Il capitalismo in terapia intensiva

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Antitesi n.9
Sezione 1: Sfruttamento e crisi
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La crisi in Italia e il governo Conte bis

 

Le cifre sulla dimensione della crisi nel nostro paese sono piuttosto impietose. Si parla di un crollo del Pil superiore al 12,4% nel secondo trimestre del 2020, della perdita di mezzo milione di posti di lavoro da febbraio, destinati almeno a raddoppiare nei prossimi mesi, di una disoccupazione quasi al 10%, di un aumento dei cosiddetti “inattivi” (cioè di coloro che sono fuori dalle statistiche sull’occupazione perchè non la cercano ufficialmente più) di circa 400 mila unità, con un numero complessivo pari a 4 milioni e mezzo. Una situazione che va a colpire maggiormente le donne, più velocemente espulse degli uomini dal mercato del lavoro o assunte con contratti precari e a condizioni peggiori, e i giovani, che il lavoro non lo troveranno neppure o saranno condannati al nero, il cui indice di disoccupazione è superiore al 30%.
I mass media italiani non nascondono del tutto questi dati, ma li accompagnano con la propaganda sulla presunta azione risolutrice da parte delle forze borghesi, in primis del governo, o sulle ricette risolutive della cosiddetta opposizione, nonchè delle istanze di Confindustria e, in misura minore, dei confederali.
Quello che appare chiaro è il tentativo di attribuire interamente la crisi al nemico pubblico numero uno in questo momento, ossia al virus. Molto raramente si dice che quest’ultimo, o meglio le conseguenze politiche-sociali della sua diffusione e i provvedimenti presi dalle autorità borghesi per gestirla, sono andate a incidere su un corpo economico già ammalato. Se l’indicatore del Pil quest’anno scenderà ben sotto lo zero, ciò dipenderà dal fatto che lo scorso anno la cosiddetta crescita era stata appena sopra lo zero, cioè in sostanza – come dicono i mass media borghesi – il “sistema paese non cresceva”. Si conferma la concezione dell’epidemia come fattore ultimo deflagrante di una crisi già in atto rispetto al modo di produzione capitalistico, che peraltro ne ha pesantemente aggravato gli effetti, con i tagli alla sanità pubblica e la rapacità di quella privata.
In questa condizione si tende a determinare l’aggravamento delle contraddizioni di classe, poiché inevitabilmente le classi dominanti devono far pagare la crisi alle masse popolari e alle classi oppresse, in primis alla classe operaia. Finora il governo Conte bis ha tenuto un profilo basso rispetto alle condizioni socio-economiche delle masse, cioè non è passato ad un’offensiva diretta sulle condizioni materiali, promuovendo controriforme e attacchi specifici come furono il jobs act, la legge Fornero, la legge Biagi… Ciò nonostante, la sua azione è stata complessivamente un attacco generale e pesantissimo alla condizione di vita delle masse popolari. Innanzitutto ne ha aggravato la condizione durante il coprifuoco sanitario della scorsa primavera, lasciando una buona fetta della popolazione senza salario e reddito (pensiamo ai piccoli commercianti o ai salariati che lavorano in nero) e lasciando che venissero tranquillamente messi alla porta decine di migliaia di precari. Contemporaneamente ha permesso, secondo i dettami di Confindustria, ad un’altra parte di recarsi a lavorare nonostante l’epidemia, ovverosia quasi al 56% della popolazione lavorativa, determinando che, a metà giugno, fossero circa 50 mila le denunce di contagi sul lavoro, con 252 morti, secondo le cifre fornite dall’Inail. [1]
L’emergenza sociale prodottasi è stata finora gestita prevalentemente con provvedimenti di argine, cioè la cassa integrazione in deroga per Covid, il blocco legale dei licenziamenti “economici”, i bonus una tantum per le “partite iva”, il blocco degli adempimenti fiscali, i buoni spesa, il reddito di emergenza… Tutto ciò è stato pagato con l’emissione di nuovi titoli di debito pubblico (nel decreto “cura Italia” di marzo, ad esempio, gli stanziamenti previsti arrivavano a 25 miliardi) cioè alimentando la spirale della crisi sul versante del bilancio pubblico e puntando ovviamente a farne pagare i costi ai “beneficiari” di oggi, cioè alle masse popolari e ai lavoratori, a vantaggio reale degli strozzini dell’alta finanza.
In molti casi, l’erogazione è avvenuta in ritardo, se pensiamo ad esempio che a inizio luglio erano ancora due milioni i lavoratori che attendevano la cassa integrazione. Le condizioni previste per l’erogazione dei bonus erano legate ai rapporti familiari, escludendo la sommatoria della percezione delle misure, a discrimine del soggetto più debole, spesso la donna (ad esempio una donna disoccupata non poteva percepire il bonus spesa qualora il marito/convivente avesse già ricevuto il bonus di 600 euro). Oppure si trattava di bonus dispensati in maniera pesantemente iniqua: i 600 euro per le partite iva non hanno avuto nessun limite relativo alle condizioni reddituali del beneficiario per essere versati. Potenzialmente anche Berlusconi li avrebbe potuti richiedere, alla faccia di lavoratori autonomi, o di lavoratori dipendenti formalmente inquadrati con partita iva, effettivamente finiti sul lastrico. Anche il blocco dei licenziamenti è stata una misura limitata, se pensiamo ad esempio che tra marzo e maggio l’aumento di domande per la Naspi è stato del 40% rispetto allo stesso periodo del 2019, a causa del mancato rinnovo in massa di molti contratti precari.
Per quanto riguarda le imprese, cioè i padroni, gli stanziamenti effettuati prima con il cosiddetto decreto cura Italia di marzo e poi con il decreto liquidità di aprile, hanno posto sul tavolo un potenziale complessivo di 750 miliardi di crediti bancari, coperti da una quasi totale garanzia statale. Per lo Stato borghese, che si conferma “capitalista collettivo ideale” [2], si è trattato di una mossa tattica, a livello finanziario, per attuare ancora una volta il motto imperialista “socializzare le perdite, privatizzare i profitti”. Un gigantesco e inedito finanziamento di capitale pubblico al capitale privato e dunque al padronato, pagato con garanzie statali che faranno lievitare il debito “sovrano”.
Si è arrivati così a operazioni grottesche, come il rimborso addirittura al 110% del cosiddetto “ecobonus” per specifiche lavorazioni sugli immobili, con il quale padroni e banche non guadagnano semplicemente sul lavoro, ma incamerano un extraprofitto del 10% garantito con debito pubblico. [3]
Infatti, a sovraintendere questa manna di finanziamenti pubblici è il sistema bancario, che avrà il ruolo di filtro e decisore reale nell’accreditamento dei prestiti e che in ogni caso ne guadagnerà incamerando crediti e interessi. Cosa ne facciano i padroni poi, di questo finanziamento, i decreti non lo hanno previsto: garanzie per le banche sì, ma nessuna garanzia imposta, ad esempio, per il mantenimento dei livelli occupazionali, solo un rimando a successivi accordi sindacali. Rimborsi e finanziamenti che, anche per il gravoso e lungo iter burocratico, andranno sopratutto a beneficio delle grandi aziende. E non è neanche prevista una condizione di passività aziendale per beneficiare dei finanziamenti o dei limiti di fatturato. Un grande magna-magna keynesiano [4] dei spergiurati liberisti di Confindustria di cui, ad esempio, con 6,3 miliardi erogati da banca Intesa, ha già beneficiato la multinazionale italo-statunitense Fiat – Chrysler, con sede legale ad Amsterdam e domicilio fiscale a Londra.
A onor del vero i decreti impongono gli investimenti in Italia con i capitali erogati, ma è chiaro che, per le multinazionali, ciò può significare anche solo la gestione temporanea di parte della produzione all’interno dei confini nazionali, nei tempi di restituzione del prestito (6 anni) o meglio di attivazione della garanzia pubblica, per poi decidere di trasferire comunque gli impianti all’estero.
D’altra parte è chiaro che il governo Conte bis, con questi provvedimenti, vuole sicuramente tutelare la struttura capitalistica nazionale nel contesto del nuovo aggravamento della crisi, in quanto esecutivo organico al grande capitale italiano. Ciò è ben visibile, sempre nel “decreto liquidità”, nell’estensione del golden power, cioè dei poteri speciali da parte dello Stato nella tutela dei settori strategici a livello economico, dai concorrenti esteri sia extra-Ue che, più limitatamente, intra-Ue. [5] Il golden power arriva così a coprire il settore finanziario, creditizio, assicurativo, infrastrutturale, tecnologico, la sicurezza alimentare, l’accesso alle informazioni sensibili, le nanotecnologie, la robotica, la cibersicurezza, l’intelligenza artificiale, le biotecnologie e i semiconduttori. Analoghe politiche si stanno imponendo in molti Stati, a dimostrazione della necessità, ulteriormente rafforzata nell’attuale fase di crisi, di tutelare gli ambiti strategici delle singole formazioni imperialiste.
Per l’Italia, tale previsione si pone in continuità con quanto già svolto da Conte al momento del secondo insediamento, quando esercitò il golden power per le reti di telecomunicazione, chiaramente su pressione statunitense (“Giuseppi” l’amico di Trump) e contro i progetti cinesi di espansione con il 5G. Questo ampliamento del golden power risponde dunque non solo agli specifici interessi di tutela del grande capitale italiano, ma anche alla possibilità, particolarmente temuta dalla presidenza statunitense, che, con l’aggravarsi della crisi nell’area euro e negli Usa, gli imperialisti cinesi allarghino la loro influenza nel cosiddetto occidente.
Un’altra misura della volontà di tutela dell’imperialismo italiano da parte del governo, è costituita dal peso che hanno i finanziamenti per attività volte all’esportazione, ovvero la metà dei 400 miliardi di garanzie previste dal decreto liquidità. Una cifra considerevole, se pensiamo che le esportazioni valgono per un quarto del Pil complessivo italiano: segno che il “comitato d’affari” dei padroni, cioè il governo, teme che con l’aggravamento della crisi il ruolo italiano sui mercati possa subire pesanti contraccolpi dalla concorrenza.
Ulteriore regalia ai padroni è costituita dal cosiddetto “decreto semplificazioni”, il quale rilancia le grandi opere impattanti per i territori e la vita delle masse popolari, toglie paletti legali per gli appalti dei lavori e rivede addirittura il reato di abuso d’ufficio. Un chiaro via libera per i profitti da cementificazione promossa dal grande capitale in concerto con i poteri istituzionali, cioè ai peggiori intrallazzi affaristico-politicomafiosi, togliendo anche qualche foglia di fico di legalità e controllo burocratico che stonava al “partito del Pil”. Le grandi opere rappresentano, nella fase monopolista del capitalismo, un volano da cui trarre profitto facile, con capitali statali dispensati a iosa (pensiamo alla Tav) grazie all’aumento del debito pubblico, in settori che consentono tutt’ora una maggiore estrazione di plusvalore grazie alla relativamente bassa composizione organica del capitale. Si tratta del keynesismo del cemento, un’altra modalità per socializzare le perdite e privatizzare i profitti in tempi di crisi.
Un aspetto rilevante, inoltre, della decretazione economica del governo (i già citati decreti “cura Italia” e “liquidità”, ma anche il decreto “rilancio” di luglio) è rappresentato dalla dichiarata attenzione per le piccole e medie imprese, il lavoro autonomo ecc.. cioè per quella piccola e media borghesia che, nella fase imperialista, per la classe dominante dovrebbe rappresentare una cerniera sociale egemonica nelle masse popolari, oltre che riflesso di una frammentazione e ristrutturazione continua e complessiva del ciclo produttivo, comunque a servizio del grande capitale. [6] In particolare, nel decreto liquidità, viene prevista l’istituzione di un fondo specifico per il finanziamento alle piccole e media imprese, fino a 499 dipendenti. Il governo è ben consapevole, infatti, del peso che piccole e medie imprese rappresentano per la struttura del capitalismo italiano, retto da pochi grandi monopoli a cui attorno girano più del 90% di aziende di relativamente scarse dimensioni. D’altra parte è naturale che la situazione generata dal coprifuoco sanitario imposto a primavera, abbia colpito grandemente la piccola borghesia commerciale e artigianale nel suo complesso, portando invece vantaggi a settori di grande capitale che ne vogliono soppiantare le quote di mercato, come il cosiddetto e-commerce e in generale la new economy.
All’interno della classe dominante , cioè della borghesia imperialista italiana, e dei suoi apparati, convivono diverse linee di tendenza rispetto alle piccole e medie imprese. Da una parte vi è la vecchia visione democristiana che punta a conservarle come fattore di stabilizzazione sociale (da qui una certa attenzione del governo) dall’altra la visione liberista che postula il loro superamento a favore del capitale monopolistico e della sua vorace espansione. Nei giorni successivi alla fine del coprifuoco sanitario, un certo “opinionismo” perfettamente organico agli interessi del grande capitale, ha deplorato l’anomalia del mercato italiano, primo nella Ue per numero di piccole imprese, la cui fragilità intrinseca si trasformerebbe in legittima selezione sociale nelle fasi di recessione. [7]
Aldilà di tutto questo, non conterà né la volontà di sostenere, socializzandone le perdite, il tessuto di piccolo capitale, né l’intento di sfrondare il sottobosco del capitalismo italiano: sarà il progredire della crisi che determinerà l’accelerazione della moria di piccole imprese, più di quanto già accaduto negli ultimi anni (tra il 2009 e il 2018 sono scomparse 165.600 ditte artigiane secondo la Cgia di Mestre). Un processo di proletarizzazione conseguente all’impossibilità di valorizzare, nel contesto della crisi, i piccoli capitali investiti. D’altra parte, la politica di prestiti del governo sicuramente non può fermare tale processo, ma sicuramente ammortizzare, rallentare e gestire in tempi più lunghi, tentando di salvaguardare la pace sociale, non garantendo l’esistenza e la continuità sociale della piccola borghesia, ma arginando e centellinando la sua progressiva rarefazione.
Guardando all’operato generale del governo Conte bis rispetto all’aggravamento della crisi, si può affermare che la sua azione appare diretta a gestirne politicamente gli effetti, nel tentativo di prevenire che l’oggettiva lacerazione sociale diventi anche esplosione di lotta di classe. Da qui anche lo scontro parziale con Confindustria guidata da Bonomi, che invece è parsa convinta, visti i propri interessi stringenti, della necessità di accelerare immediatamente sull’attacco al lavoro, chiedendo da subito lo sblocco dei licenziamenti, l’abolizione del reddito di cittadinanza, del “decreto dignità”, lo smantellamento della contrattazione collettiva e altri provvedimenti smaccatamente antioperai. Arginando, almeno temporaneamente, queste rivendicazioni, il governo ha incarnato il ruolo politico strategico dello Stato borghese nel regime di controrivoluzione preventiva, che non è solo quello di essere strumento della classe dominante, ma strumento di conservazione e riproduzione egemonica del potere di tale classe, preservando la subalternità delle altre e tentando, per quanto possibile, di integrarle in tale regime. Tale dialettica si è manifestata anche rispetto al “decreto agosto”, nel quale il governo ha legato lo sblocco dei licenziamenti all’esaurimento della cassa integrazione per Covid19 o della decontribuzione introdotta appositamente ad agosto. Ovviamente, sia la crisi generale, sia l’indebitamento pubblico per sostenerne il peso, sia le pressioni di Confindustria si stanno facendo sentire e non a caso si parla attualmente della cancellazione di quota 100 nel sistema pensionistico.
D’altra parte è chiaro che, sui posti di lavoro, i padroni puntano ad un arbitrio assoluto e lo stanno già praticando in tutte le forme nelle quali gli è possibile farlo. Ad esempio facendo lavorare i dipendenti in cassa integrazione, negando condizioni di sicurezza sanitaria, prolungando arbitrariamente gli orari, licenziando quando si può e anche quando non si può legalmente ecc. Questa è la realtà aldilà della retorica del governo e della pappardella del “ripartiamo tutti insieme”.

Gestione della crisi in ambito Ue

Anche nell’intera Ue, la crisi si sta facendo sentire pesantemente, con un crollo stimato del Pil, nell’eurozona, superiore al 9%. Anche in questo caso, tutti i commentatori del circuito mediatico dominante non fanno che sottolineare il fattore deflagrante del nuovo crollo capitalistico, ovverosia l’epidemia e la sua propagazione in tutta l’Europa. Ovviamente, il diffondersi del Covid19 ha avuto specifiche conseguenze negative per l’Ue, vista la stretta compenetrazione delle economie, la chiusura delle frontiere, le limitazioni ai transiti intraeuropei ed extraeuropei… Ma il dato che ci deve far riflettere è che, come nel caso italiano, la crescita complessiva dell’Ue nel 2019, (un anno presentatoci come parte della fase di fuoriuscita dalla crisi dei debiti sovrani) è stata di poco superiore all’1% del Pil. Dunque, anche in ambito Ue, ci troviamo di fronte a un aggravarsi di una crisi endemica del capitale.
La dimensione specifica che la presente fase di crisi ha riscontrato nell’ambito dell’Unione, deriva ancora una volta dalla natura di aggregato imperialista e capitalista di quest’ultima, di progetto unificante le classi dominanti del vecchio continente, con una tendenziale gerarchia a predominio tedesco e con profonde contraddizioni di interessi interni. [8] Nella fase di aggravamento della crisi derivata dall’esplosione della bolla dei debiti sovrani, con epicentro del 2010-11, si assistette a un polarizzarsi delle opzioni tra austerità, cioè della linea tedesca appoggiata dai paesi del Nord Europa, e interventismo keynesiano e finanziario, per la quale premevano i paesi del Sud Europa e che, alla fine, si è tendenzialmente imposto, con il quantitative easing (qe) [9] avviato dalla Bce di Draghi. Per la tecnocrazia che regge le sorti del progetto imperialista europeo, ovvero le istituzioni quali la Commissione e la Bce, nonchè per i singoli governi, l’interventismo finanziario a livello centrale è stato un passaggio ineludibile, nonostante le resistenze della Germania e dei paesi del Nord, per salvaguardare le sorti dell’Ue e della moneta unica, impedendone la disgregazione e il fallimento. Ovviamente tutto ciò ha pesato sulla sorte dei popoli europei, in primis del popolo greco, ai quali in ogni caso è stato fatto pagare il prezzo del salvataggio finanziario, con attacchi alle loro condizioni di vita, su indicazione della triade Commissione-Bce-Fmi e puntualmente adempiuti dai governi nazionali.
Oggi stiamo assistendo a un processo similare in termini di interessi e poli contrapposti, ma concretamente diverso nei termini di sviluppo. La Commissione ha dovuto infatti mollare, a marzo, le briglie del patto di stabilità, di fronte all’aggravamento generale della crisi, attivando la clausola di emergenza che ne consente lo sforamento. Da qui le ondate di “debito sovrano” emesso dal governo Conte per tentare di arginare la crisi.
Nella stessa direzione ha dovuto muoversi la Bce, avviando una nuova stagione ulteriormente potenziata di qe, cioè di acquisto di debito, quantificato a inizio giugno in 1350 miliardi di euro e prolungato fino a giugno 2021. Già su questa misura sono emerse le contraddizioni tra gli interessi delle diverse borghesie aggregatesi nell’Ue, se pensiamo che a maggio la Corte Costituzionale tedesca ha posto riserve sulla legittimità stessa del qe a suo tempo avviato dalla Bce presieduta da Draghi. Per l’imperialismo tedesco, infatti, il qe significa farsi carico a livello centrale del debito dei paesi più deboli di eurolandia, peraltro arginando la fuga di capitali dai loro titoli di debito pubblico a favore di quelli della Germania. [10] Conseguentemente la Germania, assieme ai paesi del Nord, ha sempre perseguito una linea basata sul rigorismo dei conti pubblici, in modo da scaricare la crisi sulle masse popolari dei paesi più indebitati, nello specifico quelli dell’area meridionale-mediterranea, accettando gli interventi finanziari di Draghi solo di fronte alla necessità strategica di salvaguardare l’unità dell’Europa ed evitare il tracollo dell’euro.
Come vedremo in seguito, gli stessi interessi si sono scontrati rispetto alle altre misure dell’Ue per far fronte alla crisi. Infatti, ad inizio aprile i ministri delle finanze dei paesi che adottano l’euro, il cosiddetto eurogruppo, hanno posto sul tavolo più di mille miliardi nel bilancio 2021-2027 per affrontare l’emergenza. Gli strumenti e gli istituti chiamati a gestire tale pacchetto sono la Banca europea degli investimenti, il fondo per i finanziamenti della cassa integrazione (il Sure, sigla che sta per Supporto to mitigate unemployment risks in emergency), il Recovery Fund e il Meccanismo Europeo di Stabilità più conosciuto come Mes. Nonostante tutta la retorica governativa all’insegna di slogans come “abbiamo cambiato l’Europa”, la gran parte di questi strumenti prevedono erogazioni a prestito verso il singolo paese, cioè rappresentano l’ennesima fonte di debito pubblico e di imbrigliamento e controllo finanziario nell’ambito del progetto imperialista europeo. In tal senso è prevista l’emissione di titoli di credito a livello europeo (eurobond, poi coronabond, poi recovery bond…) che, se da un lato “europeizzano il debito”, come richiesto dai paesi del Sud più indebitati, dall’altra pongono ulteriori vincoli finanziari ai singoli paesi, cioè, in prospettiva, ulteriore pressione sulla condizione di vita dei popoli. In sostanza, saranno sempre e solo le masse popolari che pagheranno tutto quello che viene definito come “aiuto europeo” e “ripresa”. D’altra parte, la previsione di una centralizzazione europea del debito rappresenta un passaggio strategico nell’architettura finanziaria dell’Ue, che da un lato rileva il livello della crisi capitalistica nel vecchio continente e dall’altra rappresenta un rafforzamento della tendenza centripeta del progetto imperialista europeo, destinato a influenzare le relazioni tra le diverse formazioni capitalistiche interne all’Unione.
Pesante è stata la propaganda falsificante del governo in materia di Recovery Fund, che da solo copre 750 miliardi. Di tale cifra 390 miliardi dovrebbero essere a “fondo perduto”, mentre 360 a prestito. All’Italia spetterebbero 81 miliardi in trasferimenti e 127 in prestiti. Le erogazioni del Recovery Fund dovrebbero svilupparsi nel settennato di bilancio 2021-2027, con il risultato che, essendo il contributo pubblico italiano all’Ue superiore ai 12 miliardi annui, il saldo rispetto ai trasferimenti sarà negativo. Inizialmente si diceva che sia i trasferimenti che i prestiti saranno volti alla digitalizzazione e alla transizione ecologica, cioè, dietro la maschera green e modernizzatrice, in sostanza saranno un finanziamento al padronato per rinnovare il capitale costante e funzioneranno da strumento di ripartizione dei mercati contro i concorrenti extracomunitari. [11] Successivamente, il Recovery Plan stilato dal governo per indicare le voci di stanziamento del Recovery Fund ha aggiunto gli obiettivi del “potenziamento della filiera industriale nazionale, dell’aerospazio, della difesa e della sicurezza”, con 12 miliardi e 500 milioni impiegati nei prossimi sei anni, e del finanziamento delle già citate grandi opere, con 50 miliardi di euro per le infrastrutture del Sud, tra cui il famigerato ponte tra Calabria e Sicilia. In ogni caso, i principali beneficiari del Recovery Fund si preannunciano essere Confindustria, l’apparato militar-industriale-sicuritario e cementificatori vari.
Come se non bastasse, è sul piano del procedimento per l’erogazione dei finanziamenti che il Recovery Fund si rivela ancora di più una truffa antipopolare. Infatti, per la loro corresponsione, è previsto l’allineamento delle politiche interne alle linee indicate dall’Ue e in particolare alle raccomandazioni della Commissione. Non solo dunque più debito pubblico – gli stanziamenti a fondo “remunerato” – ma anche un maggiore controllo per implementare controriforme e attacchi alle condizioni di vita delle masse, a beneficio del progetto imperialista europeo e ovviamente dei padroni nostrani. Per fare ciò, l’iter decisionale di valutazione sull’erogazione dei finanziamenti in cambio di “riforme” dovrebbe passare dapprima per la valutazione della Commissione e poi del Consiglio Europeo, cioè dell’organo interstatuale, nel quale si deciderà a maggioranza qualificata e nel quale i paesi fautori a tutto spiano dell’austerità, cioè la Germania e il blocco dei paesi del Nord, potrà far valere tutto il suo peso. Come dunque nel caso della crisi del debito sovrano, anche nella situazione attuale pesano inevitabilmente nella trattativa a livello europeo gli interessi delle diverse borghesie aggregate nell’Ue, ma principalmente pesa la natura e funzione imperialista e antipopolare dell’Unione nel suo complesso, il cui procedere e il cui sopravvivere rispetto agli aggravamenti della crisi avviene sempre a danno delle masse popolari dei diversi paesi.
Una volta incassato, a spese nostre, il Recovery Fund, la strada sembra aperta anche per divenire creditori all’interno del Mes, sul quale i 5 Stelle stanno facendo qualche resistenza per differenziarsi dalla posizione del Pd e nel timido tentativo di conservare qualche vestigia “sovranista”. Il Mes in versione anti-coronavirus è stato designato in funzione di finanziamento, a credito, di spese sanitarie dirette e indirette, con un risparmio stimato di 7 miliardi in 10 anni rispetto al ricorso al mercato finanziario, cioè a prestiti privati. Una cifra piuttosto irrilevante se pensiamo che ogni anno i soli interessi sul debito pubblico dell’Italia valgono 65 miliardi. In compenso, anche in questo caso, l’erogazione del Mes comporterà il condizionamento della politica interna in materia di spesa pubblica, in particolare nel rapporto debito/ Pil, con relativa sorveglianza delle istituzioni europee. Il risultato di tutto ciò è un surreale serpente che si morde la coda: l’Ue si ritroverebbe a finanziare la sanità dopo esserne stata una delle promotrici del saccheggio a suon di tagli alla spese pubblica, per poi richiedere la restituzione dei finanziamenti erogati promuovendo nuovi tagli.

Tendenza alla deglobalizzazione

L’aggravamento della crisi conseguente all’epidemia da Covid19 è l’ennesimo colpo patito dalla cosiddetta globalizzazione, ovvero alla forma assunta dall’imperialismo mondiale negli scorsi decenni di storia, durante i quali è giunta a suo massimo sviluppo la tendenza, già delineata da Lenin, della prevalenza globale dell’esportazione di capitali rispetto a quella dell’esportazione di merci. [12]
La globalizzazione si è basata innanzitutto sulla diffusione e moltiplicazione degli investimenti diretti delle multinazionali imperialiste a livello internazionale, alla ricerca della massimizzazione del plusvalore e dunque del profitto, in primis con lo sfruttamento di forza-lavoro a basso prezzo, contando su una ristrutturazione permanente dei processi produttivi, anche e sopratutto attraverso la tecnologia informatica. [13] Questo processo si è sviluppato principalmente sull’onda lunga della vittoria statunitense e del campo Nato sull’Urss e il campo socialista, minato dal revisionismo moderno, ma è stata fondamentalmente una risposta strategica del capitale alla crisi, ricercando nuovi spazi di valorizzazione. Ma, essendo il capitale “esso stesso la contraddizione in processo [14], il processo di globalizzazione imperialista ha posto le basi per tramutarsi in un fattore della più generale crisi del capitalismo.
La globalizzazione imperialista, con il suo processo di divisione internazionale del lavoro e dunque della produzione di valore, ha fatto crescere nuove potenze capitalistiche, in primis la Cina, che ora necessariamente si battono per la ripartizione dei mercati globali a proprio favore, aggravando la contraddizione interimperialista. Si sono creati nuovi rapporti di forza globali che hanno rotto il presunto unilateralismo statunitense conseguente alla vittoria sull’Urss, ma anche una situazione di instabilità mondiale, con politiche di sanzioni reciproche tra Stati e lo sviluppo di situazioni di caos e guerra in intere aree geografiche, come nel mondo arabo, disincentivando ovviamente gli investimenti economici. Inoltre si è rafforzata la posizione del proletariato nei paesi oggetto della delocalizzazione imperialista, il che gli ha permesso di mettere in campo rapporti di forza tra le classi, rispetto alla vendita della forza-lavoro, via via più avanzati. [15] La dislocazione internazionale nella produzione ha rappresentato un fattore di aggravamento per la crisi delle tradizionali potenze imperialiste, rispetto al loro impoverimento industriale, alla crescita del deficit commerciale, del debito pubblico e alla perdita di primati nel campo delle forze produttive, basti vedere all’odierno vantaggio in campo dell’innovazione scientifico, industriale e tecnologico della Cina. A ciò si aggiungono fattori di mera gestione del processo produttivo, come la crescita dei costi dell’immagazzinaggio delle merci, del loro trasporto, così come la difficoltà di direzione e coordinamento della produzione secondo il modello just in time [16] se la linea produttiva è troppo diffusa internazionalmente.
Se è vero che l’unica risposta strategica delle potenze imperialiste alla crisi del sistema capitalista è la guerra [17], è d’altra parte vero che tale tendenza generale si dialettizza con una prolungata e costante lotta economica e politica per la ripartizione dei mercati e dunque del valore globale. Tale lotta è giunta a un livello di scontro che, con il riproporsi del protezionismo e con le politiche messe in campo dall’attuale presidenza statunitense, la stessa globalizzazione è stata in sostanza posta in discussione. [18] Attualmente, Cina e Usa sono arrivate a una tregua nella guerra dei dazi, ma l’epidemia mondiale non ha affatto fermato le ostilità economico-politiche e le tendenze protezioniste, come si è visto con la crociata interna e internazionale che Trump sta conducendo contro ogni espansione economica ed egemonica di Pechino, sopratutto in materia di 5G, contro la multinazionale Huawei e i social di proprietà cinese, come Tik Tok e WeChat. Il coronavirus non ha affatto fermato la contrapposizione economica interimperialista, ma, nel contesto della crisi capitalistica, sta determinando le condizioni per il suo aggravamento.
Strettamente connesso al protezionismo è il reshoring, cioè la ricollocazione entro i confini nazionali delle produzioni che erano state collocate all’estero, con la riappropriazione diretta, da parte delle formazioni imperialiste, di produzioni che i “propri” capitalisti avevano deciso di dislocare all’estero. In proposito il caso italiano è emblematico. Il nostro paese risulta secondo al mondo per reshoring dopo gli Usa, con una tendenza chiara in anni ben precedenti al manifestarsi dell’epidemia, con una quota di rientro dalla Cina che sfiora il 34% delle aziende delocalizzate, evidentemente fuggite da un costo del lavoro che saliva del 15-20% all’anno. Tra di esse Benetton, Ferragamo, Zegna, Diadora, Prada, Artsana, Asdomar Vimec…
La ricollocazione è stata ovviamente incentivata con il calo del costo della forza-lavoro in Italia, così come in buona parte dell’Europa e negli Usa, oltre che con tutte le agevolazioni fiscali e di intervento pubblico volte a sostenere i profitti del padronato. Nel caso italiano si vedano i finanziamenti erogati con le decontribuzioni, gli ammortamenti per l’Industria 4.0, ma anche con altre modalità. Ad esempio, attualmente, il Recovery Plan prevede sostegni finanziari specifici alla filiera nazionale, condizionati dall’attribuzione del marchio “Made in Italy”. Oppure, i governi hanno direttamente spinto al reshoring con agevolazioni ad hoc, come nel caso della Francia, o semplicemente premendo con i dazi sulle importazioni, come nel caso degli Usa di Trump.
Oltre al reshoring si sta verificando il fenomeno del nearshoring ossia del riporto delle produzioni in zone geograficamente vicine al paese di provenienza dei capitali d’investimento, ove la sua influenza politica è maggiormente forte o comunque dove vi sono condizioni economiche e politiche favorevoli. L’Ue si è promossa di fatto come una grande zona di nearshoring, soprattutto per i capitalisti delle maggiori potenze al suo interno, come Germania, Francia e Italia, con ricollocazione degli investimenti svolti in Cina e in Asia nei paesi dell’Europa Orientale, ove i tassi di sfruttamento della manodopera sono comunque alti, i costi di trasporto contenuti, le condizioni politiche sono favorevoli ecc.
A seguito dell’epidemia di coronavirus, la tendenza al reshoring si sta ulteriormente e pesantemente rafforzando, in conseguenza delle difficoltà alla produzione e ai trasporti su scala globale che le misure prese dai vari governi hanno determinato. La Bank of America stima che potrebbe riguardare circa il 75% delle multinazionali, in prevalenza statunitensi ed europee, che hanno investito in Cina negli ultimi anni e che peraltro avevano già piani, precedentemente decisi, di ritorno graduale in patria. Ma anche il Giappone, a seguito dell’epidemia, ha deciso di stanziare due miliardi dollari per le imprese che decideranno di ricollocare le produzioni in patria, lasciando la Cina.
Per quanto riguarda l’Italia, dall’esplosione dell’epidemia nell’inverno scorso a Wuhan, in Cina, al 15 aprile 2020, risultano già essere circa 175 le aziende manifatturiere che hanno deciso di ricollocarsi in Italia. [19]
I dati e le previsioni sul reshoring si accompagnano a quelli su altri fronti, strettamente collegati. È il caso del calo del commercio internazionale il quale, come il reshoring, è un fenomeno manifestatosi ben prima dell’epidemia globale. Negli anni d’oro della globalizzazione, tra la fine del secolo scorso e l’inizio dell’attuale, gli scambi crescevano ad un 7% annuo e la quota, al loro interno, di prodotto intermedi era superiore alla metà, in pratica il doppio di quella di materie prime e prodotti finiti. Ciò dimostrava il livello di divisione e compenetrazione internazionale della produzione industriale. Dall’aggravamento della crisi nel 2008, con annessi e connessi in termini di protezionismo, crollo dei salari in Europa e Usa, aumento delle tensioni interimperialiste, il calo della crescita è costante e quest’anno addirittura si prevede una diminuzione dell’11%. [20]
Siamo di fronte, dunque, a un processo di sconvolgimento, ridefinizione e ridimensionamento di quelle che sono le catene globali del valore e le divisioni internazionali del lavoro, in cui peraltro il sistema capitalistico italiano rischia di pagare un prezzo elevato, poiché più del 64% delle imprese industriali sono fornitrici di prodotti intermedi, destinati quindi anche all’esportazione, e solo il 35% sono “imprese finali”, cioè che producono beni finiti. Il rapporto nell’industria tedesca è, ad esempio, rovesciato, a dimostrazione di come le gerarchie interimperialiste all’interno dell’Ue incidono sulla divisione internazionale del lavoro.
Anche tutto ciò spiega le politiche di finanziamento pubblico che i singoli governi – in Italia quello Conte bis – hanno avviato per sostenere e riadeguare alle nuove condizioni la propria quota nazionale di capitalismo.
Più in generale, la stampa borghese, ma anche settori politici di primo piano, hanno parlato di “economia di guerra” rispetto alla necessità del governo e del padronato di adeguarsi alla fase segnata dall’epidemia. Ciò significa in sostanza dirigismo e interventismo sul piano pubblico, capacità di riconvertire e trasformare la produzione sul piano privato, ponendo in secondo piano il mero andamento del mercato e puntando a colmarne le secche sulla base delle priorità strategiche. Si tratta in sostanza di un capitalismo politicamente orientato, mettendo parzialmente in retrobottega l’ideologia liberista, per navigare nelle acque della crisi e delle contraddizioni internazionali, che riprende le esperienze già viste soprattutto nelle fasi belliche della Prima e Seconda guerra mondiale.
In tal senso, abbiamo già visto come il rilancio della spesa pubblica sia stato un passaggio obbligato sia a livello nazionale che a livello europeo e come il reshoring e la ridefinizione delle catene internazionali del valore rimandi ad un modello più autocentrato. Ma vi sono altri tasselli specifici che meritano di essere citati. Innanzitutto le riconversioni industriali a favore della produzione di materiale sanitario avvenuto durante il pieno del coprifuoco di primavera. Simili misure, in regime capitalistico, si muovono sempre sulla contraddizione tra l’interesse generale strategico della classe dominante, che lo Stato dovrebbe definire e imporre, e l’interesse privatistico-parassitario dei singoli gruppi borghesi, che comunque pesano sullo Stato in quanto organizzazione politica della classe dominante. Da qui tutti gli scontati “scandali” giudiziari sulla speculazione delle varie consorterie affaristico-politico-mafiose, che reggono la vita pubblica borghese in Italia, come nel caso del clan Fontana in Lombardia.
Il crollo dei consumi è un altro tassello che rimanda all’economia di guerra. Se da un lato esso deriva dai dati oggettivi della crisi, dall’altro si genera dalla mutazione delle abitudini sociali che la trattazione emergenzialista della diffusione del virus ha comportato. Il risparmio privato così generatosi, soprattutto quello della media borghesia e da altre categorie sociali (come gli statali, i pensionati) non toccate direttamente e fortemente della crisi, costituisce un gruzzolo che fa gola allo Stato e al suo principale azionista, ovvero il grande capitale. Non mancano inoltre tendenze, in una situazione come questa, a disciplinare fiscalmente anche quest’ultimo, perchè faccia la sua parte per gli interessi generali del sistema di cui è espressione. Di qui il ritorno, nel dibattito pubblico borghese, della parola d’ordine della patrimoniale, che una parte consistente dei movimenti di lotta ha persino fatto sua, coltivando l’illusione di poter imporre maggiore equità sociale tramite l’intervento fiscale dello Stato borghese, invece che togliendo spazio al profitto e alla rendita direttamente con la lotta di classe.
Se l’obiettivo fondamentale della cosiddetta economia di guerra è resistere e gestire la crisi, l’obiettivo principale è quello dell’autonomia strategica del singolo paese imperialista o del singolo blocco/aggregato di paesi imperialisti, come nel caso dell’Ue. Lo si è visto con il reshoring, ma anche con l’ampliamento del golden power da parte dell’attuale governo italiano. Da qui discendono anche gli scontri più duri, a livello diplomatico internazionale, che stanno accompagnando lo sviluppo dell’epidemia globale, soprattutto tra Cina e Usa, ma anche i continui proclami che vengono svolti in tal senso a livello europeo, puntando ad arginare Pechino, ma anche a rendersi maggiormente autonomi da Washington. Si riparla in tal senso, a livello europeo, di campagna di nazionalizzazioni e l’Italia ne è stata apripista, chiudendo, almeno temporaneamente, con il “decreto rilancio”, la partita Alitalia con una nuova nazionalizzazione, incassando prontamente l’assenso dell’Ue. E non solo: il protagonismo di Cassa Depositi e Prestiti, dalle autostrade, con l’intricata trattativa di uscita dei Benetton, all’ultimo accordo con Tim per la “società italiana della rete unica a banda larga”, passando per gli stanziamenti miliardari del Fondo Nazionale del Turismo, dimostrano ancora una volta come nei momenti di crisi lo Stato borghese è chiamato anche finanziariamente a prendere le redini strategiche del capitalismo. D’altra parte, la sempre più marcata svolta di un altro monopolio controllato dallo Stato, come Fincantieri, da un settore crocieristico gravato dalla crisi, a un settore militare piuttosto florido, la dice lunga della direzione strategica del capitalismo nel suo complesso.

Un malato grave che non muore da solo

Come già si diceva anche nello scorso numero, le dinamiche discese dall’epidemia di coronavirus e dalla sua gestione da parte degli Stati capitalisti non hanno generato la crisi, ma l’hanno semplicemente aggravata, portando a ulteriori sviluppi e conseguenze processi già in atto. Per il grande malato del capitalismo, la borghesia imperialista e i suoi governi sono costretti ad affannarsi per trovare tutte le cure possibili e immaginabili: passano dal liberismo più sfrenato al protezionismo, dal globalismo al sovranismo, dall’austerità al keynesismo. Tutte le cure che mettono in campo hanno un prezzo enorme, non tanto in termini economici immediati, quanto in senso politico-storico: sono destinate nel medio e lungo periodo ad alimentare le contraddizioni di classe. Basti vedere l’apertura dei rubinetti della spesa pubblica conseguente all’attuale fase di crisi, dopo anni di austerità giustificata in nome del debito pubblico e della stabilità finanziaria: cosa succederà dei capitali immessi nel mercato in questo frangente quando non troveranno inevitabilmente valorizzazione nella sfera della produzione reale di plusvalore? Quante bolle speculative sono destinate a esplodere? Quante cure da cavallo imposte ai proletari prefigurano l’attuale orgia di spesa pubblica?
La borghesia imperialista si contorce tormentosamente nella sua crisi, palesando però sicurezza. L’ideologia del grande capitale vuole presentarsi come naturalmente disposta al rinnovamento di fronte agli eventi: digitalizzazione, modernità, progresso, autosufficienza, rilancio del patriottismo… Nel suo sviluppo riesce a rafforzare una parziale subalternità di buona parte dei movimenti e delle forze soggettive comuniste, che raccolgono le soluzioni interne al sistema, dimenticando la differenza tra lotta economica ed economicismo o, nei casi più gravi, sognando un ritorno al capitalismo dal volto umano. E così ci si spreca in programmi quali patrimoniale, nazionalizzazioni, redditi di ogni tipo… La realtà è che solo i rapporti di forza tra le classi ci permetteranno di strappare qualcosa al nemico e che solo l’incisività della lotta di classe può riempire le rivendicazioni di sostanziale avanzamento nella condizione materiale, morale e politica della classe.
L’unica soluzione che il capitalismo prospetta ai popoli per salvare sè stesso è la guerra imperialista e in particolare quella tra vecchie e nuove potenze monopoliste: ogni presidenza statunitense che si avvicenda aggrava le contraddizioni interimperialiste e non sarà certo il Biden di turno a cambiare un corso obbligato per Washington. Solo mediante la distruzione di una fazione del capitale internazionale il capitalismo nel suo complesso può uscire dalla crisi.
L’aggravamento della crisi per i comunisti deve essere una fase di raccolta di forze di classe, di formazione nella prassi e nella teoria, nonchè di organizzazione politica nella lotta e per rilanciare la lotta stessa. Poichè il capitalismo è un malato che non muore della propria malattia: la sua forza è fondamentalmente quella di poter rimanere in piedi, pur moribondo, se non vi è un’alternativa rivoluzionaria posta dalla lotta di classe del proletariato. Ed è per questo che la costruzione dell’avanguardia comunista, in termini di teoria, pratica e organizzazione, è all’ordine del giorno.

 

Note:

[1] La diffusione del Covid19 sui posti di lavoro è proseguita dopo la fine del coprifuoco sanitario, tanto che a fine agosto l’Inail forniva una cifra di 52.209 contagiati e 303 morti.

[2] F. Engels, Antidüringh. La scienza sovvertita dal signor Düringh, Edizioni Lotta Comunista, Milano, p. 336.

[3] Con il rimborso al 110%, presentato come “sostegno alla ripresa” e giustificato da politiche “green”, lo Stato emette di fatto moneta finanziaria, tramite il titolo di credito gonfiato arbitrariamente del 10% che passa nelle mani delle banche.

[4] Vedi Antitesi n° 5 sezione “sfruttamento e crisi”
“L’eterno ritorno di Keynes”
www.tazebao.org/leterno-ritorno-di-keynes/

[5] Per approfondire vedi E. Garda, Il Decreto Liquidità rafforza il Golden Power, altalex.com, 27/4/2020.

[6] Vedi Antitesi n°6 sezione “Controrivoluzione, repressione e solidarietà di classe”
“Vecchia piccola borghesia”
https://www.tazebao.org/vecchia-piccola-borghesia/

[7] Vedi, per esempio, C. Formenti, “Piccolo non è bello” e le PMI devono morire (i media di regime non lo nascondono più), lantidiplomatico.it, 26/7/2020.

[8] Vedi Antitesi n° 1, Crisi, Europa, Guerra
https://www.tazebao.org/antitesi-rivista-n-1-ott-gen-2015-2016/

[9] Per quantitative easing intendiamo l’acquisto in massa da parte delle banche centrali di titoli di Stato e di altre obbligazioni sul mercato, con un intervento paragonabile all’immissione di moneta.

[10] Basti vedere che il famoso spread non è altro che la misura della differenza di rendimento tra diversi titoli di Stato, nello specifico tra buoni del tesoro italiani e i cosiddetti bund tedeschi.

[11] Sulla digitalizzazione dei rapporti di lavoro vedi Antitesi n.9
“Nuove forme di sfruttamento”

sulla nozione di capitale costante vedi il glossario di Antitesi n°5
sotto la voce “Saggio del progitto”
https://www.tazebao.org/glossario-antitesi-n-5/

sull’utilizzo della riconversione green nella concorrenza tra monopolisti vedi Antitesi n° 8
sezione “Classi sociali, proletariato e lotte”.
“Ambientalismo e capitale”
https://www.tazebao.org/ambientalismo-e-capitale/

[12] Vedi Antitesi n° 3 sezione “Ideologia borhese e teoria del proltariato”
“La categoria dell’imperialismo”
https://www.tazebao.org/ideologia-borghese-teoria-del-proletariato-la-categoria-dellimperialismo/

[13] Vedi Antitesi n° 1 sezione “Classi sociali, proletariato e lotte”
“Sulla divisione internazionale del lavoro”
https://www.tazebao.org/sulla-divisione-internazionale-del-lavoro/

[14] K. Marx, Lineamenti fondamentali dell’economia politica, vol. II, La Nuova Italia, p. 402

[15] Vedi Antitesi n° 2 sezione “Classi sociali, proletariato e lotte
“La lotta di classe in cina”
https://www.tazebao.org/la-lotta-di-classe-in-cina/

[16] Vedi Antitesi n° 3 sezione “Classi sociali, proletariato e lotte”
“Dalla frammentazione della classe, all’unità del politico”
https://www.tazebao.org/classi-sociali/

[17] Vedi Antitesi n.9 sezione “Imperialismo e guerra”
“Pandemia, crisi e guerra”

[18] Vedi Antitesi n° 6 sezione “Sfruttamento e crisi”
“Sul protezionismo”
https://www.tazebao.org/sul-protezionismo/.

[19] Fonte: M. Marinetti, La globalizzazione si è inceppata, ora le imprese tornano a casa, economymag.it, 24/6/2020

[20] G. Torsini, Coronavirus: l’impatto sulle catene globali del valore, siderweb.com, 30/4/2020

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