In arrivo il nuovo CALENDARIO 2020

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In arrivo il nuovo CALENDARIO 2020

Non c’è emancipazione della donna senza rivoluzione
non c’è rivoluzione senza emancipazione della donna!

Da dicembre saranno disponibili i nuovi calendari 2020 del Collettivo Tazebao, incentrati sulla questione di genere, con esempi di donne protagoniste, al fianco dei loro compagni, di lotte proletarie, anticapitaliste e antimperialiste e che hanno trovato la propria emancipazione nel percorso di trasformazione della loro realtà sociale.

Si potranno trovare al costo di 3€ a:
PADOVA – Picchetto, galleria Ognissanti 8
MESTRE – Tuttinpiedi, piazzetta Canova
PORDENONE
CATANIA – CSP Graziella Giuffrida, Via Vittorio Emanuele 436
MILANO – Spazio Magenta Sesto
TRIESTE

Inoltre è possibile richiedere la spedizione attraverso la pagina Facebook Tazebao.org o tramite mail all’indirizzo collettivo.tazebao@gmail.com

Dedichiamo il calendario 2020 al 60° anniversario dell’assassinio delle sorelle Mirabal, avvenuto il 25 novembre 1960 a Salcedo, nella Repubblica Dominicana, per mano degli agenti del Servicio de Inteligencia Militar (SIM), la polizia segreta del dittatore fascista Rafael Leònidas Trujillo.

Patria, Minerva e Maria Teresa vennero assassinate perché impegnate nella lotta contro Trujillo, giunto al potere nel 1930 con il sostegno dell’imperialismo Usa.

Appartenevano all’organizzazione clandestina antimperialista Movimento Rivoluzionario 14 di giugno, contro cui il SIM fece scattare un’ampia operazione repressiva nel gennaio 1960, che portò in carcere molti membri, tra cui le sorelle Mirabal e i rispettivi mariti. Molti dei prigionieri vennero inviati al carcere di La 40 e sottoposti a tortura. Le sorelle vennero liberate alcuni mesi dopo.

Il 25 novembre 1960 le tre sorelle, accompagnate dall’autista Rufino de la Cruz, andarono a fare visita ai mariti Manolo e Leandro, trasferiti nel carcere della città di Puerto Plata.

Durante il ritorno vennero fermate dalla polizia segreta e portate in una piantagione di canna da zucchero, dove vennero uccise a bastonate. I loro corpi con evidenti segni di tortura vennero fatti precipitare da un dirupo per simulare un incidente.

L’omicidio delle sorelle Mirabal incendiò la rabbia contro Trujillo e la lotta culminò con la sua eliminazione l’anno seguente, grazie ad un provvidenziale colpo di fucile che lo raggiunse mentre viaggiava nella macchina presidenziale nella periferia della capitale, Santo Domingo.

L’anniversario del loro assassinio è stato scelto come data cardine per questo calendario, perché consideriamo la loro storia, quella di donne uccise per aver tentato di rivoluzionare la società in cui vivevano, come un esempio di emancipazione femminile, questione su cui molte donne hanno sentito da sempre la necessità di mobilitarsi.

Per questo, oltre alle sorelle Mirabal, dedichiamo ogni mese ad esempi di donne protagoniste di lotte proletarie, anticapitaliste e antimperialiste che hanno trovato la propria emancipazione nel percorso di trasformazione della loro realtà sociale.

Oggi vediamo riproporsi il protagonismo di molte donne, che scendono in piazza ad ogni latitudine contro le condizioni di vita sempre più difficili e contro la mobilitazione reazionaria che minaccia i diritti conquistati. Nell’attuale fase di crisi del sistema capitalista, infatti, in cui economia e società tendono al collasso, il proletariato viene ulteriormente vessato da questo sistema economico e in questo scenario chi paga il prezzo più alto sono le donne proletarie.

Infatti, oltre a essere proletarie, noi donne viviamo una condizione doppiamente subordinata per via del nostro genere.

La grande difficoltà a trovare lavoro se abbiamo dei figli, il gap salariale (per cui una donna – a parità di professione- percepisce un salario inferiore rispetto a quello di un uomo), l’elevato tasso di disoccupazione femminile e il fatto che siamo le prime a essere licenziate sono solo alcuni esempi di discriminazione che come lavoratrici viviamo quotidianamente sul luogo di lavoro.

A questo si aggiunge il fatto che è proprio sulle nostre spalle che ricadono i tagli allo stato sociale e ai servizi che vengono varati per rispondere alla crisi. I tagli su istruzione e sanità, infatti, scaricano semplicemente sulle famiglie, quindi sulle donne, la cura dei bambini e l’assistenza degli anziani e dei disabili, aggiungendo un’ulteriore quota di lavoro non retribuito al carico quotidiano di noi proletarie.

Per di più la crisi del sistema economico ha portato con sé un’accelerazione dell’imbarbarimento della società anche dal punto di vista culturale, che ha peggiorato la lunga serie di discriminazioni che subiamo, facendo vacillare i diritti fondamentali conquistati dalle donne in lotta (come, ad esempio, il diritto di interruzione volontaria di gravidanza), colpendo la nostra autodeterminazione e giustificando le peggiori manifestazioni del maschilismo e del patriarcato.

Pensiamo ad esempio alla “cultura dello stupro”, che colpevolizza la vittima (più di undici al giorno in Italia) e sdogana lo stesso.

Mentre in Italia i casi aumentano di giorno in giorno, la storia ci insegna che lo stupro, da sempre, viene utilizzato, in contesti differenti, come manifestazione estrema dell’oppressione sociale sulle donne proletarie: non solo, nelle zone di guerra, lo stupro viene utilizzato come “metodo rieducativo” contro quelle donne che osano alzare la testa e lottare, ma anche nei paesi imperialisti, dove è riflesso dell’egemonia del patriarcato che il sistema capitalista riproduce.

In ogni situazione, la violenza borghese e reazionaria colpisce innanzitutto le donne proletarie che decidono di lottare, facendole bersaglio di insulti, di incitamenti allo stupro, passando dalle minacce fino alle aggressioni.

Tutto ciò mentre sulle condizioni delle donne vengono giocate le battaglie propagandistiche della borghesia per portare avanti i propri interessi.

Le violenze sessuali vengono strumentalizzate per promuovere la propaganda reazionaria ad esempio contro gli immigrati (uno stupro commesso da un autoctono ha tutto un altro peso) con l’obiettivo di giustificare la promulgazione di leggi liberticide, che vanno in realtà a colpire i proletari.

Sul fronte esterno, invece, le presunte campagne per la “difesa delle donne” mirano a legittimare le peggiori missioni militari imperialiste, i cui veri obiettivi sono la rapina delle risorse e lo sfruttamento delle popolazioni attaccate, non certo portare la parità di genere e l’emancipazione femminile, come se le donne dei paesi oppressi, aggrediti e occupati avessero nei  soldati italiani o statunitensi un supporto per emanciparsi e non il nemico principale, che schiavizzando il proprio popolo le schiaccia due volte anche in quanto donne.

È necessario, infatti, avere chiaro due principi fondamentali: solo le donne possono liberare se stesse e l’esito della lotta per cambiare la società dipende dal grado in cui vi parteciperanno le donne.

Questo significa che nella lotta di classe, rivoluzionaria o di liberazione nazionale la contraddizione di genere ha un importantissimo potenziale, perché le donne subiscono il triplo sfruttamento di genere, nazionale e di classe e quando una donna decide di prendere il suo posto nella lotta attira con sé un’intera rete di rapporti che ne vengono condizionati.

È attraverso il processo di lotta stesso per l’emancipazione della propria classe che le donne iniziano il processo di emancipazione anche di genere.

È ponendosi alla testa del movimento di liberazione del proprio popolo che le donne si autodeterminano, anche rispetto alle istituzioni e ai rapporti oppressivi che sono interni a quel popolo, il quale viene così doppiamente smosso, da un lato dalla lotta antimperialista e dall’altra dalla rottura di relazione di potere tra i generi considerate immutabili e spezzate grazie al protagonismo femminile.

Ugualmente, nella lotta di classe nei paesi imperialisti, la donna proletaria trova un’emancipazione sostanziale, fatta di rapporti reali e di messa in discussione pratica di ruoli frutto dell’egemonia dominante, grazie alla quale supera l’ipocrisia formale dei regimi “democratici” della borghesia imperialista che proclamano l’eguaglianza fra i generi ma la negano nella società reale.

I nuovi movimenti a livello internazionale dal Sud America al Medio Oriente che vedono protagoniste le donne proletarie, la lotta contro le sopraffazioni di genere riaffermata e presente anche nel nostro paese, troveranno una prospettiva solo all’interno di una linea unitaria di classe con l’obiettivo di rivoluzionare tutti i rapporti sociali di sfruttamento, ovvero rovesciare il capitalismo e tutte le sue sovrastrutture oppressive, tra cui patriarcato, maschilismo e sessismo.

La lotta è tra le classi, tra classi sfruttatrici e classi sfruttate, non tra i generi, ma il genere femminile oppresso può emanciparsi solo collocando la sua lotta all’interno di quella delle classi sfruttate, e queste ultime possono realmente liberarsi solo se integrano all’interno della propria lotta quella di emancipazione delle donne.

Ai nostri posti, nella lotta, ci troverete!

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