Il capitalismo è malato! Morte al capitalismo!

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Antitesi rivista n. 9
Editoriale
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Il capitalismo è malato! Morte al capitalismo!

Tutte le agenzie internazionali, in primis l’Fmi, sono nette: siamo di fronte alla più grossa crisi economica dagli anni Trenta. Il bollettino medico è impietoso: Pil globale -4,9%, contrazione dell’11,9% del commercio internazionale, cancellazione di 300 milioni di posti di lavoro a tempo pieno nel mondo. Si potrebbe proseguire tracciando il quadro clinico di un malato terminale, molto provato, in terapia intensiva, forse in rianimazione e con aspettative di vita che tendono a ridursi.
I medici, economisti, analisti e governanti della borghesia, puntano per lo più il dito contro il Covid19. Descrivono, da un lato, uno scenario catastrofico, preludio di grandi cambiamenti, dall’altro circoscrivono la causa alla sola pandemia, offuscando quindi le contraddizioni insite nel sistema stesso.
Salvare il malato, ma come? Le cure paiono tutte inefficaci, deboli, troppo lente nel rimettere in piedi un moribondo. Le banche centrali sparano cannonate di liquidità nel mercato finanziario: la Bank of America ha calcolato che, tra marzo e giugno 2020, è stato lanciato uno stimolo da parte delle banche centrali pari a 18.400 miliardi di dollari, suddivisi tra stimoli fiscali e monetari, pari al 20,8% del Pil mondiale. Cifre mastodontiche che vanno ad aggiungersi a quelle già stanziate per frenare la crisi dei debiti sub-prime e del debito sovrano. I governi hanno staccato la spina alla linea rigorista ampliando i propri debiti pubblici nell’ottica di salvare il salvabile.
Il Covid19 ha portato ad un avvitamento violento delle contraddizioni già in essere nel capitalismo; tutte le varie e contrapposte forme e ricette adottate dalla borghesia nella crisi prima del coronavirus, come neoliberismo, finanziarizzazione, keynesismo, globalizzazione, protezionismo, ecc, risultano armi sempre più spuntate nello scenario attuale. Il malato sta male, soffre, rantola e non risponde in maniera forte alle cure.
Per la borghesia imperialista, in questa fase, tutto è possibile, non si può escludere nessuna opzione; i vari capisaldi, il patto di stabilità, il disimpegno dello Stato dall’economia e dai settori produttivi, cadono uno dopo l’altro nel tentativo, se non di salvare il malato, quantomeno di bloccarne o rallentarne il declino.
La crisi non è altro che l’espressione del contraddittorio processo dell’accumulazione capitalista; proseguendo con le metafore cliniche non è altro che il manifestarsi dello stadio “ultimo” di una malattia dove la valorizzazione insufficiente del capitale accumulato mostra il rischio del collasso dell’organismo, ma che ha nella contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione la sua origine profonda. Il problema non sono le singole manifestazioni della malattia ma gli squilibri genetici del malato.
Qualsiasi tipo di cura, rimedio o stregoneria della borghesia imperialista, non sortisce gli effetti sperati perché punta a curare i sintomi e le singole manifestazioni della crisi senza mettere in discussione l’origine della malattia. La medicina serve a “tirare a campare”, a “guadagnare tempo” per contrastare la caduta tendenziale del saggio di profitto, concreta ed inevitabile sia sul piano storico sia sul piano logico delle leggi che lo regolano. Alle sempre più lunghe fasi di crisi e distruzione si alternano sempre più brevi periodi di rigenerazione e sviluppo all’interno di una spirale nella quale la nuova crisi (successiva al periodo “guadagnato” di relativo sviluppo) sarà gravida di maggiori squilibri e contraddizioni, manifestandosi così con maggior virulenza e barbarie. E questo all’interno di un processo permanente di destabilizzazione che investe la borghesia imperialista stessa e acuisce la tendenza alla guerra. Questo processo non ha una fine meccanicamente determinata, ma anzi, ogni crisi è il momento “nel quale fare i conti” sia per la classe al potere e sia per le classi oppresse, ogni crisi apre una fase oggettivamente rivoluzionaria.
Gli appelli alla responsabilità, al clima di unità nazionale, alla costruzione di un nuovo patto sociale, le campagne scioviniste contro il nemico comune, sia esso l’immigrato o il virus, sono quindi il tentativo di cooptare il più ampio numero di settori delle classi in funzione di una maggiore stabilità della classe dominante e del consenso sulla gestione borghese della crisi del capitalismo. Ciò vale sia per le attuali e prossime misure che puntano a scaricare il costo della crisi sul proletariato, la classe operaia e la piccola borghesia, sia nello sbocco inevitabile e generale della crisi, ovvero il piano della guerra imperialista, che rimane l’unica forma che i diversi gruppi della borghesia imperialista hanno per salvaguardare la propria economia scaricando sulle formazioni concorrenti e i popoli oppressi i costi della propria crisi.
Per i comunisti aver chiaro tutto questo e diffondere questa concezione, individuare nel capitalismo l’origine della situazione attuale, e non fermarsi alle singole manifestazioni che crisi dopo crisi si danno, è importante per poter radicare la consapevolezza che il capitalismo è irriformabile, che l’unica via d’uscita concreta dalla crisi è il rovesciamento dei rapporti di produzione odierni basati sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sul profitto.
La crisi capitalistica, aggravata dal coronavirus, non deve diventare il frangente per riequilibrare il capitalismo nelle sue storture. Va sradicata l’illusoria idea di “un altro capitalismo è possibile” fondato magari su una migliore redistribuzione delle risorse, fatto di città green ed ecocompatibili, dove si viene pagati per non andare a lavorare o dove nelle fabbriche e negli uffici trovi i “padroni buoni” che ti riempiono le tasche di premi produzione e welfare aziendale. Questa visione, oltre ad essere utopistica, è ridicola agli occhi del nostro stesso referente e può essere espressione unicamente di quei settori di aristocrazia operaia, burocrazia sindacale e ceto intellettuale, che hanno da perdere la propria posizione di rendita e che cercano di influenzare i movimenti di lotta con le illusioni neo riformiste.
La cosiddetta “normalità”, prima del Covid19, è stata quella della precarietà, della riduzione dei salari, delle privatizzazioni, dei tagli al sociale, delle delocalizzazioni, dei licenziamenti collettivi, dello sfruttamento intensivo delle risorse naturali, della corsa agli armamenti, della devastazione e militarizzazione dei territori e del genocidio dei popoli oppressi. Questa “normalità”, possiamo dormire notti serene, non è mai cessata e, anzi, sarà ancora più devastante.
E non è solo la grande borghesia a dover “fare i conti”con la crisi per salvarsi, li devono fare anche il proletariato tutto, la classe operaia e le masse popolari compresa la piccola borghesia sulle cui spalle si vorrebbe scaricarne i costi. Le masse popolari stanno già mettendo in campo una resistenza a questo tentativo, una resistenza che si esprime in mobilitazioni contro i licenziamenti, contro la privatizzazione e distruzione della sanità e dell’istruzione, contro quelle opere che vanno a distruggere il territorio a favore dei profitti padronali, contro la svendita del patrimonio pubblico di case popolari, contro l’incessante attacco ai diritti e alle conquiste dei lavoratori.
Come comunisti dobbiamo essere presenti in questa resistenza, elementi attivi e protagonisti nel mettere i bastoni fra le ruote e far saltare i piani della borghesia, dobbiamo essere riconosciuti e legittimati dalle masse per la nostra determinazione nel lottare contro la gestione della crisi del capitalismo da parte del capitalismo stesso.
La resistenza che mettono e metteranno in campo le masse popolari, il suo sviluppo, la sua organizzazione, il salto tra quantità e qualità e viceversa, saranno il terreno nel quale porre la questione del superamento del sistema capitalista, come unica via d’uscita. D’altra parte sarà anche il terreno di verifica concreto dello sviluppo di una linea autonoma della classe, contro il tentativo di egemonia e di recupero sul piano riformista della resistenza da parte della classe dominante. Per spiegarci meglio: le masse lotteranno con o senza i comunisti, la lotta tra le classi è un dato oggettivo, fattuale, che nella crisi tende ad inasprirsi, ma la direzione che queste lotte prenderanno invece è un’incognita. O la mobilitazione delle masse viene recuperata dalla borghesia e ricondotta al piano di ristrutturazione del sistema capitalista cooptandola nella mobilitazione reazionaria, strettamente legata allo sviluppo della tendenza alla guerra, oppure diventerà rapporto di forza di classe contro il capitale. Nelle crisi è aperto il gioco “vivo e concreto” tra opportunità rivoluzionarie e opportunità reazionarie.
L’obiettivo dei comunisti, come parte attiva di questa resistenza nella sua promozione e organizzazione, è quello di orientarla politicamente e ideologicamente verso la costruzione delle condizioni per la vittoria proletaria, per il potere della classe operaia. La resistenza delle masse non è sufficiente per fare la rivoluzione, dobbiamo porci il problema di favorire la crescita di una nuova leva di compagne e compagni che si pongano il problema di come far fuori il malato, di come dare una prospettiva ad una resistenza che per quanto tenace, dura e violenta, rischia ovviamente di perdere o comunque di non capitalizzare in termini rivoluzionari i rapporti di forza che riesce a costruire.
La frammentazione oggettiva della classe, determinata dallo sviluppo dei rapporti di produzione, agisce come condizione negativa nell’ottica di una ricomposizione sul piano delle lotte economiche, anche nell’aggravamento della condizione di crisi.
In parole povere è difficile costruire l’unità delle lotte intesa come sommatoria di rivendicazioni sindacali, come insieme di slogan che cercano di mettere dentro tutte e tutti, in una fase nella quale le condizioni materiali dei proletari variano considerevolmente anche per chi lavora nello stesso posto di lavoro o vive nello stesso quartiere. Non solo, le lotte economiche, per quel poco che si riescono ad unire, di per sé possono avere solo uno sbocco riformista.
In particolare la fase attuale mostra che le possibilità sono due. La prima è quella di una lotta specifica che assume un ruolo di centro di mobilitazione di massa che aggrega anche altri settori – un esempio recente è stato, in alcuni momenti, la lotta No Tav o, oggi, le importanti mobilitazioni nella logistica che caratterizzano diverse zone del territorio nazionale, anche se queste lotte non hanno visto un travaso della conflittualità in altri settori del mondo del lavoro. Oppure, come avviene sempre più spesso, la seconda possibilità è che nascano e si sviluppano vertenze a macchia di leopardo, mobilitazioni anche forti e determinate, ma che non conoscono o non si riconoscono in quanto avviene nel resto della classe.
Ai comunisti interessa superare la frammentazione oggettiva della classe nel salto verso l’unità soggettiva, sul piano politico, ponendo la questione dell’abbattimento del sistema capitalistico, della lotta per strappare il potere alla borghesia imperialista. Del resto, solo una unità qualitativamente più alta, quindi politica e rivoluzionaria, può effettivamente superare la divisione e le differenze complessive all’interno della classe. Quindi non un’unità della classe nella sua condizione attuale di sfruttamento, per migliorarla restando nell’alveo capitalista, ma per abbatterlo. Il nostro compito come comunisti deve essere lo sforzo di costruire condizioni e strumenti per il salto verso la ricomposizione politica della classe, nella lotta per il potere e per l’instaurazione del socialismo.
Con questo numero della rivista cerchiamo di dare un contributo in questa direzione con approfondimenti, relativi alla situazione determinatasi col Covid19, utili alla discussione attuale per i compagni e le compagne che si pongono il problema di costruire dibattito e organizzazione comunista nelle situazioni particolari dove militano.

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