Eppur si muove

0

Antitesi n.9
Sezione 2: Classi sociali, proletariato e lotte
Download

Lotta di classe al tampo del Coronavirus

Agli inizi di marzo gli operai di Pomigliano battono il primo colpo bloccando le linee di montaggio, successivamente molte altre aziende in tutta Italia danno vita a scioperi, blocchi e rallentamenti della produzione in varie forme.
Mentre il governo dispensava decreti alle ore più disparate, mentre interi paesi erano zone rosse, mentre i numeri ufficiali dei contagiati, delle terapie intensive e dei morti descrivevano una situazione da “stato di guerra”, all’interno di molte fabbriche, uffici e magazzini la vita scorreva normale. Il Covid19 si fermava al cancello d’ingresso superato il quale si poteva stare accalcati sulle linee di montaggio, non servivano dispositivi di sicurezza particolari o istruzioni specifiche. Le parole ripetute come un mantra, “state a casa”, assumevano un valore da presa in giro per tutte le lavoratrici e i lavoratori che ogni giorno continuavano a lavorare.
Giovedì tra i lavoratori l’amaro in bocca si trasforma in rabbia e in rifiuto di mediazioni. Prima si prova con le buone, si va dai vari Rsu e Rls per cercare di capire cosa vogliono fare, ma le direttive dei loro funzionari sono ambigue, bisogna aspettare, forse il governo chiuderà le aziende e forse metterà sul piatto soldi per la cassa integrazione. Ma di aspettare non se ne può più. Nelle aziende con delegati pronti e svegli si chiama immediatamente lo sciopero e il blocco, nelle altre invece si assiste a episodi di varia entità: colleghi che prendono e vanno a casa senza dir nulla, si organizzano malattie di massa, si rallenta la produzione, si formano capannelli nei quali si discute per capire come muoversi con o senza il sindacato, poco importa, bisogna chiudere la fabbrica punto. La situazione sfugge così tanto di mano che i sindacati confederali danno il via libera all’agitazione e alla mobilitazione. Su Facebook e nei gruppi Whatsapp è un continuo postare o condividere notizie di fabbriche in sciopero, articoli di aziende che si fermano e di blocchi. Questo provoca un effetto valanga che coinvolge anche le realtà di medie e piccole dimensioni”. [1]
A fine febbraio la Confindustria di Bergamo, responsabile di uno degli epicentri della pandemia, pubblica Bergamo is running per cercare di tranquillizzare gli investitori e i mercati internazionali: una delle principali locomotive industriali d’Italia continua a correre come se nulla fosse e non ha nessuna intenzione di fermarsi.
Quando, insomma, le scuole e gli spazi di agibilità politica e socialità venivano chiusi dal governo, i luoghi di lavoro rimanevano in gran parte aperti a dimostrazione che la salute e la sicurezza dei lavoratori è in chiara contraddizione con i profitti padronali. Questa contraddizione, assieme alla più becera arroganza di Confindustria, ha fatto da detonatore a una mobilitazione che ha coinvolto da subito i lavoratori della logistica. In particolare alcuni sindacati di base, giocando d’anticipo, hanno chiesto fin da fine febbraio l’introduzione di procedure e dispositivi anticontagio (mascherine, distanziamenti, sanificazioni, ecc) e sopratutto la modifica del Duvri, il documento unico di valutazione dei rischi, strumento obbligatorio nelle aziende che affidano ad un’impresa appaltatrice esterna (o a lavoratori autonomi) lavori o servizi da svolgere all’interno della propria struttura.
La mobilitazione in difesa della salute ha coinvolto anche quei settori che in questa fase non vantano grande fibrillazione come i metalmeccanici e altri operai delle industrie. L’aspetto interessante, infatti, è stata la natura spontanea degli scioperi e dei blocchi in questi settori. Mentre nella logistica, da anni, esiste una mobilitazione continua e determinata dei lavoratori grazie al lavoro svolto dai sindacati presenti, nelle industrie le mobilitazioni sono nate contro l’iniziale parere delle organizzazioni sindacali, ovvero tradizionalmente Cgil, Cisl e Uil. Queste ultime, di fronte all’estendersi delle mobilitazioni, sono state costrette a rincorrere il protagonismo dei lavoratori, coprendo formalmente gli scioperi e lasciando mano libera ai delegati.
Da parte sua, il governo Conte, responsabile dell’accordo sul protocollo di sicurezza per i lavoratori, propagandato nella stampa con lo slogan “L’Italia non si ferma”e firmato il 14 marzo con i sindacati confederali, voleva lasciare le fabbriche aperte, secondo i dettami di Confindustria. Ma, nello stesso fine settimana, viene costretto a decretare una chiusura parziale ma comunque rilevante, degli impianti di produzione.
Nonostante gli scioperi, durante la serrata definita per decreto, il padronato è riuscito a mantenere aperta quasi più della metà della produzione, grazie ad un impianto legislativo farraginoso e pieno di buchi, lasciati appositamente dal governo per dare la possibilità alle aziende di aggirare gli ostacoli e continuare a produrre. Qualsiasi azienda poteva autocertificare, con una semplice comunicazione al prefetto, di far parte della filiera delle attività essenziali e, in caso di comunicazione falsa, non era prevista alcuna sanzione, anzi, il silenzio assenso delle prefetture legittimava di fatto le riaperture indiscriminate, visto che le prefetture non erano assolutamente in grado di poter vagliare le singole richieste di deroga.
Ma se l’obiettivo di Confindustria era quello di formalizzare nuovi rapporti di forza, rivendicando il diritto di “autogoverno” all’interno delle aziende – un passaggio questo funzionale allo scontro più generale su salario, contratti, ecc – non gli è riuscito grazie alla lotta di quei giorni. Ovviamente, questo non significa aver vinto, ma quantomeno aver messo un argine alla strafottenza dei padroni.
Fuori da inutili illusioni possiamo dire che la mobilitazione di marzo ha visto un importante protagonismo operaio e ha avuto il coraggio di rompere quel clima di unità nazionale funzionale alla gestione borghese della crisi. Un segnale incoraggiante in un settore che si scontra e soprattutto si scontrerà contro gli obiettivi di Confindustria sulla contrattazione nazionale. I contratti collettivi sono fermi al palo da anni, il padronato punta a non concedere alcun aumento sulla paga base e, anzi, a legare sempre di più il salario a produttività e welfare aziendale. Inoltre, il settore industriale sarà uno di quelli maggiormente investiti dall’ondata di chiusure e ridimensionamenti del personale conseguente alla fine del blocco dei licenziamenti.

I nodi economici

L’avvitamento della crisi correlata alla diffusione del Covid19 e alle misure di contenimento messe in campo dal governo colpisce tutti i settori del lavoro, soprattutto quello precario e a chiamata che durante la quarantena collettiva è rimasto senza salario. Se il lavoro dipendente privato ha potuto contare sull’attivazione della cassa integrazione, per i settori esclusi da questo istituto si è dovuto aspettare dei provvedimenti ad hoc. Per quanto, a parole, Confindustria sia sempre stata contraria alla logica del bonus e del denaro a pioggia ai lavoratori rimasti senza salario, in questo caso lo sostiene con l’obiettivo di evitare una ovvia esplosione di malcontento sociale.
I lavoratori del settore dello spettacolo si sono subito mobilitati essendo tra i primi ad essere colpiti dalle misure di contenimento visto che si sono ritrovati senza salario e completamente scoperti dai tradizionali ammortizzatori sociali. Questa mobilitazione, che in pieno lockdown ha cercato di darsi da subito un carattere nazionale, non senza difficoltà, ha rivendicato la necessità di uno strumento di sostegno al reddito. Il governo, nel decreto rilancio di maggio, ha allargato la platea dei beneficiari del bonus di 600 euro comprendendo anche i lavoratori dello spettacolo. La mobilitazione, pur avendo ottenuto un primo risultato, non si è fermata, anzi, ora si pone l’obiettivo di costruire una vertenza nazionale che regolarizzi il mercato del lavoro del settore. Il problema posto dalle lavoratrici e dai lavoratori, superata la fase dell’emergenza, è quello delle modalità della ripartenza. Il settore dello spettacolo è caratterizzato dalla precarietà, dal subappalto, dalle finte cooperative, da contratti, quando ci sono, completamente arbitrari. Il Covid19 ha fatto esplodere le contraddizioni già in essere dando la spinta all’organizzazione in una realtà prima priva di organismi di lotta.
Un altro fronte nel quale la mobilitazione non si è fatta imbavagliare dalle norme anti covid, improntate alla disciplinarizzazione di massa e alla negazione del diritto a manifestare, si è sviluppato nelle università e nella ricerca pubblica e ha visto come protagonisti anche i dottorandi e gli specializzandi con flash-mob, in diverse piazze italiane, in particolare a Roma e Milano. Così scrivono i dottorandi della Sapienza di Roma in un documento dove si propone la costituzione di un comitato di lotta: “Non far pagare la crisi dell’emergenza ai precari…Si tratta di un settore che negli ultimi decenni è stato massacrato dai tagli, ha visto diminuire gli organici e nel quale si è esteso sempre di più il ricorso a figure precarie. Alimentando la differenza tra atenei ricchi e poveri con il dilagare dell’autonomia universitaria. Oltre che la competizione tra i pochi fortunati che riescono a portare avanti brillanti carriere accademiche e un vasto numero di ricercatori che invece annaspa per anni (a volte decenni) in forme di precariato estremamente incerte… In questo contesto si inserisce l’emergenza che stiamo vivendo in questi mesi. Molti di questi lavoratori a tempo determinato nell’università ricevono un salario (mediamente basso) per lavorare su progetti specifici che hanno una precisa scadenza temporale. Risulta evidente che non poter lavorare per mesi renda estremamente complicato concludere i progetti entro i tempi previsti, mettendo a rischio il proseguo delle carriere lavorative di migliaia di persone… In realtà ormai tutto il sistema della ricerca e dell’università si basa su di un intricato rapporto tra il ricorso al lavoro precario e i deliberati tagli ai finanziamenti pubblici… Non si tratta solo dell’austerità tante volte invocata, ma di un complesso sistema che a partire dall’autonomia universitaria tende a trasformare gli atenei in aziende, la cui prima preoccupazione è il bilancio piuttosto che la didattica o la ricerca. In questa ottica diventa fondamentale tagliare le spese ed aumentare i ricavi. Per questo da una parte si riducono gli organici a tutti i livelli con il massiccio ricorso al precariato, dall’altra si aumentano le tasse per gli studenti e si incoraggia l’ingresso dei privati nell’università. Con conseguenze significative in alcuni settori specifici della ricerca, dove si mettono in piedi progetti cofinanziati pubblico-privati in nome della collaborazione con le aziende. Con il risultato che così i privati possono profittare della ricerca pubblica, acquisendo conoscenze tecnologie e brevetti ad un costo inferiore. Sfruttando gruppi di ricerca composti in maggioranza da precari che a fine progetto rischiano di rimanere senza lavoro. [2]
Per quanto il governo abbia previsto una serie di misure per tamponare la situazione in attesa di una teorica ripresa, nel concreto la realtà vede i settori del turismo, del commercio e della ristorazione in pesante contrazione con perdite di posti di lavoro non coperti dal blocco dei licenziamenti. È il caso dei lavoratori somministrati, a tempo determinato o con contratti di collaborazione e progetto, fino ad arrivare all’enorme lavoro nero che caratterizza questi settori.
Le città svuotate dalla quarantena, l’introduzione dello smart working e delle lezioni a distanza nelle università, le misure di contenimento contro gli assembramenti, stanno determinando una crisi senza precedenti e la proletarizzazione di ampi settori della piccola borghesia. Confesercenti, a giugno, ha lanciato l’allarme sul rischio di chiusura di circa 100 mila [3] attività tra bar e ristoranti. L’interesse del sindacato della piccola borghesia è chiedere un accesso agevolato e possibilmente a fondo perduto al credito, ma rende l’idea di come ampi settori di massa si ritroveranno schiacciati dalla crisi ampliando la platea di disoccupati e di manodopera in cerca di lavoro.
La crisi, soprattutto nel commercio e nella ristorazione, si spiega anche con la spinta, nel clima di emergenza sanitaria, alla crescita del commercio online e della ristorazione a domicilio, modificando l’offerta nella quale alcuni settori crescono e altri sono destinati a perire. I dati in merito sono impietosi: una crescita di circa 2 milioni nuovi fruitori e un aumento del ecommerce del 116% rispetto all’aprile dell’anno prima, con un trend di oltre il 50% di aumento, dato rimasto stazionario a seguito della riapertura dei negozi e del venir meno delle misure di contenimento. [4]
Questo significa che, per quanto il governo possa promuovere misure tampone e la piccola borghesia speri in misure a fondo perduto, sarà il modificarsi del mercato stesso a spingere fuori una fetta importante di piccoli imprenditori.
La crisi dunque amplifica la contraddizione esistente nel campo borghese: il grande capitale, oltre a scaricare i costi della crisi sui proletari e la classe operaia, spinge ampi strati di piccola borghesia alla proletarizzazione. Questo terreno materiale è ampiamente cavalcato dalle destre che puntano a dirigerlo in funzione di una mobilitazione reazionaria.
La destra cerca di raccogliere e dirigere la piccola borghesia impoverita verso parole d’ordine che mettono masse contro masse, cercando di impedire che le istanze dei settori in via di proletarizzazione si leghino con quelle delle classe operaia e delle masse popolari contro il nemico principale, la borghesia imperialista. Mettere masse contro masse significa, in questa fase, additare l’untore di turno – in particolare l’immigrato – nonché giocare alla contrapposizione tra sopravvivenza economica, salute e libertà personale, puntando ora su una ora sull’altra, per raggranellare consensi, come si sono specializzati a fare Salvini, Meloni, Forza Nuova…
D’altra parte la borghesia imperialista, nel suo complesso, non sta giocando apertamente la carta della mobilitazione reazionaria – anche perchè manca una forte mobilitazione di classe e rivoluzionaria a cui contrapporla – ma nello stesso tempo ne tiene in vita il germe e la utilizza a proprio vantaggio a seconda delle occasioni. Possiamo affermare che questi germi di mobilitazione reazionaria riflettono una frattura esistente all’interno della stessa borghesia imperialista sulla crisi sanitaria, quella che vede contrapposta la linea emergenzialista incarnata principalmente dal governo Conte e la linea di tutela del “normale corso degli affari” che la destra leghista e fascista tenta di rappresentare. Ovviamente tale contraddizione emerge soprattutto sulla gestione della crisi economica, sulla quale la destra punta a mobilitare i settori di piccola borghesia impoverita.
Lasciare questi settori impoveriti in balia delle destre significa perdere un potenziale alleato per il proletariato contro la borghesia imperialista.
L’aggravarsi delle condizioni economiche durante il lockdown, che ha visto tante persone a casa senza salario e senza reddito, ha dato il via anche a moltissimi esperimenti di solidarietà in tutto il territorio nazionale. Questi percorsi hanno rappresentato un interessante terreno di scontro con la borghesia imperialista sulla gestione, dal punto di vista sociale, della crisi sanitaria. Non a caso il governo ha cercato di contrastare o addirittura reprimere le esperienze organizzate dal basso di mutuo appoggio, con l’obiettivo di non perdere egemonia soprattutto nelle città e nelle aree governate dalla sinistra come a Milano. Proprio nella metropoli d’Italia, governata dalla borghesia di sinistra, durante la quarantena gli sgomberi e gli sfratti sono andati avanti, alla faccia di tutta la retorica sulla solidarietà del sindaco Sala.
L’organizzazione della solidarietà di classe, così come la lotta per il diritto alla casa, sono terreni di lavoro per il radicamento dei compagni nei quartieri popolari, diventano campo di scontro dove contrastare nel concreto l’egemonia della classe dominante, utili a smascherare l’ipocrisia del “siamo tutti sulla stessa barca” con la quale i padroni e il loro Stato cercano di imporre un nuovo patto sociale, funzionale alla gestione borghese della crisi del capitalismo.

Ristrutturazione e nuovi rapporti di forza

L’elezione di Bonomi a capo di Confindustria nel bel mezzo dell’epidemia ha chiarito subito quale fosse l’indirizzo degli industriali. Espressione della borghesia produttiva lombarda, tra i principali responsabili della diffusione dell’epidemia nella regione, si è fatto notare per arroganza e schiettezza nel declinare gli obiettivi padronali: libertà di licenziare, nessun aumento in busta paga, slegare il salario dall’orario di lavoro legandolo alla produttività, ampio uso del welfare aziendale detassato, ecc.
Ad oggi sono oltre 10 milioni i lavoratori ai quali è scaduto il contratto nazionale e che Confindustria non ha intenzione di negoziare. Non a caso il neo presidente ha inviato una lettera infuocata contro i padroni di Barilla, Ferrero e quanti hanno firmato in primavera un accordo sindacale tra i confederali e Unionfood, Assobirra e Ancit (itticoltori). L’accordo, al ribasso e in deroga al Ccnl alimentaristi, sarebbe colpevole di cedere all’aumento di 20 euro lordi mensili, ben lontano dalla richiesta dei sindacati di 205 euro netti, ma comunque troppo oneroso per Confindustria.
Su questa linea va letto anche il blocco della sottoscrizione del nuovo contratto nazionale della sanità privata; alla pre intesa sottoscritta a giugno, Aiop (Associazione italiana ospedalità privata) e Aris (Associazione religiosa istituti socio-sanitari), le associazioni padronali degli istituti sanitari privati, hanno deciso di ritirarsi dal tavolo senza alcuna spiegazione. Va letta allo stesso modo anche la rottura della trattativa per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, a inizio ottobre.
La linea è chiara: ristrutturare le aziende riducendo l’occupazione e aumentando il saggio di sfruttamento, attaccare i diritti e le libertà sindacali per avere maggiore mano libera sulle lavoratrici e i lavoratori. Il blocco dei licenziamenti, prorogato parzialmente sino alla fine del 2020, opera da tampone all’emorragia di posti di lavoro calcolato da Istat e Banca d’Italia tra le 900 mila e un 1 milione di unità, a fronte di una caduta del 9% del Pil5.
A questi dati andranno aggiunti i licenziamenti causati dal salto tecnologico operato dalle aziende con l’introduzione dell’Industria 4.0, un fenomeno che nel nostro paese è ancora debole e poco visibile, ma che a causa dell’aggravarsi della crisi e della necessità dei padroni di rendere maggiormente competitive le proprie aziende, sarà sempre più forte, grazie anche all’annunciato investimento di parte del Recovery Fund, pari a 27 miliardi, in questo campo. Questo avviene in un quadro industriale già in grossa difficoltà e che vedeva circa 120 tavoli di crisi al Mise, per un totale di circa 160/170 mila lavoratori coinvolti, con all’interno vertenze come Arcelor Mittal, Whirpool, Jabil, Jsw e Alitalia.
In questo contesto di attacco frontale si inseriscono una serie di vertenze che fanno da preludio alla stagione futura, parliamo della catena di licenziamenti politici che hanno colpito diversi magazzini della logistica in tutta Italia: Peschiera Borromeo, Padova, Malpensa, Torino e non solo.
A maggio la multinazionale FedEx/Tnt lascia a casa 66 lavoratori interinali, disdettando l’accordo che ne prevedeva l’assunzione diretta e a tempo indeterminato dal primo maggio. Al presidio permanente e all’occupazione del magazzino indetto dal sindacato, la repressione risponde dispiegando circa 180 poliziotti e decine di camionette, mettendo in campo una prova di forza anti-operaia che crescerà ad ogni passo della mobilitazione, arrivando al suo culmine durante lo sgombero dei picchetti di giugno nel quale 6 lavoratori rimasero feriti. Va sottolineato l’utilizzo durante lo sgombero dei picchetti di guardie private e l’uso disinvolto del taser, a dimostrazione che il padronato si sta organizzando per uno scontro duro, dotandosi di strumenti nuovi ai quali bisognerà saper rispondere.
I licenziamenti alla FedEx/Tnt sono l’inizio di un piano di ristrutturazione aziendale che coinvolgerà tutte le filiali italiane del colosso della logistica. In questo caso, come ad esempio a Padova nel magazzino della Tigotà, una serie di licenziamenti “pretestuosi” sono il punto di partenza per costruire nuovi rapporti di forza all’interno dei magazzini, funzionali a colpire le conquiste ottenute fin’ora in questo settore, ma anche a dare un segnale chiaro di come le vertenze che sconfinano dal quadro pacificato e mortifero dei sindacati concertativi verranno gestite come un problema di ordine pubblico. In quest’ottica si inseriscono i 120 denunciati per gli scioperi e i picchetti all’Italpizza di Modena, dove la procura cittadina sta imbastendo un maxi – processo con lo scopo di stroncare il protagonismo operaio e la determinazione di lavoratrici e lavoratori che potrebbero diventare esempio in una delle realtà industriali più grosse del paese. Queste vertenze assumono quindi un valore generale per tutta la classe lavoratrice nello scontro contro il padronato.
Il settore privato non è l’unico nell’occhio del ciclone: il pubblico impiego, la scuola e la sanità sono in grossa crisi, dopo anni di tagli e cure dimagranti. Il Covid19 ha fatto emergere le contraddizioni che affliggono pressochè tutti i settori.
Negli ospedali, finita l’epopea nella quale gli operatori sanitari venivano descritti come eroi, si è tornati alla “normalità” della privatizzazione selvaggia, della precarietà e delle esternalizzazioni a cooperative e privati del terzo settore di parte della sanità pubblica. Una situazione che colpisce, oltre all’utenza, i lavoratori. E, nel silenzio stampa, anche gli infermieri e gli operatori sanitari del comparto pubblico e privato, hanno condotto numerose mobilitazioni e scioperi, anche per il rinnovo dei contratti. Un esempio di lotta è la mobilitazione al San Raffaele di Milano contro la volontà del gruppo Rotelli di applicare il contratto privato e disdire quello pubblico. Un cambio contrattuale ovviamente peggiorativo per i 3200 lavoratori.
Non solo, il Covid19 ha fatto emergere come anni di chiusure di strutture sanitarie di prossimità, ospedali di provincia e centri “secondari”, palesando quindi una gestione aziendalista della sanità pubblica, abbiano portato ad un impoverimento strutturale dei territori a danno della salute collettiva. Soprattutto visto che in tempi “normali” la sostituzione del servizio pubblico con il privato convenzionato ha nascosto le conseguenze del disastro in corso.
Anche nella scuola, con il Covid19, si è aggravata una situazione sulla quale pesano i tagli operati da tutti i governi. Il problema principale è quello inerente alla mancanza di personale e di strutture adeguate e al continuo ricorso al lavoro precario. In questo settore si stanno muovendo diversi filoni di mobilitazione. Uno di questi è quello dei precari che all’inizio dell’anno scolastico non avevano ancora ricevuto una collocazione, a causa anche del caos generato nell’attribuzione dei punteggi delle graduatorie provinciali. Oltre alla non collocazione pesa la spada di Damocle del nuovo contratto a tempo determinato, che in caso di nuova sospensione dell’attività didattica a causa della pandemia, vedrà i lavoratori lasciati a casa senza alcuna garanzia economica. Su un versante più generale si è visto scendere in piazza il movimento Priorità alla Scuola, denunciando le contraddizioni emerse dalla chiusura delle scuole ad oggi: orari dimezzati, personale mancante, linee guida di prevenzione arbitrarie. Un aspetto interessante di questa mobilitazione è il tentativo di unire le istanze di tutti gli attori che vivono la scuola quindi oltre alle lavoratrici e ai lavoratori, anche i genitori e gli studenti.
La riapertura di settembre si è palesata più come un atto formale che con un approccio sostanziale alle contraddizioni che attanagliano la scuola, rendendolo un terreno di scontro nel quale la partita è aperta e lo sciopero generale indetto da settori del sindacalismo di base, che ha visto una buona adesione e manifestazioni in diverse città italiane, ne è la dimostrazione. Il governo non ha nessuna intenzione di cambiare politica sull’istruzione continuando la linea dei tagli e del favorire la scuola privata.

I nostri compiti

L’inedita crisi sanitaria esplosa a fine febbraio ha modificato in maniera indelebile il corso delle cose e imprimendo un’accelerazione alla crisi economica e ai piani di ristrutturazione della borghesia. Alcuni elementi, che sono emersi sia nella fase in cui la crisi sanitaria era l’elemento principale sia nella fase attuale caratterizzata invece dalla crisi economica come elemento dirigente, hanno portato a diverse mobilitazioni e lotte sul tutto il territorio nazionale.
A nostro avviso possiamo delineare così le principali questioni che hanno portato lo scontro ad acuirsi: la questione della salute dentro e fuori i posti di lavoro; l’aggravamento delle condizioni economiche prodotta dal precipitare della crisi e gli effetti diretti e indiretti delle chiusure legate alla pandemia e alla sua gestione istituzionale, in primis i licenziamenti di massa per ora tamponati dal blocco imposto dal governo; i tentativi dei padroni di capitalizzare la situazione sia operando delle ristrutturazioni sia cercando di cancellare le conquiste ottenute dalla classe. All’interno di queste tre direttrici principali si sono sviluppate, o sono tutt’ora in corso, lotte e mobilitazioni che rendono fertile il terreno per i comunisti per un lavoro tra le masse orientato al radicamento tra di esse.
Dal punto di vista generale il dato principale è il peggioramento di condizione di vita delle masse e soprattutto della classe lavoratrice, nel particolare però la crisi ha riflessi differenti, settore per settore, fabbrica per fabbrica, azienda per azienda.
Se da un lato comprendiamo la crisi come detonatore delle contraddizioni materiali, dall’altro è fondamentale leggere come essa produca i suoi effetti concreti nella realtà che viviamo quotidianamente con l’obiettivo di calibrare un intervento efficace. All’interno di tutte le situazioni che abbiamo descritto la lotta delle lavoratrici e dei lavoratori è una lotta di resistenza, di difesa delle proprie condizioni materiali. Essa emergerà con o senza il ruolo dei comunisti, in quanto prodotto delle contraddizioni oggettive.
Dipenderà da noi invece che queste mobilitazioni diventino “scuole di comunismo”, terreni di crescita e sviluppo di coscienza della necessità di abbattimento del sistema capitalista e di organizzazione conseguente; sarà compito nostro cercare di rispondere al bisogno di una direzione politica di queste lotte e far sì che il dibattito superi il piano della rivendicazione economica.
All’interno dell’articolo abbiamo dato spazio anche alla proletarizzazione di ampi settori della piccola borghesia: pensiamo che per combattere e vincere contro la borghesia imperialista sia necessario per il proletariato e la classe operaia attirare a sé tutti quei settori di masse popolari che pagheranno una parte del prezzo della crisi. Tutti coloro che non hanno da guadagnare dalla gestione della grande borghesia della crisi vanno considerati come potenziali alleati per un fronte di classe.
L’aggravamento della crisi rende sempre più chiaro che gli squilibri del sistema capitalista nel quale viviamo sono ad esso intrinsechi. Vediamo anche che la guerra contro i popoli e lo scontro tra potenze imperialiste tende ad acuirsi e questo proprio perché nella tempesta economica della crisi la sopravvivenza di ogni formazione capitalista si dà a danno di altre.
La crisi è un dato irreversibile che esplicita la natura irriformabile del sistema, ogni proroga è un passo in più verso putrefazione e barbarie, ma il capitalismo non cadrà da solo, va costruita la forza capace di assestare il colpo.

 

Note:

[1] Il Picchetto, Alcune riflessioni sulle mobilitazioni operaie in corso, 19 marzo 2020
https://www.tazebao.org/alcune-riflessioni-sulle-mobilitazioni-operaie-in-corso/

[2] La mobilitazione dei dottorandi dell’Università La Sapienza – Non far pagare ai precari le conseguenze dell’emergenza, rivoluzione. red, 24 settembre 2020

[3] Fase 2, Confesercenti: 100mila bar e ristoranti a rischio chiusura, askanews.it, 1 giugno 2020

[4] I cambiamenti negli acquisti online, prima e dopo il lockdown: un analisi dei dati sull’eCommerce, blog.qapla.it, 23 luglio 2020

[5] Lavoro, un milione di occupati a rischio, ilsole24ore.com 14 agosto 2020

Share.

Comments are closed.