L’università ai tempi del Corona virus

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L’università ai tempi del Corona virus

Condividiamo le riflessioni su varie tematiche dei compagni del CPO Gramigna di Padova
UNIVERSITÀ #1

Sono ormai diverse settimane che, a causa della chiusura forzata imposta dalla pandemia, gli studenti e i docenti delle università italiane si stanno confrontando con discussioni di tesi, lezioni ed esami online.
Fare un bilancio nel bel mezzo dell’emergenza risulta complicato, ma ci preme fare alcune riflessioni.
L’intento non è certo quello di fare della sterile polemica, quanto piuttosto osservare le contraddizioni, già presenti in seno all’università pubblica italiana, che questo virus ha contribuito a mettere in evidenza.
Innanzitutto l’istruzione universitaria continua a dimostrarsi un privilegio di chi può permettersela.
Risulta infatti evidente come chi, per varie ragioni, non possegga una connessione sufficientemente prestante e almeno un dispositivo in grado di supportare i programmi messi a disposizione dagli atenei sia di fatto escluso dalla didattica telematica.
Lungi dall’essere un problema esclusivo di questa emergenza, il fatto che vi siano ancora studenti che faticano ad accedere a una connessione internet stabile e a dispositivi tecnologici idonei mostra le abissali lacune che il diritto allo studio universitario ancora non è riuscito a colmare.
Vi è poi il non indifferente problema dei laboratori.
Già in normale regime di funzionamento, i corsi di laboratorio risultano spesso assenti o insufficienti, a causa di mancanza di attrezzatura, docenti e spazi.
Ora, in questa situazione emergenziale, saranno gli atenei in grado di garantire una seppur minima frequenza (telematica) agli studenti iscritti ai corsi che prevedono il laboratorio?
Probabilmente no, con buona pace di tutti coloro i quali si troveranno al termine della loro carriera con una lacuna a volte non indifferente dal punto di vista della preparazione.
E i tirocini? Parte fondamentale del percorso di studi per molti corsi di laurea, senza i quali in molti casi non è possibile laurearsi, risultano un altro bel nodo da sciogliere per le università, anche in virtù del fatto che chi non dovesse riuscire a svolgerli in tempo, rischia di andare fuori corso.
E sappiamo tutti cosa significhi andare fuori corso: frustrazione, tanto tempo perso, oltre che altre tasse da pagare.
A proposito di tasse, ci chiediamo con che faccia le università pretenderanno il pagamento completo delle quote a fronte di un servizio non sempre garantito al meglio e comunque, per ovvi motivi, carente di numerosi elementi fondamentali per gli studenti (aule studio, biblioteche, mense etc.).
Abbiamo sempre ritenuto esagerate, nonché assolutamente in contrasto con il principio del diritto allo studio per tutte e tutti, le migliaia di euro che ogni anno le istituzioni universitarie pretendono dalle famiglie che vogliono garantire un’istruzione ai propri figli, e a maggior ragione lo ribadiamo oggi, vista la situazione che sono costretti ad affrontare gli studenti e le loro famiglie.
Vi è poi la questione degli studenti borsisti, i quali si vedono impossibilitati a usufruire di tutta una serie di servizi che spettano loro di diritto. Se è ovviamente assurdo chiedere la riapertura, ad esempio, delle mense, pretendere che vengano rimborsate le trattenute dalla borsa di studio è sacrosanto, nonché doveroso.
Riteniamo inoltre auspicabile che le istituzioni si preoccupino della questione affitti per tutti gli studenti fuorisede che sono dovuti tornare a casa a causa dell’emergenza.
Sarebbe assurdo dover pagare mesi di affitto senza poter effettivamente usufruire della propria abitazione.
Ci preoccupano poi non poco le possibilità che questa nuova modalità di erogazione della didattica potrebbe aprire per il futuro post-epidemico.
Conosciamo tutti benissimo i problemi di spazio che molte università denunciano ormai da anni, costrette a imporre il numero chiuso, strumento di per sé contrario al concetto stesso di diritto allo studio, per limitare il numero di iscritti alla capienza delle aule. Il timore è che strumenti come la didattica telematica possano risultare funzionali ad aggirare il problema della carenza di spazi. Anziché investire in nuove strutture, gli atenei potrebbero implementare sistemi di didattica a distanza per tutti quegli studenti di fatto esclusi dall’istruzione universitaria, o fortemente penalizzati, a causa della carenza di strutture, con tutte le implicazioni e i disagi che questa scelta causerebbe agli studenti.
Inoltre in alcuni atenei si stanno sperimentando sistemi per svolgere esami a distanza controllati da intelligenze artificiali in grado di osservare e valutare eventuali comportamenti scorretti da parte dei candidati, senza che sia necessaria alcuna sorveglianza umana. Le implicazioni che questa sperimentazione può e potrà avere in termini di controllo sociale sono molteplici, qualora questi sistemi dovessero essere ulteriormente implementati in futuro.
Vogliamo quindi ribadire che, in situazioni di emergenza come in tempi tranquilli, non ci è mai piaciuto come lo stato e le istituzioni gestiscono l’istruzione universitaria, continuando a tagliare il tagliabile e ignorando le esigenze degli studenti, specialmente quelli meno abbienti.
I nodi, dovuti ai milioni di tagli e all’insufficienza delle strutture, oltre alle disparità economiche e geografiche, stanno venendo al pettine, e noi sappiamo chi è responsabile.
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