certezze, non possono spostarsi dalla propria residenza per seguire gli studi in un’altra città. Questo quadro non rappresenta solo una pesante regressione dal punto di vista del diritto alla formazione, ma è anche un fenomeno molto contraddittorio: infatti se da un lato le università tornano ad essere prevalentemente appannaggio dei giovani borghesi, d’altro canto, il rovescio della medaglia è la distruzione di quote di capitale, proprio a causa del ridimensionamento della popolazione universitaria fuori sede, che riduce fortemente le entrate in termini di affitti di stanze e appartamenti e di consumi nel territorio cittadino.
D’altronde il fatto che scuole, università e luoghi di cultura come musei, biblioteche ecc. siano stati gli ultimi luoghi riaperti dal governo, dimostra il sostanziale disinteresse per una reale formazione culturale di massa, lasciando invece campo aperto al rimbecillimento massmediatico e della rete, più funzionali e profittevoli oggi al potere politico ed economico. Venendo al nostro “che fare”, pensiamo che nella pratica sia in primis necessario respingere il clima di terrorismo che si sta sedimentando nelle scuole. Mentre le classi pollaio, le cattedre scoperte e i sottorganici restano ai loro posti, il governo ha scaricato le responsabilità sui lavoratori, sugli studenti e sulle singole famiglie. Oggi gli studenti, tanto quanto i lavoratori, non possono ritrovarsi in assemblea a scuola, non possono recarsi in una zona dell’istituto che non sia il blocco di pertinenza della propria aula, non possono sostare alle macchinette del caffè, pena l’assembramento.
Da comunisti dobbiamo sostenere tutte quelle rivendicazioni – di studenti, genitori e personale scolastico – che in questi mesi si stanno sviluppando: in particolare la necessità di una didattica in presenza e in sicurezza, l’assunzione e la stabilizzazione del personale, l’aumento dei finanziamenti alla scuola pubblica e il ripristino dei presidi sanitari nelle scuole.

Il diritto di guerra

La comunicazione mediatica ufficiale e la propaganda politica ha utilizzato una grande metafora per rappresentare l’emergenza sanitaria: quella della guerra. Un sistema di comunicazione che si basa su un rodaggio oramai quasi ventennale, quello della guerra al “terrorismo”, che pervade ideologicamente la politica e la società imperialista, coprendo le aggressioni belliche neocolonialiste e giustificando la stretta repressiva del controllo sociale sul fronte interno. Ora si è passati da un nemico che rappresentava l’alterità – il fanatico, l’islamico, l’immigrato – ad uno che corrisponde con noi stessi, perchè il virus è potenzialmente addosso a chiunque.
Visto che la borghesia imperialista non vuole e non può gestire l’epidemia in termini sanitari, si gioca la carta del clima di guerra e del diritto di guerra, dialettizzandosi ovviamente con la permanente emergenza “terrorismo”. Il ricatto ideologico è molto simile e totalizzante: dalla guerra per la “civiltà e la democrazia” alla guerra per la “sanità e la salute”. I passi concreti sono ancora più indicativi: il divieto di uscire dalle abitazioni, i militari nelle strade, l’incitamento alla delazione, la chiusura delle attività non strettamente necessarie al grande capitale … sono i tipici provvedimenti dello stato di guerra. Se in nome della guerra al nemico dichiarato e visibile, esterno ed interno, del “terrorismo” si è potuto compiere ogni passaggio di aggravamento e affinamento della normativa internazionale, interna e della prassi autoritaria degli Stati, figurarsi cosa si può compiere nella guerra ad un nemico invisibile e potenzialmente ovunque?
Quella della gestione emergenzialista dell’epidemia è un prezioso campo di sperimentazione per la classe dominante, sia in funzione della guerra imperialista sia in funzione della “guerra interna” cioè per il controllo e la repressione delle masse popolari. Tutto ciò sullo sfondo della crisi che aggrava le contraddizioni internazionali e quelle interne.
Ma la gestione dell’attuale emergenza sanitaria in termini di guerra e di autorità repressiva dimostra anche il fallimento della borghesia imperialista e la crisi strutturale del sistema capitalista che, in questa fase, ha ulteriormente palesato le disuguaglianze e i crimini di cui è intriso. D’altro canto decreti, smart working, Dad, chiusure di servizi e ristrutturazioni hanno destabilizzato la vita dei proletari, ma hanno anche fatto riscoprire molteplici forme di resistenza: scioperi, mobilitazioni che hanno unito insegnanti, studenti e famiglie nel rivendicare il diritto allo studio e un’istruzione di massa, picchetti, pratiche solidali di classe. Noi comunisti/e “ripartiamo” da qui.

 

Note:

[1] Cosa intendiamo per controrivoluzione preventiva, Antitesi, numero 0, 2015
https://www.tazebao.org/cosa-intendiamo-per-controrivoluzione-preventiva/

[2] La democrazia governante, Antitesi n° 5, pp. 66 s.

[3] W. Bukowski, La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro, ed. Alegre, Roma, 2019

[4] La torsione disciplinare del “reddito di cittadinanza”: più controlli su poveri e precari, Il Manifesto, 28 settembre 2020

[5] Il coronavirus mette a nudo un altro virus da eliminare: il capitalismo, tazebao.org, 17 marzo 2020

[6] Ivi

[7] Il blocco dei licenziamenti salva gli over 50: a pagarne le conseguenze sono donne e giovani, Open online, 28 agosto 2020

[8] Vedi Glossario, Antitesi n° 6, p. 55
https://www.tazebao.org/glossario-antitesi-n-6/

[9] Il coronavirus mette a nudo un altro virus da eliminare: il capitalismo, tazebao.org, 17 marzo 2020
https://www.tazebao.org/il-coronavirus-mette-a-nudo-un-altro-virus-da-eliminare-il-capitalismo/

[10] Vedi Lo stato d’emergenza in Francia, Antitesi n° 2, pp. 73 ss
https://www.tazebao.org/stato-emergenza-francia/.

[11] G. M. Fagnani, Milano, a scuola debuttano i set per le lezioni online: ecco come funzionano, Corriere della Sera, 7 settembre 2020

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