Note sulla fase politica – giugno 2021

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antitesi rivista

 

 

Note sulla fase politica – giugno 2021

Le compagne e i compagni della redazione di Antitesi hanno deciso di raccogliere lo strumento delle “note di fase” pubblicate dal Collettivo Tazebao, al fine di contribuire, con un materiale più agile rispetto alla rivista, al dibattito tra compagne e compagni sugli avvenimenti in corso. Le note, composte da una parte internazionale e una interna, puntano a socializzare la nostra sintesi politica con delle indicazioni che pensiamo utili ad orientare la nostra pratica. Invitiamo tutte e tutti a farci pervenire, dubbi, critiche e quant’altro possa contribuire al dibattito.

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Sulla situazione internazionale:
appoggiare e prendere esempio dalla Resistenza Palestinese

“Biden ha riaffermato che il pilastro della politica estera americana è l’Unione Europea. Un tempo  si diceva che gli Usa guardano ad est, guardano all’Asia. Come dire erano in una posizione equidistante. Oggi c’è solo un alleato fondamentale ed è l’Unione Europea”. È con queste parole che il primo ministro italiano, Mario Draghi, commentava, a fine marzo, l’intervento di Biden al Consiglio Europeo. In effetti, la linea della nuova amministrazione statunitense, tesa a ricucire un fronte anticinese e antirusso con le potenze imperialiste dell’Ue, ha contrassegnato successivamente sia il vertice G7 sia quello della Nato. Il tentativo statunitense è quello di coprire le contraddizioni che dividono gli Usa dall’Ue e le potenze della Nato tra di loro, per proiettarsi in termini economici, politici e militari contro i comuni nemici, ovverosia i nuovi poli imperialisti in ascesa globale, la Russia e la Cina.
Mai come in questa fase, i vertici dei paesi cosiddetti occidentali hanno dichiarato apertamente l’ostilità a Mosca e sopratutto a Pechino: segno che la crisi del capitalismo internazionale spinge per l’aggravamento delle contraddizioni interimperialiste. Biden non si distingue rispetto a Trump nella campagna anticinese, ma la modula in termini diversi, gestendola non in nome dell’unilateralismo yankee, ma del rilancio dell’alleanza con i tradizionali complici europei. Sempre come Trump, anche Biden vorrebbe concentrare la politica estera statunitense sull’assedio e il contenimento della Cina, aggiungendovi anche una maggiore pressione verso la Russia, divincolandosi o comunque alleggerendo la priorità rispetto ad aree quali il Medio Oriente e rispetto al pantano afghano nel quale gli Usa annaspano dal 2001. Ciò significa porre come principale la contraddizione interimperialista, rispetto a quella con i popoli oppressi, avviando una nuova fase nel processo di guerra globale.
Ma tale strategia sbatte sull’impossibilità, per gli imperialisti yankee, di venire a capo della contraddizione fondamentale che segna tutta l’area arabo-islamica, quella tra popolo palestinese e l’entità sionista.
La battaglia della “Spada di Gerusalemme” ovverosia gli undici giorni di conflitto aperto tra l’entità  sionista e la Resistenza Palestinese, con tutte le sue conseguenze, hanno rappresentato il principale passaggio della politica internazionale nell’ultimo periodo e meritano un approfondimento da parte comunista.
L’eroico popolo palestinese ha dimostrato la volontà di non accettare il ruolo di agnello sacrificale sull’altare della ‘normalizzazione’ dell’occupazione sionista che da sempre persegue la pulizia etnica, la deportazione, il confinamento in bantustan e la strutturazione del regime di apartheid su tutto il territorio delle Palestina storica. È una stata una reazione di coraggio ed abnegazione contro un ulteriore aggravamento del colonialismo di insediamento sionista avvenuta nell’ultimo mese, caratterizzata dalla caccia all’arabo praticata negli ultimi mesi dai coloni nella città santa, dalla pianificazione di sfratti di famiglie arabe di Gerusalemme est e dall’assalto sionista alla moschea diAl-Aqsa nel pieno del mese del ramadan. Contro questa recrudescenza tutti i palestinesi sono scesi in campo, dalla Cisgiordania a Gaza fino ai profughi in Siria e Libano, con il protagonismo nuovo e inaspettato degli arabi dei territori del ’48, formalmente cittadini israeliani, che con il loro contributo hanno rimarcato l’unita del popolo anche di fronte alla loro leadership divisa.
Ancora una volta si evidenzia come il popolo palestinese sia costretto dalla geografia e dalla storia a porsi come avanguardia di massa nel campo della resistenza delle masse arabe contro la strutturazione dell’oppressione imperialista. Un giogo secolare che non ha mai mollato la sua presa su una zona ricchissima di petrolio e di grande rilevanza strategica per la sua collocazione all’incrocio di tre continenti. Un giogo imperialista che si avvale della riproduzione di regimi feudali come le monarchie reazionarie del Golfo e che si esprime nella negazione fino anche alla distruzione manu militari di qualsiasi possibilità di sviluppo autocentrato per gran parte dei percorsi tentati dalle diverse sezioni di borghesia nazionale araba, come è successo fin dall’Egitto di Nasser per arrivare all’Iraq, alla Libia e alla Siria dei giorni nostri.
Fulcro del giogo imperialista sul Medioriente è la super colonia sionista, vera e propria testa di ponte della proiezione imperialista sull’intera area. Lo sviluppo del piano della Grande Israele, con un’area di influenza dal Sinai al Golfo Persico, coincide precisamente con i piani imperialisti degli Usa e delle potenze europee di strutturare la dominazione imperialista sui popoli oppressi dell’area. Una prospettiva di “normalizzazione” imperialista dell’area che ogni amministrazione statunitense punta a concretizzare secondo direttive strategiche diverse. Da ultimo abbiamo visto il tentativo della cricca di Trump, con i cosiddetti Accordi di Abramo, cioè la stabilizzazione dei rapporti tra il regime coloniale sionista e alcune monarchie reazionarie arabe (Emirati, Bahrein, Marocco) nella prospettiva di un’alleanza strategica che ha come sbocco la costituzione di una sorta di Nato mediorientale a comando sionista, in funzione sopratutto antiraniana ma anche di contenimento della Turchia.
Una normalizzazione che ha, invariabilmente, come aspetto principale il rilancio del regime di occupazione, come si è evidenziato con la dichiarazione di Gerusalemme capitale dello Stato di Israele, formalizzata da Trump ma decisa già nel 1995 durante la presidenza Clinton, e l’accelerazione della deportazione della popolazione palestinese perseguita tramite l’incremento delle aggressioni e degli sgomberi. Una recrudescenza che si è sviluppata particolarmente negli ultimi mesi a Gerusalemme est e che è culminata nell’assalto armato alla moschea di Al Aqsa messo in atto dai coloni e dall’esercito israeliano il 7 maggio scorso.
La risposta di massa del popolo palestinese con il suo carattere unitario ha smascherato il piano degli oppressori e la reazione sionista mostra, a chi vuol vedere, il vero volto dei colonizzatori con i bombardamenti e i massacri di civili, donne e bambini.
La rivolta palestinese rende evidente che un intero popolo non accetta di essere annientato politicamente, culturalmente e militarmente. Questa determinazione costituisce il più grande ostacolo ai piani imperialisti e l’alimento fondamentale della resistenza delle masse in tutti i teatri dello scontro per la liberazione, dalla Palestina occupata all’Iran sotto assedio, passando per la resistenza antimperialista in Libano, Siria, Yemen, Iraq e Afghanistan. La capacità di mobilitazione e di risposta militare dimostrata dalla Resistenza Palestinese, anche nelle sue componenti proletarie  e rivoluzionarie, come il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, ha dimostrato il fallimento sia dell’aggressione israeliana sia dei tentativi di normalizzazione imperialista. La prima è stata ben esemplificata dall’estromissione dal potere esecutivo del boia Netanyahu, la seconda dall’incapacità di Biden di mugugnare null’altro che generici appelli alla tregua e alla pacificazione, salvo poi collaborare e offrire copertura con ogni crimine sionista.
La gravità della situazione e la mancanza di temporanee soluzioni mediate è la più chiara evidenza dell’aggravarsi della contraddizione imperialismo-popoli oppressi nell’area.
Nel quadro della crisi generale del capitalismo, che attanaglia in particolare le tradizionali potenze imperialiste e che è aggravata ulteriormente dalle conseguenze della pandemia, questa contraddizione principale imperialismo-popoli oppressi si interseca con l’acutizzarsi delle contraddizioni interimperialiste, come è ben evidenziato dagli sviluppi della guerra in Siria in Libia e con le contraddizioni tra potenze regionali come quelle tra Israele, Iran, Turchia, Arabia Saudita.
In questa situazione la frazione della borghesia imperialista italiana e la sua litigiosa classe politica trova unità sotto la bandiera dell’appoggio bipartisan verso il regime sionista (dal Pd a Fratelli d’Italia). Una posizione che corrisponde alla sua integrazione nel polo imperialista europeo che vede la potenza guida tedesca perfettamente allineata con Israele e che rimarca il vassallaggio verso l’imperialismo Usa che con Biden prosegue nei fatti la linea tracciata da Trump.
E così dobbiamo ringraziare la rivolta palestinese che, se ce ne fosse ancora bisogno, rende oltremodo chiaro che oggi, per essere a fianco dei popoli oppressi, bisogna essere in primo luogo contro il proprio imperialismo e il suo sistema internazionale di alleanze.
È nostro compito far sì che questa consapevolezza diventi sempre più parte integrante delle mobilitazioni in appoggio alla causa del popolo palestinese e contro i crimini del colonialismo sionista che si sta sviluppando nel nostro paese, come accade in tutto il mondo. Queste mobilitazioni sono caratterizzate dalla massiccia scesa in campo dell’immigrazione principalmente araba e mediorientale (di seconda e di terza generazione). Una vasta massa di giovani che riconoscono il ruolo di avanguardia della Resistenza Palestinese e vi si riconoscono nella comune battaglia contro lo sfruttamento, il razzismo e le barbarie delle classi dominanti imperialistesioniste. È a questi giovani che bisogna guardare e legarsi, praticando la solidarietà internazionalista con il popolo palestinese con le mobilitazioni di massa e con il boicottaggio economico ed accademico, nonché resistendo ai tentativi di infangare la causa palestinese con l’accusa di antisemitismo, che si vorrebbe tramutare in “verità giudiziaria” con il processo in corso a Milano per le contestazioni alla bandiere sioniste durante il corteo del 25 Aprile 2018. Anche nel movimento di solidarietà con il popolo palestinese, dobbiamo unirci e organizzare quella che costituisce la sua sinistra, ovvero i giovani che si riconoscono nella Resistenza e rifiutano la normalizzazione dell’occupazione, conquistando le posizione intermedie che oscillano nell’appoggio incondizionato alla Resistenza e isolare la destra, ovvero gli addentellati dell’Anp e il ceto politico della sinistra borghese, che vogliono “normalizzare” il movimento di solidarietà con la Palestina proprio come i loro referenti in Palestina e nei palazzi del potere imperialista vogliono normalizzare l’occupazione. Va evidenziato, il ruolo dei portuali, i quali hanno proclamato il boicottaggio del carico e scarico delle armi dirette all’entità sionista a Genova, Livorno, Ravenna e Napoli. Un contributo importante che proviene da un settore di classe operaia che negli ultimi anni oltre a mobilitarsi contro i piani di ristrutturazione dei porti e le loro ricadute in termini di occupazione, salario e diritti, si pone il problema di contribuire alla lotta contro la barbarie imperialista a partire dal proprio posto di lavoro, non a caso la procura di Genova si sta muovendo contro la realtà maggiormente organizzata e combattiva in tal senso.
Tra i nostri compiti, c’è quello di sostenere le lotte contro le servitù militari italiane, mettendosi concretamente di traverso ai piani imperialisti di egemonia nel Mediterraneo. I compagni sardi recentemente hanno occupato la spiaggia di fronte il poligono di Capo Teulada, come denuncia per l’ennesima sottrazione di territorio da parte dell’esercito italiano, che ha militarizzato l’intera Sardegna e continua ad utilizzarne il suolo e il cielo per le allenarsi alla guerra imperialista, come nella recente esercitazione “Falcon Strike 21”, condotta assieme alle aeronautiche di Israele, Usa e Regno Unito. In Sicilia il movimento no Muos, rilancia l’ennesima estate di lotta contro le basi militari, le quali, con lo spostamento delle tecnologie di guerra verso l’uso dei droni senza pilota che partono da Sigonella, fanno sempre di più assumere all’isola il ruolo di portaerei dell’imperialismo nell’area mediterranea. L’appuntamento per il corteo dal presidio no Muos in Contrada Ulmo alla base militare yankee è fissato per il 7 Agosto alle ore 15.

Sulla situazione interna:
contro l’unità nazionale dei padroni, per l’unità politica del proletariato!

“Il governo dei migliori”: fu con questa formula ridicolmente propagandistica che i mass media e la politica borghese annunciavano la nascita del governo Draghi, nel febbraio scorso, presentato come “salvatore della nazione” non tanto rispetto all’epidemia, vista già l’ecatombe di morti, ma sul piano della crisi.
Sulle motivazioni del passaggio dal governo Conte bis al governo Draghi rimandiamo all’articolo Sull’orlo del precipizio del numero 10 di Antitesi. Quello che ci interessa qui mettere a fuoco è su cosa e su quali obiettivi sta lavorando il governo in carica.
Per comprenderlo dobbiamo necessariamente inquadrare velocemente il contesto Ue in cui l’azione di governo si inserisce in quanto parte di un progetto più generale. Spinto dalla crisi e dal suo aggravamento dovuto alla pandemia, il Consiglio Europeo ha approvato a dicembre il Recovery Fund, ossia uno stanziamento di 750 miliardi di euro costituito da versamenti pro quota dai singoli Stati membri (un fondo cioè proveniente dalla tassazione generale dei cittadini Ue, per intenderci) accompagnato da un’emissione di titoli di debito da parte dell’Ue. Questa iniziativa del Consiglio rappresenta una forte discontinuità con le politiche di austerità dell’ordoliberismo tedesco del passato e abbraccia politiche di stampo prettamente keynesiano, prevedendo per la prima volta l’intervento diretto dell’Unione con stanziamenti finanziari e relativi investimenti nell’economia reale dei singoli paesi. Politiche di stampo keynesiano, seppur riconducibili alla mera stabilizzazione finanziaria, erano già adottate dalla Bce a guida Draghi (guarda caso) con la promozione dei Quantitative Easing, che incontrarono forti ostilità dalle istituzioni economiche tedesche.
Questo passaggio innovativo deriva dal fatto che, nella crisi di sovraccumulazione di capitali che il sistema mondiale attraversa, lo sviluppo dei contrasti economici e politici mondiali si sta accendendo a ritmo incalzante e di fronte al protagonismo di superpotenze come Usa e Cina, l’Ue deve riuscire a produrre proprie strategie di contenimento e di contrasto della crisi pena il retrocedere incalzante dai mercati mondiali. Ad essere più precisi, l’Ue punta a rafforzare la propria integrazione e proiezione economica più che altro rispetto al colosso cinese, date le recenti iniziative di contrasto all’introduzione di capitali cinesi in Ue e al rinnovato riallineamento anticinese con gli Usa sancito anche all’ultima edizione del G7.
La pandemia, in questo contesto, ha creato un’occasione da non perdere: quella di procedere con ritmo accelerato sulla strada delle cosiddette riforme, ovvero ad una ristrutturazione delle varie formazioni statali dell’Ue, sia dal punto di vista produttivo che amministrativo-giudiziario più funzionali a reggere la competitività con le altre formazioni imperialiste concorrenti.
Obiettivo questo presente nel progetto europeo sin dalle origini, ma che le politiche di austerità non sono riuscite ad implementare con il ritmo desiderato. In sintesi l’idea è quella di usare la ricchezza sociale prodotta dai lavoratori europei per rafforzare la competitività mondiale del padronato del vecchio continente. Una parte dei Recovery Funds è costituita da stanziamenti a fondo perduto, cioè in larga parte dalla restituzione del gettito fiscale che i singoli paesi versano all’Ue. L’altra parte è costituita invece da prestiti che indebiteranno ulteriormente gli Stati membri. Inoltre non potranno essere utilizzati a discrezione dei singoli Stati, ma sono state predisposte delle linee guida per i Recovery Plans nazionali, cioè per i piani di loro spesa predisposti dai diversi governi. Infine, la corresponsione di tali finanziamenti europei è condizionata alle politiche interne dei singoli paesi, cioè al tradizionale controllo e spinta da parte delle autorità europee sui governi nazionali rispetto a politiche antiproletarie e antipopolari di gestione della crisi. In buona sintesi tali linee guida indicano in quali settori la ristrutturazione debba agire (digitalizzazione, rinnovo del capitale fisso in modalità green, formazione dei nuovi lavoratori). Da notare che se un capitolo è interamente dedicato alla “coesione sociale” (leggi disinnesco dei conflitti e della lotta di classe) significa che sanno bene quali sacrifici queste “riforme” comportino per le classi subordinate.
Tornando al nostro paese la nomina di Draghi a capo dell’esecutivo è stata resa necessaria da una parte per finalizzare meglio le risorse del Recovery Fund sotto il patrocinio della grande finanza che l’ex presidente della Bce rappresenta e dall’altro per rideterminare la collocazione filoatlantica dell’Italia. Il cambio di passo è stato determinato dal padronato con Confindustria in testa, scontento delle politiche economiche “assistenzialiste” del governo Conte bis e dalle influenze Usa esercitate tramite il loro servetto Renzi tese a disinnescare un possibile avvicinamento del nostro paese verso Cina e Russia.
In questo senso Draghi (direttore esecutivo della Banca Mondiale a Washington, Presidente del comitato Privatizzazioni in Italia,vicepresidente di Goldman Sachs, governatore di Bankitalia s.p.a.,presidente del Financial Stability Board, Governatore della BCE, copresidente del gruppo dei 30, atlantista da sempre ecc.). sintetizza meglio di chiunque altro le aspirazioni della classe dominante del nostro paese.
È infatti attorno a lui e ai più di 200 miliardi da spartire che si è riunito un governo di unità nazionale che raggruppa, ad eccezione di Fratelli d’Italia, tutti maggiori partiti dell’arco istituzionale, dalla Lega “sovranista” al Pd “europeista”. La missione di cui è incaricato è di promuovere ed implementare Piano Nazionale per la Ripresa e Resilienza (Pnrr), cioè il Recovery Plan italiano in linea con i dettami del Consiglio Ue. Come da copione la stragrande maggioranza dei fondi sarà destinata alla ristrutturazione dei comparti produttivi, cioè miliardi di euro che andranno nelle tasche degli industriali per ammodernare le loro industrie in chiave green 4.0. Ai padroni “interessa” l’ecologia perché consente di socializzare i costi del capitale fisso da rinnovare, consente di tagliare i rami secchi a livello produttivo e gestire delicati processi di ristrutturazione occupazione con la copertura economica di risorse pubbliche e la copertura politico-ideologica della retorica ambientalista. Il comparto salute,  quello a cui negli ultimi 10 anni sono stati decurtati 37 miliardi di euro, causa primaria della inadeguatezza delle strutture sanitarie a fronteggiare la pandemia, è quello cui sono attribuiti i fondi minori. Già questo la dice lunga di quanto poco importi alla classe dominate la salute della popolazione pur di preservare e continuare ad accumulare profitti.
Va sottolineato che questa immissione di denaro nell’economia porterà probabilmente nel brevissimo periodo ad una fase di crescita economica. Già oggi nei comparti produttivi si respira aria di ripresa, vedi la crescita industriale balzata a +1,7 al di sopra delle attese dei calcoli di Confindustria. Nel medio e lungo periodo si vedranno gli effetti concreti del Piano, il quale si scontrerà con un comparto produttivo inadatto ad assorbire complessivamente il portato dei finanziamenti. Tanto che, nel Documento di Economia e Finanza 2020, si stimava solo una crescita dello 0,3% con le risorse del Recovery. Per fare un esempio concreto: il Pnrr prevede l’ammodernamento ecologico del parco dei mezzi pubblici nazionale, una commessa da decine di migliaia di autobus, tram, vagoni, ecc, ma oggi il sistema produttivo italiano ha una capacità di produrre al massimo qualche centinaio di questi mezzi, in virtù di delocalizzazioni, chiusure di stabilimenti e ristrutturazioni varie. L’ovvia conseguenza è che queste commesse daranno sì lavoro alle aziende del territorio, ma in misura minima rispetto a quanto ne beneficeranno i grandi monopoli, gli unici in grado di rispondere a commesse simili. La classe operaia e il proletariato beneficeranno in misura minima di questo piano e la classe dominante intende costringerli a pagarlo sia rispetto alle ristrutturazioni industriali e produttive che si determineranno, sia a livello di indebitamento pubblico sia rispetto alla “politica dei sacrifici” che l’Ue, in concorso con i padroni italiani, tenderà a imporre come contropartita dei finanziamenti.
L’implementazione del Pnrr non è però così semplice come l’esecutivo padronale vorrebbe. La crisi accelerata dalla pandemia ha già lasciato senza lavoro più di un milione di lavoratori, per lo più donne e precari, e in massima parte legati al settore del turismo, della ristorazione e dello spettacolo. Decine di migliaia di piccole partite Iva hanno chiuso baracca. Milioni di studenti sono stati rinchiusi in casa in modalità Dad fra i quali si è registrato un aumento importante di tentativi di suicidio e autolesionismo. A far da contraltare alla malsana euforia delle classi dominati per le previsioni di crescita economica scaturite dall’approvazione del Pnrr, c’è un forte malessere sociale e una pentola pronta ad esplodere di rabbia. Di questo ne sono ben coscienti e non è un caso che una parte del Pnrr sia dedicato alla coesione sociale, ovvero al tentativo di annichilire il conflitto sociale concedendo delle briciole. Tentativo che in questi giorni ruota attorno allo sblocco dei licenziamenti e alla riforma degli ammortizzatori sociali. L’intenzione è quella di evitare lo scontro frontale modulando i provvedimenti in modo da non colpire tutti indiscriminatamente compattando così un pericoloso e ampio fronte di lotta.
Se da una parte il Pnrr può dar ancora fiato a politiche riformiste di mediazione sociale dall’altro va registrato che i fronti di crisi vanno moltiplicandosi. Il rincaro delle materie prime, le tensioni internazionali che vanno moltiplicandosi, il continuo aumento dei debiti sovrani conseguenti all’adozione di tali politiche keynesiane, l’inarrestabile gonfiamento della sfera finanziaria, sonotutti fattori che possono da un momento all’altro venire al pettine con tutto il loro portato distruttivo, contro cui potrebbero vanificarsi i tentativi di contenere il malcontento e la rabbia dei lavoratori e delle masse popolari in generale.
Il padronato in questa fase punta a capitalizzare i rapporti di forza accumulati senza promuovere per ora un piano complessivo dello scontro.
La grande borghesia da un lato vuole eliminare gli elementi più combattivi che si esprimono tra la classe, attaccare sui salari e sull’agibilità sindacale, dall’altro cerca di farlo nel solco della frammentazione oggettiva della classe lavoratrice, nell’ottica di evitare che le lotte che nascono come effetto della gestione della crisi si tramutino in centri di mobilitazioni di massa tali da mettergli seriamente i bastoni fra le ruote nello sviluppo dei loro piani. La frammentazione della classe operaia, sul piano delle condizioni di lavoro e delle capacità di lotta, è sicuramente l’obbiettivo della liberalizzazione dei subappalti, misura contenuta nel decreto legge “semplificazioni” dello scorso 31 maggio.
Un altro esempio concreto lo vediamo nel settore metalmeccanico: se da un lato Confindustria ha accettato un aumento salariale nel nuovo Ccnl – per quanto irrisorio se paragonato ai profitti incamerati da lor signori – dall’altro si muove fabbrica per fabbrica nel tentativo di eliminare i vari contratti integrativi, attaccando le Rsu più combattive, in un clima di generale irrigidimento dei rapporti sindacali all’interno dei singoli posti di lavoro. Anche lo sblocco dei licenziamenti sta seguendo lo stesso copione, per cui verrà attivato inizialmente solo in alcuni settori, mentre altri continueranno a beneficiare della copertura sul licenziamento in caso di attivazione della cassaintegrazione Covid.
In questo modo, le giuste lotte contro lo sblocco dei licenziamenti e la difesa del posto di lavoro, si  troveranno in un clima di isolamento tra aziende che stanno avendo il boom di ordini e nelle quali i lavoratori si sentono “al sicuro” e altri lavoratori che beneficiano dello scudo. Il dato però è che lo sblocco dei licenziamenti, fortemente voluto dalle Confindustrie di Veneto, Emilia Romagna e Lombardia (le meno colpite dalla crisi) ha lo scopo di avviare dei piani intensivi di ristrutturazione, non tanto nelle aziende in difficoltà (che possono comunque ricorrere alla cassa integrazione), quanto in quelle che puntano ad aumentare la propria competitività rispetto alle aziende concorrenti.
Un altro esempio lo vediamo nella lotta dei riders: dopo le grandi mobilitazioni selvagge che hanno attraversato soprattutto la metropoli milanese, il fronte padronale sembrava si fosse spaccato con la multinazionale Just Eat che aveva annunciato in pompa magna la regolarizzazione dei riders con un contratto da lavoro dipendente, abbandonando l’uso del lavoro autonomo. Alla luce dell’introduzione del contratto, vediamo come questo strumento abbia peggiorato ulteriormente le condizioni dei lavoratori da un lato e dall’altro abbia anestetizzato la lotta dei lavoratori delle altre piattaforme (Glovo, Deliveroo, ecc) i quali, viste le condizioni nelle quali versano i loro colleghi “dipendenti”, preferiscono rimanere “autonomi” e senza uno straccio di diritto.
Sul piano dello scontro e delle lotte in corso è necessario soffermarsi su quanto sta accadendo in Fedex. La multinazionale a stelle e strisce sta avviando un piano di ristrutturazione internazionale che prevede circa 3 mila licenziamenti in Europa. Un piano resosi necessario dall’avanzata di Amazon all’interno del settore della logistica. Una parte di questi licenziamenti colpirà l’Italia e nello specifico lo stabilimento di Piacenza, guarda caso nel magazzino più combattivo del paese e che rappresenta la punta più avanzata della lotta dei lavoratori della logistica. La lotta alla Fedex assume i caratteri non di una “semplice” vertenza in difesa del posto di lavoro, ma ha i connotati di una battaglia campale della borghesia per frenare e disarticolare l’intero movimento operaio, facendolo retrocedere dalle conquiste fin qui ottenute ed eliminando le forze sindacali che hanno diretto queste lotte: il Si Cobas e l’Adl. L’attacco del padronato si compone di tutte le sue articolazioni: dai sindacati di Stato come la Filt che firmano accordi sottobanco al ribasso, all’apparato giudiziario con arresti e denunce contro lavoratori e dirigenti sindacali, alle cariche della celere, fino all’uso delle squadrette armate contro i picchetti, come avvenuto la notte del 10 giugno a Lodi, quando un lavoratore è stato picchiato fino a metterlo in pericolo di vita.
Un attacco a più livelli teso a ristabilire i rapporti di forza tra lavoratori e padronato nei magazzini.
Da un lato Fedex deve essere più competitiva colpendo le condizioni dei lavoratori, dall’altro la grande borghesia tutta deve eliminare un esempio importante di lotta che nella crisi strutturale di questo sistema possa fare da esempio a tanti altri settori. La lotta alla Fedex preconizza il livello dello scontro da qui in avanti contro chiunque vuole opporsi alla gestione padronale della crisi del capitalismo. Le aggressioni avvenute alla Fedex non sono un caso isolato, i padroni hanno personalmente aggredito gli operai in lotta alla Texprint di Prato e un crumiro ha assassinato un sindacalista a Novara, durante lo sciopero nazionale della logistica, pochi giorni dopo.
Se da un lato non è possibile mettere questi fatti come facenti parte di un unico disegno di attacco contro le lotte, dall’altro bisogna evidenziare che aggressioni di questo tipo avvengono perché Stato e padroni hanno l’obiettivo di imporre, con ogni mezzo necessario, quella pace sociale necessaria alla gestione della crisi attuale.

Conclusioni

In sintesi il Pnrr non è altro che il piano delle classi dominanti a livello europeo che, a scopo di gestire la crisi capitalistica, ulteriormente aggravata dalla pandemia, vogliono da una parte rendersi più competitive sul piano internazionale e dall’altra far sì che i lavoratori se ne stiano buoni e zitti ad immolarsi sul loro altare del dio profitto.
Come compagni impegnati nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università e nei territori dobbiamo sviluppare in tutti i modi possibili l’opposizione al governo Draghi, smascherando il tentativo di far passare il Pnrr come piano che riguarda l’interesse comune.
Nello scontro di interessi tra le classi che nella crisi, si sta dando dobbiamo partire dal fatto che mentre la classe dominate si è data un suo piano di compattamento attorno ad un governo di unità nazionale, le file della classe lavoratrice, pur tra significativi esempi di lotta cui abbiamo già fatto riferimento, si trovano per lo più sfilacciate, frammentate se non in molti casi impotenti a far fronte al livello di attacco alle condizioni di vita e di lavoro dei proletari e delle masse popolari. Una frammentazione cui la borghesia imperialista lavora accuratamente, evitando il più possibile lo scontro frontale complessivo con la classe lavoratrice nel suo insieme. La questione della ricomposizione delle fila delle classi subordinate è perciò una questione che si pone all’ordine del giorno con sempre più impellenza.
Ma proprio dato che il padronato è molto attento a dividere e parcellizzare i fronti di lotta sul piano rivendicativo, riteniamo che tale ricomposizione complessivamente sia difficile da ottenere su piano meramente sindacale. La lotta sindacale, economica, sui bisogni immediati è certamente un piano fondamentale dello scontro di classe in cui dobbiamo impegnarci a fondo, imparando a lottare, stringendosi e radicandosi tra le masse in lotta.
Ma in primo luogo dobbiamo riuscire a sviluppare, pur nel contesto della frammentazione e proprio come via del suo superamento sul piano politico, la coscienza e la necessità dell’unità sull’unico intento che possa accomunare tutti i settori sfruttati: quello dell’abbattimento del sistema capitalista, come unica strada per emancipare l’umanità da un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente e sostituirlo con un sistema al cui centro siano realmente poste le questioni legate al benessere collettivo e in cui lo sviluppo tecnologico sia realmente fonte di progresso per tutti e non fonte di asservimento e barbarie in nome del profitto.

SOSTENERE E SVILUPPARE LA RESISTENZA DELLA CLASSE ALLA GESTIONE BORGHESE DELLA CRISI!
SOSTENERE LA RESISTENZA DEI POPOLI CONTRO L’IMPERIALISMO!
RADICARSI NELLA CLASSE CON IL DIBATTITO E L’ORGANIZZAZIONE COMUNISTA!

 

Scheda tecnica:
la procedura europea del Piano nazionale per la ripresa e la resilienza

Al fine di accedere al Recovery Fund detto anche Fondo Next Generation EU, il nuovo strumento dell’Unione Europea per la ripresa che integra il quadro finanziario pluriennale per il periodo 2021- 2027, ciascuno Stato membro dovrà predisporre un Piano nazionale per la ripresa e la resilienza (Pnrr) per definire un pacchetto coerente di “riforme” e investimenti. Il piano dovrà dettagliare i progetti, le misure e le riforme previste nelle aree di intervento riconducibili a sei pilastri fondamentali: 1) transizione verde; 2) trasformazione digitale; 3) crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, compresi coesione economica, occupazione, produttività, competitività, ricerca, sviluppo e innovazione e un mercato unico ben funzionante con piccole e medie imprese forti; 4) coesione sociale e territoriale; 5) salute e resilienza economica, sociale e istituzionale, anche al fine di aumentare la capacità di reazione e la preparazione alle crisi; 6) politiche per la prossima generazione, infanzia e gioventù, incluse istruzione e competenze.
Il Piano nazionale dovrà, inoltre: essere coerente con le sfide e le priorità specifiche per Paese individuate nel contesto del Semestre europeo e con le informazioni contenute nei Programmi nazionali di riforma, nei Piani nazionali per l’energia e il clima, nei Piani territoriali per una transizione giusta, nei Piani nazionali per l’attuazione della “Garanzia Giovani” e negli Accordi di partenariato; destinare almeno il 37% della dotazione al sostegno della transizione verde, compresa la biodiversità; destinare almeno il 20% alla trasformazione digitale; fornire una dettagliata spiegazione delle modalità con le quali il Piano intende contribuire alla parità di genere e alle pari opportunità, rafforzare il potenziale di crescita e attenuare l’impatto sociale ed economico della crisi, contribuendo all’attuazione del Pilastro europeo dei diritti sociali; definire i target intermedi e finali e un calendario indicativo dell’attuazione delle riforme e degli investimenti, da completare al più tardi entro la fine di agosto 2026; indicare le modalità per il monitoraggio e l’attuazione del Piano, tappe, obiettivi e indicatori inclusi; dare conto delle misure nazionali volte a prevenire, individuare e correggere corruzione, frodi e conflitti di interesse.
Il Piano dovrà essere presentato in via ufficiale entro il 30 aprile 2021. Una volta presentato, il Piano sarà valutato dalla Commissione europea entro due mesi e successivamente approvato dal Consiglio dell’UE, a maggioranza qualificata, entro quattro settimane dalla proposta della Commissione. La valutazione positiva da parte della Commissione delle richieste di pagamento (che possono essere presentate dagli Stati membri su base semestrale) sarà subordinata al raggiungimento di pertinenti traguardi intermedi e finali. Qualora, in via eccezionale, uno o più Stati membri ritengano che vi siano gravi scostamenti dal soddisfacente conseguimento dei pertinenti target intermedi e finali, può essere attivata la procedura che è stata definita “freno d’emergenza”, chiedendo che il presidente del Consiglio europeo rinvii la questione al successivo Consiglio europeo.

Scheda tecnica:
il Piano nazionale di ripresa e resilienza in Italia

Concluso il lungo esame parlamentare che ha contrassegnato la proposta di Pnrr trasmessa (dal governo Conte II) il 15 gennaio 2021, il governo Draghi, come preannunciato, il 25 aprile 2021 ha trasmesso al Parlamento il nuovo testo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Il Piano italiano prevede investimenti pari a 191,5 miliardi di euro, finanziati attraverso il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza, lo strumento chiave del Fondo Next Generation a livello europeo. Il Piano prevede ulteriori 30,6 miliardi di risorse nazionali, che confluiscono in un apposito Fondo complementare finanziato attraverso lo scostamento di bilancio approvato nel consiglio dei ministri del 15 aprile e autorizzato dal parlamento, a maggioranza assoluta, nella seduta del 22 aprile. Il totale degli investimenti previsti per gli interventi contenuti nel Piano arriva a 222,1 miliardi di euro, a cui si aggiungono 13 miliardi del React EU. Nel complesso, il 27 per cento delle risorse è dedicato alla digitalizzazione, il 40 per cento agli investimenti per il contrasto al cambiamento climatico e più del 10 per cento alla coesione sociale. Il Piano destina 82 miliardi al mezzogiorno sui 206 miliardi ripartibili secondo il criterio del territorio, corrispondenti a una quota del 40%. IlPiano si articola in sei missioni.
La prima missione, “Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura”, stanzia complessivamente 49,1 miliardi – di cui 40,7 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza
e 8,5 miliardi dal Fondo complementare.
La seconda missione, “Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica”, stanzia complessivamente 68,6 miliardi– di cui 59,4 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 9,1 miliardi dal Fondo complementare.
La terza missione, “Infrastrutture per una Mobilità Sostenibile”, stanzia complessivamente 31,4 miliardi – di cui 25,4 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 6,06 miliardi dal Fondo complementare.
La quarta missione, “Istruzione e Ricerca”, stanzia complessivamente 31,9 miliardi di euro – di cui 30,9 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 1 miliardo dal Fondo complementare. La quinta missione, “Inclusione e Coesione”, stanzia complessivamente 22,5 miliardi – di cui 19,8 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 2,7 miliardi dal Fondo complementare. La sesta missione, “Salute”, stanzia complessivamente1 8,5 miliardi, di cui 15,6 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 2,9 miliardi dal Fondo.
Il Piano prevede un ampio programma di riforme, ritenute necessarie per facilitare la sua attuazione e contribuire alla modernizzazione del Paese e all’attrazione degli investimenti. Il Piano contiene una articolata stima dell’impatto delle misure in esso contenute: in particolare, il governo prevede che nel 2026 il Pil sarà di 3,6 punti percentuali più alto rispetto allo scenario di base, mentre nell’ultimo triennio dell’orizzonte temporale del Piano (2024-2026) l’occupazione sarà più alta di 3,2 punti percentuali. La governance del Piano prevede la responsabilità diretta dei ministeri e delle amministrazioni locali, alle quali competono investimenti pari a oltre 87 miliardi di euro, mentre il compito di monitorare e controllare l’implementazione del Piano spetta al Ministero dell’economia e delle finanze, che funge da unico punto di contatto tra il governo e la Commissione Europea.
Il 30 aprile 2021 il Pnrr dell’Italia è stato ufficialmente trasmesso dal governo alla Commissione europea (e, subito dopo, al parlamento). Per approfondimenti su tale testo si veda il dossier dei Servizi studi di camera e senato.

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Chiuso in redazione: 21/06/2021
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