Dalla “primavera di Damasco” al lungo inverno siriano

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Antitesi rivista n. 2
Sezione 3: Imperialismo e guerra
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Dalla “primavera di Damasco” al lungo inverno siriano

L’assedio esterno, l’opposizione interna e la guerra per procura

Il passaggio di potere in Siria a Bashar al-Assad avvenne il 17 luglio 2000 alla morte del padre Hafez. Il paese in quel momento stava vivendo una fase di transizione di lunga durata. Già agli inizi degli anni settanta, la crisi del capitalismo internazionale, restringendo le basi di accumulazione del capitalismo di stato, portato avanti nei decenni di potere del Partito Socialista Arabo Baath, aveva condotto a una certa apertura al capitale privato, di cui beneficiò la parte di borghesia nazionale facente riferimento al clan degli Assad. Con la metà degli anni  Ottanta, era avvenuta un’ulteriore svolta in favore di politiche di apertura parziale agli investimenti stranieri e di austerità di bilancio, determinata anche dal crollo dell’Urss, principale riferimento economico e politico del paese in campo internazionale. Si procedette così a un netto taglio della spesa sociale, che proseguì anche negli anni ’90, durante i quali il paese tentò senza successo di superare la crisi economica attraverso un nuovo slancio del settore privato e una crescita delle esportazioni petrolifere. Ciò nonostante rimaneva in piedi una parte delle conquiste del regime baathista: scolarizzazione elevata della popolazione (più dell’85%, maggiore di quella dell’Arabia Saudita e dell’Egitto), gratuità dell’assistenza sanitaria, controllo dei prezzi e del commercio estero in mano allo Stato, sovvenzionamenti all’acquisto di prodotti di necessità per le classi popolari, potere dei sindacati operai e contadini di intervenire nelle decisioni economiche delle imprese e così via.

In questo clima, l’insediamento di Bashar e la sostituzione per sua volontà di larga parte della classe politica e dirigenziale siriana, aprì un periodo di fermento politico e culturale in opposizione al regime, che vide la nascita di numerosi muntadayat (forum) dove venivano formulate proposte e richieste, come la fine dello stato di emergenza in vigore dal ‘63 e il rilascio dei prigionieri politici.

Fu la cosiddetta “Primavera di Damasco”. L’esperienza dei muntadayat coinvolgeva vari intellettuali siriani – firmatari del successivo “Appello dei 99 intellettuali” del settembre 2000 – ma anche varie organizzazioni della sinistra, come il Partito Comunista Siriano e alcune correnti del Baath. Presto, tuttavia, la partecipazione venne allargata anche a frange dei movimenti islamisti, come i Fratelli Musulmani [1], che dal 2001 furono gli obiettivi di una nuova ondata repressiva da parte dello Stato.

Contemporaneamente, il precario contesto regionale, già segnato dalla prima guerra del Golfo e dal diffondersi dei movimenti islamisti, veniva definitivamente minato dall’attacco statunitense all’Iraq del marzo 2003.

Dallo stesso anno, il regime di Assad fu oggetto di sanzioni da parte degli Usa, motivate principalmente con l’accusa di aver violato l’embargo Onu nei confronti dell’Iraq di Saddam Hussein e con il mancato ritiro delle truppe in Libano, stanziate secondo gli accordi di Ta’if del 1989, che furono raggiunti dopo la fine della guerra civile.

In realtà, la Siria era nel mirino statunitense da tempo, tanto che all’indomani degli attacchi dell’undici settembre 2011, fonti della politica estera di Washington lo avevano incluso fra i paesi da colpire, assieme ad Iraq, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran. Le mire degli imperialisti yankee riguardavano le riserve di gas naturale del paese, tra le più ingenti nel Mediterraneo (vengono stimate, per potenzialità estrattiva, in 146 miliardi di metri cubi all’anno solo nella zona di Homs), ed erano motivate anche dal particolare posizionamento geografico, che rende il territorio siriano possibile via per il transito di tutti gli oleodotti e gasdotti dall’Asia centrale alla regione mediterranea e dalla penisola arabica alla Turchia. A ciò si deve aggiungere lo storico sottrarsi della Siria al controllo statunitense, grazie al rapporto prima con l’Urss e poi con la Russia di Putin, nonché l’alleanza con l’Iran khomeinista, ideologicamente rafforzato dalla comune fede sciita delle classi dirigenti e, infine, il sostegno ad Hezbollah in Libano e alla Resistenza Palestinese. In particolare, i legami con l’Iran e con il Partito di Dio libanese venivano ritenuti come una minaccia non solo da parte degli Usa e ovviamente da Israele, ma anche dai regimi sunniti mediorientali (Turchia, Arabia Saudita, Qatar…) che temevano le potenzialità di espansione economica e politica dell’asse sciita Teheran-Damasco-Beirut, a cui oramai tendeva ad associarsi anche il governo di Bagdad, dominato dalle forze filoiraniane dopo la caduta di Saddam Hussein.

Le minacce e le pressioni imperialiste portarono comunque alla scelta della smobilitazione definitiva dei contingenti schierati in Libano nel 2005, ma l’assassinio dell’esponente politico libanese filostatunitense Rafiq Hariri, nello stesso anno, finì per agire nuovamente da detonatore, dividendo le forze politiche del paese dei cedri fra coloro che accusavano la Siria di essere mandante dell’eliminazione e coloro che ne escludevano la responsabilità.

Nello stesso periodo l’opposizione siriana si rivolse direttamente al governo tramite la “Dichiarazione di Damasco” con la quale si chiesero nuovamente riforme democratiche, mentre nel paese le condizioni di vita delle masse continuano a peggiorare, con la disoccupazione che arrivava al 24% e con la crescita della diseguaglianza fra la borghesia stretta attorno al clan Assad e il resto della popolazione. Dalla Dichiarazione, si passò così al Gruppo della Dichiarazione di Damasco, fronte di opposizione egemonizzato dai Fratelli Musulmani, già allora legati alla Turchia e al Qatar.

Quando moti similari a quelli di Tunisia, Egitto e Libia arrivarono in Siria, a partire dal 2010, Stati Uniti, Israele, i paesi della Nato e i regimi sunniti vi videro la possibilità di un “regime change” a essi favorevole e iniziarono a supportarli prima politicamente e finanziariamente, poi anche militarmente, fornendo armi, attrezzature e addestramento bellico, supportando l’invio o comunque lasciando affluire combattenti islamisti e compiendo, nel caso della Turchia e di Israele, periodici interventi diretti. Le rivendicazioni di tipo democratico e liberale sostenute dal movimento di massa contro il regime di Assad vennero messe rapidamente da parte a causa della militarizzazione dell’opposizione e dalla sua ideologizzazione in senso islamista sunnita; soprattutto quest’ultimo passaggio si verificò sulla spinta dell’influenza della Turchia e delle petromonarchie della penisola arabica, come Qatar e Arabia Saudita. L’interesse ad arrivare allo scontro totale con il regime, aizzato dalle influenze straniere, è dimostrato anche dal fatto che Assad andò incontro a parte delle rivendicazioni di massa, ad esempio abrogando, nel 2011, lo stato di emergenza e riconoscendo la cittadinanza a circa 235 mila curdi, di cui erano finora privati anche perché molti erano arrivati nel paese arabo come profughi dal Kurdistan turco.

Questa conduzione di una guerra per “procura” nel paese arabo, lo fece divenire l’epicentro delle contraddizioni regionali, in particolare dello scontro sunniti-sciiti – che già divampava in Iraq a causa della strategia del “dividi et impera” statunitense – e della lotta di liberazione del popolo curdo contro l’espansionismo e lo sciovinismo turco.

D’altra parte, l’ipocrisia dei paesi della Nato ha fatto sì che, nel pieno della cosiddetta guerra al “terrorismo islamico”, essi si rendessero sostenitori di una rivolta armata guidata perlopiù da forze jihadiste sunnite. Già nel 2012 l’Esercito Libero Siriano, quella che era la principale formazione militare dei rivoltosi nei primi anni di insurrezione, contava tra le proprie file il 7-9% di militanti di Jabhat al Nusra, cioè dell’ala siriana di al Qaeda. Ciò ha progressivamente determinato l’erodersi del controllo statunitense e atlantico sulla rivolta contro Assad, come dimostrato dall’espansione verso Damasco del gruppo Stato Islamico, che ha travalicato i confini dell’Iraq, dove era sorto nel 2006 come movimento insorgente contro l’occupazione americana, per mettere sotto proprio controllo buona parte della Siria orientale.

Alleanze regionali e globali attorno alla Siria

L’azione delle forze jihadiste sunnite in Siria, con le loro violenze contro le popolazioni di fede sciita, ha giustificato l’intervento di Hezbollah a fianco del regime, consolidando ancora di più la storica alleanza tra Damasco e il Partito di Dio libanese, ovvero dei principali referenti arabi della Repubblica Islamica dell’Iran.

In campo sunnita, i due maggiori attori, la Turchia e l’Arabia Saudita, hanno dovuto mettere da parte le loro divergenze su tutta una serie di fronti nella regione araba (la Libia, l’Egitto, il ruolo della Fratellanza Musulmana…) per compattarsi contro Assad e il blocco filoiraniano. Dopo un apposito accordo, siglato il 13 febbraio ad Ankara, l’arsenale da combattimento aereo della Royal Saudi Air Force è stato stanziato nella base aerea turca di Incirlik, per poter partecipare attivamente a un possibile assalto diretto alla Siria. Si tratta di uno dei tanti passaggi, con cui il blocco sunnita vuole far pesare i propri interessi in Medio Oriente, sconfiggendo la “minaccia sciita” e chiudendo i conti, per quanto riguarda Ankara, con la lotta dei curdi, pur sottostando a una regia statunitense che, finora, soprattutto temendo l’arroccamento russo, non ha dato il via libera all’invasione diretta della Siria.

A livello globale, l’asse sciita mediorientale è divenuto un alleato di guerra della Russia, che con il proprio intervento nel conflitto siriano, a partire dal settembre 2015, ne ha cambiato le sorti. La Cina, nonostante la sua posizione defilata, alle Nazioni Unite ha fatto fronte comune con Mosca in difesa di Assad e più recentemente, ha confermato i propri legami con l’Iran. Ad esempio, il 15 febbraio è stata annunciata la riapertura dell’antica “via della seta” che ha fatto arrivare in tempi record le merci cinesi sul suolo iraniano, con la prospettiva di arrivare a essere un vero e proprio corridoio per le produzioni cinesi in Europa. Il ruolo della Cina potrà essere sempre più diretto nella vicenda siriana, come “annunciato” nella pubblicazione in gennaio del “China’s Arab Policy Paper”:“La Cina supporta fermamente il movimento Arabo di liberazione nazionale, supporta fermamente la lotta degli stati Arabi per difendere la sovranità e l’integrità territoriale, il perseguimento e la salvaguardia degli interessi nazionali, e combatte le interferenze e le aggressioni esterne, e supporta fermamente la causa degli stati Arabi dello sviluppo delle economie nazionali”. Non solo quindi un supporto a una Russia indebolita dalle sanzioni e dall’artificioso ribasso globale del prezzo delle materie prime, ma un’alleanza “asiatica” verso un altro progetto di Medio Oriente, in cui lo spazio riservato all’imperialismo delle potenze della Nato e alle petromonarchie arabe è destinato a ridursi.

Differenze confessionali, etniche e contraddizioni di classe

La Siria attuale è figlia degli accordi Sykes-Picot che smembrarono la Siria storica in Siria, Libano, Giordania e Palestina. I confini tracciati da Francia e Inghilterra, che si spartivano così il controllo coloniale della zona, furono tracciati secondo convenienze tutte europee, ignorando divisioni etnico/religiose storicamente presenti in quel territorio e ciò continua tuttora a pesare per i popoli dell’area.

All’inizio del conflitto in corso, la Siria aveva una popolazione di circa 22 milioni di abitanti, la stragrande maggioranza sunniti (75%), una minoranza sciita divisa tra alauiti e duodecimani [2], una minoranza cristiana e una drusa. Tra le minoranze etniche spiccano curdi (9% circa della popolazione), turkmeni e armeni. Infine ci sono circa 500 mila profughi palestinesi e più di un milione e mezzo di profughi iracheni. Gli alauiti, minoranza a cui appartengono gli Assad, erano storicamente la parte più povera e arretrata della popolazione, spesso trattati come infedeli a causa di alcune pratiche religiose assai lontane dall’islam sia sunnita, sia sciita duodecimano. Fu solo nel 1963 (siamo in pieno mandato francese) che una fatwa del gran muftì di Gerusalemme fece rientrare a pieno diritto gli alauiti nella comunità islamica (il nome alauiti è legato ad Ali, genero di Maometto, a ribadire il loro orientamento sciita). L’ascesa al potere del padre di Assad, Hafez, sotto la bandiera del socialismo laico del Baath, fu per gli alauiti la possibilità di abbandonare le montagne, dove si erano ritirati e l’inizio di un lungo percorso di ascesa sociale, fatto di egemonia della comunità sciita, anche tramite alleanze economiche con la borghesia sunnita del paese (la moglie di Assad è sunnita): questo è il percorso storico che spiega il durevole legame tra la famiglia degli Assad e gli alauiti. La guida politica degli Assad in realtà si trovò a barcamenarsi entro conflitti religiosi comunque mai sopiti, i cui i principali protagonisti furono i Fratelli Musulmani, sunniti. Questi scontri furono in realtà il riflesso di contraddizioni di classe: i Fratelli Musulmani, ad esempio, hanno sempre rappresentato quei settori di borghesia mercantile, di confessione sunnita, che non trovavano collocazione negli assetti economici e politici del regime, capeggiato da una borghesia nazionale legata agli ambiti statali. Con la salita al potere di Bashar al Assad venne promossa, ancora di più che con il padre, la formazione di una borghesia legata al regime che occupasse anche i settori privati, sottraendo spazio economico ai tradizionali ceti mercantili e dando così forza alla politica di scontro radicale propugnata dalla Fratellanza.

In agricoltura invece, il passaggio dalle cooperative sovvenzionate dallo Stato al suo ritiro quasi totale dagli investimenti in campo agrario, fu alla base di una gravissima crisi delle condizioni di vita dei contadini, perlopiù sunniti e facilmente spinti alla rivolta da parte dei gruppi di opposizione contro il regime dello sciita Assad.

Tensioni economiche, etnico/religiose e internazionali sono alla base quindi della guerra civile scatenatasi in Siria, più che, come ci racconta il banale quadretto dei media imperialisti, la presunta sollevazione in difesa dei diritti politici e civili contro un sanguinario e liberticida dittatore.

Le forze ribelli e dell’opposizione

Il gruppo che si è rivelato più forte nell’insorgenza contro il regime di Assad, lo Stato Islamico, paradossalmente, come si diceva, non è nato in Siria, ma in Iraq, nel 2006. Ideologicamente, esso va inquadrato nelle correnti ultraconservatrici sunnite, come wahhabismo e salafismo.

Il movimento, dopo una prima fase di ascesa, nel 2010 cadeva in una forte crisi, determinata dalla nuova strategia di controinsurrezione adottata dagli occupanti in Iraq. In sostanza, gli Usa avevano messo sul proprio libro paga i capi tribù sunniti, che iniziarono a combattere gruppi come lo Stato Islamico, privandoli dell’appoggio che fino ad allora avevano avuto.

Nel 2012 il cambio di leadership diventò essenziale alla salvezza del progetto: Abu Bakr al-Baghdadi assurse al ruolo di guida dell’organizzazione. In una fase iniziale della direzione di al Baghdadi gli attacchi si rivolsero contro le carceri irachene, per liberare i combattenti detenuti, mentre il movimento si rafforzava nuovamente tra le tribù sunnite perché, con il ritiro statunitense, le politiche di corruttela dei loro capi cessarono e il governo di Bagdad, in mano a forze settarie sciite, inaspriva la repressione e l’oppressione nei loro confronti.

Ma la genialità di al Baghdadi stette nel cogliere le potenzialità del disfacimento della Siria a partire dal 2012, riversando i suoi combattenti all’interno del territorio del paese, approfittando del legame tra le tribù sunnite irachene e quelle siriane. Tatticamente, al Baghdadi riuscì a riunire i due fronti di guerra in Siria ed Iraq in un unico fronte, imponendo velocemente un’ottica transnazionale alla sua guerra: l’obiettivo diventò chiaramente quello di cancellare la frontiera iracheno-siriana, creata artificialmente dai colonialisti francesi e inglesi, al fine invece di riunire i due paesi in unico califfato islamico.

Dopo la rottura con Jabhat al Nusra e al Qaeda [3], per lo Stato Islamico finì la stagione delle grandi alleanze e si optò per un tentativo di autosufficienza, fondata anche sugli introiti economici derivati dall’occupazione delle zone orientali della Siria, le più ricche di gas e petrolio, commercializzato dagli uomini di al Baghdadi, soprattutto verso la Turchia. L’organizzazione, pur isolata, riusciva a ottenere importanti successi militari sul regime di Assad e una buona fetta di rivoltosi confluiva entro le sue fila, disillusi rispetto alle possibilità di vittoria dell’Esercito Libero Siriano. Altri invece cominciarono a combattere con forza lo Stato Islamico, timorosi che la sua avanzata finisse per spazzare via i restanti gruppi ribelli: tra di essi spiccano il Fronte Islamico, gruppi nazionalisti e il Fronte Rivoluzionario Siriano (considerati moderati dagli Usa, fin quando, nel settembre 2014 gli stessi si accordavano per un cessate il fuoco con lo Stato Islamico per rafforzare la lotta per la destituzione degli Assad).

Lo scontro con al Nusra invece raggiunse il culmine nel gennaio 2014, quando il movimento di al Baghdadi prense il controllo di Raqqa – caduta dal 2013 nelle mani del gruppo affiliato ad al Qaeda – e la dichiarò capitale del nuovo sedicente califfato: scelta non casuale, visto che tra il 796 al 809 fu capitale del califfato di Harun al-Rashid, ai tempi dell’impero arabo.

Riguardo al ruolo e alla funzione dello Stato Islamico per le potenze internazionali, va detto che è nei fatti un ottimo strumento geopolitico, che va contenuto più che eliminato. Il cosiddetto califfato infatti è lo strumento migliore per la guerra per procura: esso è utile sia alle monarchie arabe sunnite contro l’Iran e contro Assad, sia ai turchi nel conflitto contro i curdi. Gli Usa lo hanno utilizzato come giustificazione del loro intervento in Siria a partire dal 2014, dopo che nell’estate 2013 era stato abortito il primo progetto di attacco che aveva nel mirino il governo di Damasco. Anche per la Russia lo Stato Islamico è un fenomeno da sfruttare politicamente: l’intervento in Siria è stato giustificato con la guerra agli uomini di al Baghdadi, ma esso ha colpito tutti i gruppi dell’opposizione, al fine di salvare il regime baathista, alleato di Mosca.

Se lo Stato Islamico e gli altri gruppi combattenti jihadisti rappresentano l’ala estrema dell’insurrezione, vi sono poi i cosiddetti gruppi moderati, apertamente sostenuti dagli imperialisti del blocco Nato e dalle petromonarchie sunnite.

Nell’agosto del 2011 nacque il Consiglio nazionale siriano (Cns) – che stabilì poi la sua sede in Turchia – essenzialmente allo scopo di fungere da organo di ricomposizione delle opposizioni ad Assad e di dare un interlocutore politico esterno all’Esercito Libero Siriano.

Il Cns venne fondato su forte spinta di Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Francia e Usa e il modello che si voleva ricalcare è quello libico: creare un consiglio di transizione per riunire le opposizioni al regime. E come nel modello libico, la gran parte dei vertici era composta da esuli. Nonostante l’apparente veste laica che prova a darsi, ai vertici vi erano saldamente i Fratelli Musulmani, che si sono imposti come guida di questa sconquassata coalizione anche grazie al sostegno e agli ingenti finanziamenti di Turchia, Qatar, Usa e Inghilterra. Tutte queste potenze, più l’Arabia Saudita, hanno lottato per avere più influenza delle altre sul Cns. Anche in conseguenza di questo, il Consiglio ha subito una lunga serie di tensioni e scissioni. Ad esempio il controllo del Cns, saldamente in mano al Qatar fino al 2013, successivamente passò ad Ahmad Assi Jarba, capo di una tribù della Siria orientale fedele a Riad, che venne imposto al vertice del Consiglio proprio dall’Arabia Saudita. Già dopo quattro mesi dalla fondazione del Cns, Moaz al-Khatib, allora capo del Consiglio, si era dimesso denunciando l’insostenibile ingerenza conflittuale di Qatar e Arabia Saudita.

Nell’agosto 2015 sono invece i cosiddetti Comitati di Coordinamento Locale, residualissima frazione “progressista” dell’opposizione, ad abbandonare il Cns, anche in questo caso per le eccessive ingerenze straniere.

L’Esercito Libero Siriano nacque invece intorno al 2011, composto principalmente da disertori dell’Esercito Arabo Siriano, con una struttura di fronte tra diverse fazioni armate, allo scopo, dichiarato da statuto, di “difendere i civili e abbattere  il regime di Bashar al-Assad”. È nei fatti rifornito, finanziato e sostenuto da Arabia Saudita, Qatar, Usa, Israele e Turchia. Allo stato attuale è diviso a sua volta da una lunga serie di gruppi armati estremamente eterogenei tra di loro nonché mutevoli. Il tentativo di costruire un dialogo tra Esercito Libero Siriano e Cns dura molto poco, perché le due organizzazioni finiscono per entrare un conflitto: in ogni caso sono entrambe poco rappresentative e l’alto livello di conflittualità interno e reciproco hanno fatto si che l’opposizione siriana non fosse in grado di trovare una strategia comune contro Assad.

Un tentativo di rifondare, superando i vecchi problemi, un fronte allargato degli oppositori ad Assad si ebbe con la nascita nel 2012 della Coalizione Nazionale Siriana delle Forze dell’Opposizione e della Rivoluzione, con a capo lo sceicco Aḥmad Muʿādh al-Khaṭīb, vicino anch’egli ai Fratelli Musulmani ed esule in Egitto. La Coalizione decideva di escludere ogni possibilità di trattative con Assad, cancellando definitivamente dallo scenario ogni possibilità di risoluzione diplomatica del conflitto. Lo scarso controllo da parte del gruppo sulle ali militari dell’opposizione era evidentissimo e si cercò di porvi rimedio costituendo in Turchia il “Comando militare unificato”, dominato dai Fratelli Musulmani e da frange salafite, con forti influenze dei servizi segreti dei paesi della Nato e riconosciuto esplicitamente dagli Usa come vertice politico dell’opposizione ad Assad. Ma tale la Coalizione fu presto disconosciuta dai ribelli sul campo proprio perché troppo esplicitamente filostatunitense e su questo pesò molto la decisione, da parte degli Usa, di inserire al Nusra tra le organizzazioni classificate come “terroristiche”.

Nel marzo del 2015 compare sulla scena il cosiddetto Esercito della Conquista, nato in seguito a un accordo tra Erdogan e i sauditi: una formazione trasversale che spazia dalla Fratellanza Musulmana fino ad al Nusra e che dovrebbe avere lo scopo di tutelare gli interessi di Ankara e Riad, combattendo contemporaneamente contro i curdi e contro l’Esercito Arabo Siriano.

Le forze che resistono alla guerra per procura alla Siria

Le forze armate siriane sono costituite da Esercito Arabo Siriano, Marina Araba Siriana e Forze Aree Siriane. La dirigenza è saldamente in mano della minoranza alauita e dei vertici del clan facenti capo ad Assad. La gran parte delle unità invece sono sunnite, anche per il fatto che lo Stato siriano prevede la leva militare obbligatoria. Comprendevano fino al 2014 circa 700 mila uomini tra unità in servizio attivo e riservisti (poi vi sono state varie prevedibili defezioni da parte di uomini di fede sunnita), ma erano presenti anche circa 100 mila paramilitari legati al partito Baath. L’armamento è per lo più di origine sovietica, ma il governo siriano ha acquistato dal 2011 al 2014 armi dalla Russia per il valore di circa 1 miliardo di dollari (niente a che vedere invece coi 60 miliardi spesi nel solo 2013 dall’Arabia Saudita).

Nell’estate del 2012 nascono le Forze Nazionali di Difesa, come branca dell’esercito regolare: agiscono sotto il controllo e la supervisione dell’Esercito Arabo Siriano e si compongono principalmente di volontari provenienti dai cosiddetti Comitati Popolari. Quest’ultimi sono definiti da fonti occidentaliste come marionette in mano ad Assad e gli ispettori delle Nazioni Unite sui diritti umani nel 2013 li denunciano in quanto “responsabili di omicidi di massa di carattere confessionale”. In realtà si tratta di organizzazioni nate in seno al popolo per resistere all’offensiva dei ribelli. L’origine spontanea è indubbia: sono nei fatti gruppi che agiscono a livello di quartiere, talvolta di città, riunendo cristiani, alauiti, drusi sciiti, ma anche alcuni sunniti in vere e proprie milizie di autodifesa territoriale. Solo successivamente è arrivata la scelta ufficiale di sostenere Assad e le forze armate governative, cosa che ha lentamente determinato un percorso di inquadramento entro le Forze Nazionali di Difesa e quindi un maggior coordinamento con le truppe regolari.

Oltre ad Hezbollah, di cui già dicevamo, e degli altri gruppi sciiti che combattono al suo fianco (come i pasdaran iraniani e le milizie hazara afghane) vi sono poi altri gruppi che sostengono il regime, conservando in taluni casi una propria autonomia politica e militare. Innanzitutto quelli della Resistenza Palestinese come l’Esercito di Liberazione della Palestina e il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina – Comando Generale, nato da una scissione del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (Fplp) nel 1968 e da sempre strettamente legato al regime di Damasco.

Poi vi sono i gruppi nazionalisti, come la Guardia Nazionalista Araba, ispirata al panarabismo e composta da volontari provenienti da Egitto, Yemen, Tunisia e Palestina, e le milizie denominate “Aquile del Vortice”, legate al Partito Socialista Nazionale Siriano (fautore del ritorno alla Grande Siria antecedente agli accordi di Sykes-Picot) e attive nell’ovest del paese.

Vi sono poi le forze siriane di identità marxista, tra cui spiccano i due partiti comunisti, il Partito Comunista Siriano (Pcs) e il Partito Comunista Siriano unificato (Pcsu) legati al Baath dall’alleanza nel Fronte Progressista Nazionale Siriano, fondato nel 1972.

Il Pcs viene fondato nel 1944 ed è storicamente impegnato sul fronte dell’allargamento delle libertà democratiche in Siria (si deve in parte alle forti pressioni del Partito sia il conferimento della cittadinanza siriana ai curdi siriani, sia la sospensione della legge marziale nel paese).

Il Pcs collabora col governo siriano dal 1966, convinto che solo una forte alleanza nazionale possa respingere i disegni imperialisti contro l’autodeterminazione della Siria. Il Partito ha più volte sostenuto l’idea che quello di Assad non possa definirsi un regime fascista (stando alla definizione per cui il fascismo altro non è che l’utilizzo della violenza in difesa degli interessi del capitalismo monopolista) in quanto in Siria non esiste un capitale monopolista. Su questa linea ha più volte criticato soprattutto la sinistra europea, colpevole di non riconoscere la differenza tra rivolta e rivoluzione. Dal 2005, il Pcs ha dato vita ad una politica di opposizione alle misure in senso liberista adottate dal regime, sostenendo che queste sono state all’origine di un aumento della polarizzazione sociale, della crescita dell’emarginazione sociale nelle periferia di Damasco e del peggioramento delle condizioni di vita della popolazione rurale: la polveriera su cui si è innestata la scintilla della guerra civile, fornendo terreno ai reazionari interni e agli imperialisti aggressori.

Per questo le linee principali del Partito Comunista Siriano, per bocca del suo stesso segretario  Ammar Bagdash, sono due: l’indipendenza nazionale, la sovranità e la linea patriottica antimperialista della Siria, da coniugare agli interessi e le rivendicazioni delle masse popolari meno abbienti, ovvero come viene sloganisticamente riassunta “la difesa della patria, del pane e del popolo”. Allo scoppio della guerra civile il Pcs ha sostenuto le riforme proposte da Assad di maggiore libertà di stampa e sul pluripartistimo: al tempo il Partito ribadiva che la violenza non si sarebbe sconfitta solo con la “forza della legge”. Ma le opposizioni rifiutarono questo percorso e le violenze estemporanee si trasformarono in sabotaggi, uccisioni di massa, fino ad arrivare alla guerra totale.

La formazione capeggiata da Bagdash rifiuta la definizione generale di “islam politico” in quanto ritiene che l’islamismo in realtà sia una forma di espressione vastissima che riunisce dalle correnti più reazionarie e filo-imperialiste (che identifica nei Fratelli Musulmani) fino a realtà ritenute progressiste come Hezbollah. Per questo si relaziona ai vari soggetti politici non tanto rispetto alla predisposizione che questi hanno verso l’identità religiosa, ma quanto verso l’imperialismo atlantista: l’obiettivo centrale del partito è la costruzione di un fronte internazionale contro il blocco guidato dagli Usa e i disegni reazionari arabi e sionisti.

Il Pcsu nasce nel 1986 da una scissione di destra del Pcs, con il quale comunque condivise la critica alle controriforme in senso liberista varate prima da Hafez e poi da Bashar al Assad. I suoi militanti sono attualmente in armi, impegnati nella difesa dell’integrità territoriale e dell’autodeterminazione della Siria, aperti sostenitori del ruolo giocato a livello internazionale rispetto alla questione siriana della Russia, ma anche della Cina. Hanno rapporti stretti di alleanza non solo col Baath, ma anche con altri partiti del Fronte Nazionale Progressista Siriano, con l’Fplp e col Partito Comunista della Federazione Russa.

Se entrambi (Pcs e Pcsu) vengono dal campo del revisionismo filosovietico, il gruppo Resistenza Siriana deriva invece da quello del comunismo marxista leninista. Si tratta di una formazione armata attiva soprattutto nella zona nord-ovest del paese, dove combatte i ribelli. Il leader, Mihrac Ural, è di origine turca ed è stato membro del Partito-Fronte di Liberazione del Popolo Turco (Thkc-p). I militanti del gruppo hanno diversi orientamenti religiosi e origini etniche, sono soprattutto sciiti, ma vi sono tra loro anche cristiani e sunniti. Fino a qualche anno fa la formazione era denominata Fronte Popolare per la liberazione della provincia di Alexandretta, territorio sottratto alla Siria dalla Turchia nel 1938.

Il ruolo e la condizione dei curdi nel conflitto siriano

Il rapporto tra i curdi siriani e il Partito Baath è stato storicamente altalenante: si è passati da momenti di durissimi attriti politici e conseguente repressione a momenti di sostegno alla lotta curda, come nel periodo tra il 1979 e il 1998 durante il quale Ocalan ha vissuto in Siria protetto dal governo. Tra il 1980 e il 1990 il regime baathista di Hafez al Assad ha tenuto un’alleanza strategica col Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk)4, finanziandolo, ospitandolo e dando sostegno logistico, soprattutto come strumento di pressione verso la Turchia. Durante gli anni novanta, con il crollo dell’Urss e dunque con la perdita da parte della Siria del proprio maggiore alleato internazionale, Ankara si sentì in grado di minacciare direttamente Damasco rispetto alla presenza del Pkk nel paese, paventando di invaderlo per sradicarvi la presenza di guerriglieri curdi. Nel 1998 Hafez cedette e venne siglato l’accordo turco-siriano di Adana: la Siria dichiarò il Pkk un’organizzazione terroristica, costringendo Ocalan e tutta la struttura del Partito a lasciare il paese.

Nel 2004, la situazione è peggiorata ulteriormente quando il governo siriano ha risposto con una dura repressione a manifestazioni in favore dell’autonomia dei curdi, sfociate in violenze di piazza: tra tutte merita di essere ricordata la strage ad opera del governo siriano avvenuta a Qamislo, in cui 30 dimostranti furono uccisi dalla polizia.

I curdi hanno assunto da quel periodo in poi un ruolo di rilievo nella lotta al regime di Assad, divenendo una componente forte e legittimata dei movimenti sorti in Siria sulla scia delle cosiddette “primavere arabe”.

Entrarono a far parte del Coordinamento nazionale siriano per il cambiamento democratico, di cui facevano parte 13 organizzazioni della sinistra, tra cui 3 partiti curdi, compreso il Partito dell’Unione Democratica (Pyd), l’equivalente siriano del Pkk. Il Coordinamento puntava a una risoluzione pacifica dello scontro con il governo siriano, era contrario a ogni forma di intervento straniero, all’azione dell’Esercito Libero Siriano e a ogni atto violento contro il regime.

Su queste basi i curdi hanno sempre rigettato l’idea di entrare a far parte del Cns.

Furono proprio queste posizioni che lentamente portarono all’esclusione del Pyd dai movimenti anti-Assad, sia per l’evidente egemonia islamista, sia per volontà della Turchia, che non aveva nessuna intenzione di assistere a un ulteriore rafforzamento dei curdi in queste mobilitazioni.

Ma nel Kurdistan siriano, nella zona del Rojava, i curdi del Pyd avevano già costruito una forte forma di governo regionale e, al momento del ritiro delle truppe governative dalla zona, furono in grado di rispondere prontamente all’attacco dei gruppi islamisti nei loro confronti.

In contemporanea esplodeva il conflitto tra le masse curde e il governo turco, determinato dal palese sostegno della Turchia allo Stato Islamico in tutto il Rojava. Successivamente, nelle elezioni parlamentari turche del novembre 2015, il Partito Democratico del Popolo, filo-curdo, riusciva a superare l’altissima soglia di sbarramento al 10%, mettendo forte pressione su Erdogan. Iniziava così la dura repressione interna contro le popolazioni curde e i bombardamenti nelle zone siriane in mano al Pyd da parte dell’esercito turco.

La linea turca di scontro totale con il Pkk e il Pyd è mal sopportata dagli imperialisti statunitensi che invece, a differenza dell’alleato Erdogan, ne ritengono necessario l’appoggio in funzione anti Assad e anti Stato Islamico.  Stretti dall’offensiva di quest’ultimo, concertata di fatto con Ankara, i curdi del Pkk e del Pyd decidevano di accettare il sostegno statunitense e stringevano accordi militari con alcune brigate dell’Esercito Libero Siriano, tentando anche di costruire un’alleanza militare con i peshmerga di Barzani, cioè della fazione curda pienamente asservita agli Usa.

Il gioco tentato dall’Pyd (quindi dal Pkk) in questo contesto, forse nella consapevolezza di non avere forze sufficienti a gestire in autonomia la situazione, si è rivelato molto pericoloso, rischiando di venir strumentalizzato dall’imperialismo Usa. Ed è un gioco obbligatoriamente altalenante: difronte alle ambiguità statunitensi nel sostenere la loro controffensiva in Siria contro lo Stato Islamico, che avrebbe portato a una rottura con la Turchia, la direzione del Pkk-Pyd ha chiesto e ottenuto l’appoggio russo. Così la Russia ha semplicemente deciso di approfittare dello spazio vuoto lasciato dagli Usa, offrendo alleanza e sostegno alle milizie curde. Nei primi giorni di febbraio è stato aperto a Mosca il primo ufficio estero del Pkk, una vera e propria ambasciata: a capo dell’ufficio è stato posto Abdulsalam Alì il quale ha dichiarato che «continueremo a collaborare coi russi su tutto, incluso il contrasto al contrabbando di petrolio verso la Turchia». Tutto ciò mentre truppe e carri armati russi hanno fatto ingresso nel Rojava, a sostegno della popolazione curda e yazida presente in quella zona. Il peso di questa alleanza non è solo militare, ma è fortemente anche politico: rappresenta il tentativo da parte della Russia di costruire, ponendosi come perno dirigente, un fronte comune tra Siria, Iran e Pyd-Pkk contro lo Stato Islamico, la Turchia e, in prospettiva, contro l’intera Alleanza Atlantica.

Conclusioni

L’accordo di tregua che Russia e Usa hanno firmato recentemente e che prevede il cessate il fuoco a partire dal 27 febbraio, include in teoria lo stop alle operazioni militari sia russe che siriane contro ogni obiettivo, ad eccezione di Stato Islamico e al Nusra, così come di ogni azione da parte delle forze ribelli, che in maggioranza hanno dato il loro assenso. Ma la Turchia non ha mai smesso di fortificare il confine e ha già annunciato di non avere nessuna intenzione di cessare gli attacchi contro le posizioni dei curdi, che dal canto loro a marzo hanno proclamato ufficialmente la nascita di una zona autonoma da Damasco, nel Rojava.

Infatti, chi ci perde veramente da questa tregua sono non solo la Turchia, ma tutti i regimi reazionari sunniti, che si sono trovati alle strette, assieme alle forze ribelli in territorio siriano, a causa dell’intervento russo e che hanno dovuto, almeno temporaneamente, desistere dall’obbiettivo di abbattere Assad. Del resto, ciò che rimaneva a Erdogan e alle petromonarchie era un intervento militare diretto, che Washington finora non ha accettato, perché avrebbe significato una sorta di dichiarazione di guerra diretta dell’intera Nato alla Russia e all’asse sciita Teheran-Bagdad-Damasco-Beirut. Dal canto loro, gli Usa hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco, poiché l’ulteriore avanzata russa – siriana contro le forze ribelli “moderate” a essi asservite le avrebbe ulteriormente spazzate via.

Tutto questo, se non fosse chiaro, è la dimostrazione definitiva della fine del monopolio statunitense sulle sorti del mondo e della definitiva nascita di un mondo multipolare, sempre più diviso da esplosive contraddizioni interborghesi e interimperialiste. Per la Siria si aprono adesso due scenari: o il riaccendersi della guerra aperta che rischia di diventare uno scontro mondiale vero e proprio, oppure una fase di stallo in cui il paese si trova, per quanto formalmente ancora Stato unitario, diviso in realtà in zone di influenza.

Note

[1] Vedi l’articolo “L’Islam politico, appunti di classe
Antitesi n. 2 dalla sezione 5: Ideologia borghese e teoria del proletariato
http://www.tazebao.org/islam-politico-appunti-classe/

[2] Gli sciiti sono una delle due confessioni principali dell’islam, assieme ai sunniti. Al loro interno si dividono in altre branche, tra cui gli alauiti, che mescolano il credo islamico ad elementi cristiani e i duodecimani – la stragrande maggioranza degli sciiti – che ritegono successori di Maometto dodici imam a partire dal cugino e genero del profeta, Alì. Vedi infra p. 88.

[3] Vedi l’articolo “L’Islam politico, appunti di classe
Antitesi n. 2 dalla sezione 5: Ideologia borghese e teoria del proletariato
http://www.tazebao.org/islam-politico-appunti-classe/

[4] Vedi l’articolo “Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan e il confederalismo democratico
Antitesi n. 2 dalla sezione 5: Ideologia borghese e teoria del proletariato
http://www.tazebao.org/pkk-confederalismo-democratico/

 

Siti consultati: 

www.aymennjawad.org

www.corriere.it

www.crisisgroup.org

www.ilfattoquotidiano.it

www.gruppoazionepalestina.noblogs.org

www.lettera43.it

www.limesonline.com

www.kanafani.it

www.militant-blog.org

www.nena-news.it

www.nytimes.com

www.ossin.org

www.panorama.it

www.radiondadurto.org

www.repubblica.it

www.resistenze.org

www.st-andrews.ac.uk

www.sputniknews.com

www.tazebao.org

www.treccani.it

www.vicinoriente.wordpress.com

www.voltairenet.org

www.wumingfoundation.com

 

Testi consultati:

Centro di documentazione Wacatanca, Medioriente di Fuoco. Note di approfondimento, maggio 2015;

AA. VV. Chi comanda dove? Per una mappatura della rivolta siriana, in Limes n°2/2013, Gruppo editoriale l’Espresso;

Lattanzio A., Intrigo contro la Siria, Anteo Edizioni, 2012;

Galletti M., Storia della Siria contemporanea, Bompiani, 2013.

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