Su scienza e salute

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Antitesi n.9
Sezione 5: Ideologia borghese e teoria del proletariato
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Per una medicina libera dal dominio capitalista

 

Quanto è successo con la diffusione del Covid19 evidenzia alcuni dei nervi scoperti del sistema capitalista. Tra questi ci interessa indagare il rapporto tra scienza e salute e la gestione del sistema sanitario. Ciò che sta accadendo, in seguito a quella che viene definita pandemia, ci offre l’occasione per affrontare criticamente la relazione tra scienza e società nei rapporti sociali attuali; lo facciamo con l’obiettivo di avere come comunisti un punto di vista di classe che sia da guida per una linea di intervento: la critica alla scienza ufficiale, piegata agli interessi capitalistici, ormai ideologia egemone nell’intera società, forte della concezione della sua pretesa oggettività e del suo ruolo progressista. Ma ora il re è nudo e tutti possono vederlo.

Facciamo parlare i fatti

Partiamo da dove tutto è iniziato in Italia, dalla Lombardia, dove si è verificato il maggior numero di decessi, oltre 16 mila secondo i dati ufficiali. Il 23 febbraio scatta la zona rossa a Codogno, che si è svolta come una vera e propria esercitazione di guerra, coprifuoco, esercito, droni: è il paese dove è stato trovato il cosiddetto paziente zero. Si cercano i contatti con i cittadini cinesi e inizia la campagna mediatica sul virus e sulla Cina untrice, per poi scoprire che non esisteva nessun paziente zero e che il virus circolava da tempo, forse addirittura da dicembre. Infatti, è emerso che, a fine dicembre, nell’ospedale di Piacenza, a pochi chilometri da Codogno, si era registrato un picco anomalo di casi di polmonite, 40, giudicato dai medici eccezionale ed indipendente da inquinanti o da altre situazioni specifiche. Indagando il fatto retrospettivamente si è constatato, analizzando i “vecchi” pazienti di polmonite, che essi presentavano anticorpi contro il coronavirus, a dimostrazione di essere stati a suo tempo infettati. Il virus era presente in Italia da tempo e quindi il numero degli infetti, già il 23 febbraio, era sicuramente molto più alto di quello che veniva comunicato e il conseguente calcolo della mortalità molto più basso.
Il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) il 30 gennaio, dopo la seconda riunione del Comitato di sicurezza, aveva già dichiarato il focolaio internazionale da Sars CoV 2 una emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale. Invece, il presidente dell’Istituto superiore della sanità in Italia, Silvio Brusaferro, dichiarava a metà febbraio che il nuovo coronavirus non stesse circolando in Italia e che il livello di sicurezza fosse tra i più elevati in Europa.
Questo ritardo nel prendere in mano la situazione è stato il primo motivo del diffondersi esponenziale dei contagi. Non è stato un ritardo casuale, come non è stato casuale il fatto che l’epicentro del contagio sia stata la Lombardia e in particolare la Valseriana, dove ci sono 376 aziende, quasi tutte in diretto contatto con la Cina. Da lì il contagio si è trasmesso velocemente a Bergamo, la zona più vicina ad alta densità di popolazione. Ma le aziende non si fermano, nemmeno quando il virus si espande in tutta la provincia. Anzi, Confindustria di Bergamo il 28 febbraio lancia una vergognosa campagna con il video “Bergamoisrunning”, con l’obiettivo di tranquillizzare i partners internazionali.
È chiaro che i padroni lombardi sono i principali responsabili dell’ecatombe verificatasi, alla quale hanno contribuito tutti i loro leccapiedi, che, fregandosene della vita delle persone, nell’intento di assecondare gli interessi padronali, hanno perfino deciso la riapertura immediata dell’ospedale Pesenti-Fenaroli di Alzano, dopo il riscontro di alcuni casi, nonostante il parere contrario di medici e operatori sanitari, che ne volevano la sanificazione e l’adozione delle necessarie misure di sicurezza. L’ordine dal palazzo della regione è tassativo: “riaprire subito e che nessuno diffonda alcun dato sui pazienti, in nessun modo siete autorizzati a diffonderli, a nessuno e di chiunque, chi non si attiene alle disposizioni se ne assumerà eventuali conseguenze”. [1] Questo emerge anche dall’inchiesta della magistratura per la mancata chiusura dell’ospedale e la mancata istituzione della zona rossa nei due Comuni di Nembro e Alzano: ecco così che un centro per la salute diviene centro di contagio e focolaio principale del virus, in barba alle proteste e alle giuste preoccupazioni dei lavoratori della sanità, tra i quali molti pagheranno con la loro vita queste scelte scellerate. Il mito del sistema sanitario lombardo “fiore all’occhiello della sanità italiana” si infrange repentinamente mostrando in brevissimo tempo la sua vera natura.
I lavoratori e le masse popolari già da tempo vivevano drammaticamente sulla loro pelle il malfunzionamento della sanità; il virus ha portato alla ribalta solo ciò che prima, attraverso la propaganda dei mass media borghesi, veniva mistificato.

Alcuni dati sulla sanità in Lombardia e nel resto del paese

Il delinquente Formigoni, riconosciuto come tale anche dai tribunali borghesi, è il boia capostipite della vera e propria strage del sistema sanitario lombardo e delle conseguenze nefaste per i lavoratori e le masse popolari. Con quattro mandati, dal 1995 al 2013, ha privatizzato sfacciatamente, avvalendosi della famigerata legge De Lorenzo del 1992 che ha aziendalizzato la sanità pubblica (L. n. 502 del 30 dicembre 1992). Si tratta della riforma mediante la quale si passa dalle Unità Sanitarie Locali alle Aziende Sanitarie Locali, poi Aziende Ospedaliere sotto il governo Amato.
Questo processo di aziendalizzazione investe tutto il sistema sanitario nazionale e anche sotto altri governi, compresi quelli cosiddetti di sinistra, il processo non si è mai interrotto. Anzi, come diceva il padrone per eccellenza Agnelli, con i governi di “sinistra” si è fatta meglio una politica di destra proseguendo privatizzazioni e tagli.
Vediamo ad esempio alcuni dati sui tagli. Durante il 2015, con il governo Renzi, è al top la Lombardia con 385 mln, poi 222,5 mln il Lazio, 500mila la Campania, 193 mln la Sicilia, 190 il Veneto, 4,9 mln la Valle d’Aosta, 12,5 mln il Molise e 22,8 la Basilicata. In dieci anni ben 37 miliardi sono stati sottratti alla spesa sanitaria, di pari passo con gli incrementi ai fondi per strutture private.
Vengono chiusi ospedali perfettamente funzionanti, Asl, consultori, presidi sanitari territoriali e nascono strutture private con finanziamenti pubblici. In particolare in Lombardia, con il mantra “competizione, libertà di scelta, eccellenza”, è stata favorita in maniera sfacciata la sanità privata. A titolo d’esempio ricordiamo l’Istituto oncologico europeo (Ieo), fondato nel 1994 da Enrico Cuccia e da Veronesi, che, arrivato vicino al fallimento, è stato salvato dalla regione; oppure il S. Raffaele, costruito in spregio alle leggi ambientali, che ha subito svariate inchieste per truffa ai danni del Servizio sanitario nazionale. Qui si palesa più esplicitamente che in altri luoghi quello che è il generale e grande business della sanità. Un business ingordo, se pensiamo che l’80% del bilancio regionale è costituito dalla sanità e inoltre la regione riceve 17 miliardi di contributi statali, dei quali oltre 7 miliardi vanno alle strutture private.

Ecco la testimonianza di un medico sulla gestione della sanità lombarda: “Viene attuata una riforma regionale che prevede un sistema centralizzato e razionalizzato funzionale a un maggiore equiparamento pubblico-privato con funzioni giuridiche paritetiche… Il risultato di questa onnipotenza porta a uno scontro frontale anche con l’Ordine dei medici, gestore primario della medicina territoriale convenzionata. Il tutto si concretizza con la richiesta della regionalizzazione differenziata, un colpo di stato nello Stato. In un continuum viene emessa una legge regionale che prevede l’accorpamento di strutture pubbliche ospedaliere e territoriali e una delibera del 2017 che prevede la chiusura di ospedali pubblici con costruzione di uno nuovo (2×1) di minori dimensioni, ma moderno, efficiente e costruito con soldi pubblici, ma a gestione privatistica.
In tal senso va la proposta di chiudere a Milano gli ospedali S.Carlo e S.Paolo con una perdita secca di 300 posti letto. Ancor peggio, vengono chiusi in continuazione presidi territoriali pubblici, mentre nascono come funghi laboratori privati che offrono prestazioni dal costo poco superiore, ma con una risposta diagnostica dimezzata nel tempo. Ultima chicca. Una delibera del maggio 2019 premia i manager “che tengono sotto controllo gli ordinativi dei laboratori”. In pratica, si incentiva a tagliare centinaia di migliaia di euro ai laboratori di Milano, Brescia, Lodi, le zone che oggi sono tra le più colpite dall’epidemia. La chicca è rappresentata dal fatto che questa delibera è stata approvata anche dall’”opposizione”, il che significa che è
passata all’unanimità”. [2]
Da questi fatti e questi dati possiamo concludere che, assieme ai padroni, i principali responsabili della strage in Lombardia, e in tutta la nazione, sono stati i politici di ogni tipo collusi e al servizio della sete di profitto dei privati a scapito della salute delle masse.

Governo e Comitato Scientifico

A livello nazionale il governo Conte dichiara l’emergenza sanitaria spinto da una parte dal rischio di perdere il potere, dopo un gennaio di fuoco che stava mettendo a dura prova la tenuta dell’esecutivo e dall’altra dalla consapevolezza delle criticità degli ospedali e della sanità italiana e dalla previsione di una sicura crisi sanitaria, visti i pochi posti di terapia intensiva con respiratori a disposizione. In Italia a marzo sono 5090 mentre, ad esempio in Germania, sono 28 mila che verranno raddoppiati in breve a 40 mila. Conte impone una vera e propria blindatura sociale attuando un’effettiva torsione autoritaria che si esplica attraverso un continuum di decreti urgenti ministeriali (Dpcm) con misure imposte, a volte ridicole ai fini del contenimento del virus, ma accompagnate da una serrata campagna massmediatica terroristica.
Tramite il divieto di assembramento, viene negato ogni diritto soprattutto ai lavoratori e imposto uno stretto regime di controllo del territorio all’insegna dello slogan del distanziamento sociale. Si eseguono vere e proprie esercitazioni di controllo militare, con l’impiego di droni ed esercito, vige il coprifuoco. Vengono sciorinati ogni sera alla televisione dati con un uso piuttosto “disinvolto” della scienza statistica tanto che, a fine marzo, il presidente dell’Istat Blangiardo dichiara in un’intervista all’Avvenire: “Più che i morti per influenza, che è più difficile da attribuire come effettiva causa di morte, conviene ricordare i dati sui certificati di morte per malattie respiratorie. Nel marzo 2019 le morti sono state 15.189 e l’anno prima erano state 16.220. Incidentalmente si rileva che sono più del corrispondente numero di decessi per Covid (12.352) dichiarati nel marzo 2020”. [3] Questa dichiarazione ci fa riflettere sulla schizofrenia nella gestione politica dell’emergenza e nell’uso dei dati visto che quelli dichiarati dal presidente dell’Istat sono corretti. Possiamo così capire che le contraddizioni emerse sono spiegabili solo tenendo conto della situazione concreta politica di quei momenti. In quei giorni, infatti, dopo i grandi scioperi operai, nati spontaneamente e rincorsi per gestirli dai sindacati ufficiali, per padroni e governo si trattava di perorare la causa della riapertura della produzione e quindi di “tranquillizzare” le masse sottoposte allo stress giornaliero del bollettino televisivo della protezione civile e del ministro Speranza.
Tutto questo è successo grazie alla copertura del neonato Comitato tecnicoscientifico (Cts) per l’emergenza. Esso usa la scienza quasi come una religione sulla testa delle masse. Così viene piegato il sistema medico-scientifico ed introdotto il governo dispotico dell’intera società. Il Cts istituito con il decreto del 5 febbraio 2020 “è composto da esperti e qualificati rappresentanti degli enti e delle amministrazioni dello Stato che supportano il Capo del Dipartimento nelle attività finalizzate al superamento dell’emergenza epidemiologica da Covid19”, viene scritto sul sito del Ministero della salute. Del Cts fanno parte, ad esempio, Brusaferro che a metà febbraio aveva dichiarato che in Italia non c’erano problemi e Nicola Magrini, Direttore Generale dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), che governa la spesa farmaceutica e, in accordo con le regioni e l’industria del settore, persegue l’equilibrio economico del tetto di spesa stabilito dallo Stato, oppure Fabio Ciciliano, dirigente medico della polizia di Stato, esperto di medicina delle catastrofi, con compiti di segreteria nel comitato. [4]
Il ruolo del Cts, come si può notare già dalla composizione e come meglio si vedrà nei fatti, non ha funzioni di supporto scientifico e servirà solo a sancire i ditkat della classe dirigente e padronale che usa la scienza come copertura, una sovrastruttura ideologica utile ai suoi scopi.
Le misure riguardanti le restrizioni imposte sono identiche a quelle prese contro l’influenza spagnola del secolo scorso. Riportiamo un breve testo che illustra le misure adottate in Italia per quella che allora venne definita “pandemia silenziosa”, mentre oggi si parla invece di “nemico invisibile”: “In particolare in Italia, non sapendo a cosa appellarsi, una delle prime reazioni delle autorità fu quella di incolpare le vittime, adducendo la responsabilità della diffusione della malattia a stili di vita squilibrati e a mancanza di igiene. Si procedette a mastodontiche campagne di pulizia delle città più grandi, come Milano, talvolta sfruttando il lavoro dei prigionieri di guerra e utilizzando grandi quantità di disinfettanti. Il prezzo di questi ultimi aumentava a dismisura, a causa di un’esasperata crescita della loro domanda, rendendoli spesso introvabili e poco accessibili. In un secondo momento furono vietati tutti gli assembramenti pubblici e furono chiusi molti luoghi di aggregazione come scuole, cinematografi, teatri e università. Negli Usa in molte città fu prescritto l’utilizzo di mascherine a tutti quelli che giravano per le strade. Furono vietate le strette di mano e lo sputare per terra venne reputato un gesto riprovevole, da evitare in ogni modo. Si pensò di limitare la diffusione dell’epidemia con delle quarantene, ma l’idea si rivelò fallimentare poiché il morbo correva assieme all’aria e la facilità di contagio era massima. Soltanto in presenza di particolari condizioni geografiche, che rendevano possibile la totale chiusura di un territorio rispetto al resto del mondo, le quarantene furono efficaci. Ciò si verificò nelle isole, anche di grandi dimensioni: in tal modo l’Australia non fu toccata dalla “seconda ondata” della pandemia e le Samoa Orientali riuscirono a scampare alla carneficina appena avvenuta nelle vicine Samoa Occidentali. [5]
Un vero progresso se pensiamo allo sviluppo enorme della scienza e della tecnica dell’ultimo secolo! Sviluppo smisurato in tutti i campi che interessano i profitti, ma non in quello della prevenzione, campo questo ostile allo sviluppo della Big Pharma che negli ultimi decenni esercita il suo strapotere nel settore della salute. Si tratta di veri e propri “cartelli” di compagnie farmaceutiche, le multinazionali dei farmaci. Se pensiamo all’imposizione all’Oms del continuo abbassamento dei valori limite di colesterolemia e glicemia, per aumentare artificialmente il numero di malati di tutto il mondo, possiamo tranquillamente parlare di vere e proprie fabbriche dei malati, un business che si basa sull’allargamento delle malattie per spacciare nuovi prodotti e che considera le persone solo una massa di consumatori.
La scienza e la tecnica usate in questa emergenza non hanno riguardato la salute e sono principalmente state al servizio del controllo e dell’incentivazione di nuovi settori produttivi finalizzati al profitto, utili a far fronte alla profonda crisi nella quale il capitalismo è immerso, come ad esempio il digitale. Il peso enorme assunto dalla tecnocrazia medica nella gestione dell’epidemia è in funzione dell’egemonia e degli interessi delle classi dominanti e degli Stati imperialisti. Altro esempio in questo senso è il mercato dei tamponi che, introvabili anche nelle strutture sanitarie quando servivano, ora sono divenuti un vero affare, mettendo il turbo alla loro produzione: ne esistono a bizzeffe di diverso tipo, molti di dubbia efficacia.
I medici e il personale sanitario che hanno cercato di sottrarsi ai diktat del Cts, dando indicazioni, poi verificatesi corrette, sono stati tacitati e sono incorsi in provvedimenti disciplinari. Inoltre con il decreto “Cura Italia” sono stati laureati e abilitati d’urgenza 10 mila medici, spediti allo sbaraglio sul campo e anche reclutati studenti infermieri con contratti da fame a tempo determinato. Tutto ciò dopo oltre un ventennio di numero chiuso alle facoltà di medicina decretato nel 1999 sotto il governo D’Alema e confermato per il 2020 nel mese di marzo.
Ricordiamo che per sopperire alla drastica carenza di personale medico e infermieristico bisognerebbe assumere 56 mila medici, 50 mila infermieri oltre che ripristinare 758 reparti, chiusi negli ultimi 5 anni. Si promettono nuovi investimenti nella sanità pubblica e il ripristino di presidi territoriali, falcidiati negli ultimi anni, ma nessuno dice che in realtà sono in atto processi di totale asservimento ai privati. In piena epidemia, alla fine di aprile, è stato siglato un accordo con Sanofi, colosso farmaceutico francese che ha scatenato in tutta Italia le contestazioni dei medici, di cui non è stata data alcuna notizia. In merito a questo accordo, così si esprime la dottoressa Claudia Zuncheddu, portavoce della Rete sarda difesa sanità pubblica: “In questo particolare momento, con le emergenze che si sovrappongono in ambito sanitario, ci attenderemmo dallo Stato (e dalle sue più alte istituzioni locali) azioni tese al ripristino di un Sistema Sanitario Pubblico efficiente, al servizio dei cittadini e non l’abdicazione dei propri doveri istituzionali a favore di potenti lobby del farmaco. Con un accordo firmato in questi giorni, tra il colosso della farmaceutica Sanofi e i sindacati Simg (Società italiana di medicina generale e delle cure primarie) e Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale), la formazione dei futuri medici di medicina generale, viene affidata nelle mani della multinazionale francese, ma non solo, questa operazione nel pieno dei conflitti di interesse, sarebbe alla base di una revisione sostanziale di tutto il Sistema Sanitario Pubblico. Ci troviamo di fronte ad un’operazione finanziaria con la quale uno dei più potenti gruppi farmaceutici a livello mondiale mira a sostituirsi, con la sua gestione, ai doveri dello Stato nella formazione dei medici e nella ristrutturazione del Sistema Sanitario pubblico”. [6]
Per quel che riguarda il sistema sanitario, in questa fase di avviluppamento della crisi del sistema capitalista, le privatizzazioni vanno completate ed esasperate secondo gli interessi dei padroni, investendo totalmente settori dei servizi che non hanno subito ancora il processo fino in fondo. Questo passaggio porta alla totale gestione ai fini del profitto della sanità pubblica ed è mistificato con il discorso della “sinergia tra pubblico e privato”. Ricetta usata a ripetizione nella fase imperialista al servizio dei monopoli e della finanza: ricordiamo l’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri) istituito nel 1933 durante il fascismo che divenne il fulcro dell’intervento pubblico nell’economia italiana o l’Istituto autonomo case popolari (Iacp) che ingrassò gli speculatori e con gli interventi pubblici regalò le infrastrutture a grossi imprenditori, non solo immobiliari. Viene rivalutato l’intervento statale con la logica della socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti attraverso l’intervento dello Stato: questa è la sinergia tra pubblico e privato.
Ora il governo, il Cts e larga parte della borghesia imperialista propaganda che, oltre a continuare nello stato d’emergenza come indispensabile per far fronte alla future nuove ondate del virus, l’unica salvezza, in aggiunta al distanziamento sociale e all’emergenza prorogata di mese in mese, sarà il vaccino. La scienza e la tecnologia di nuovo al servizio del profitto. Il rilancio del business della salute con la corsa imperialista al vaccino è divenuto oramai obbiettivo politico ed economico che concorrerà alla ripartizione delle gerarchie interimperialiste.
L’Italia, in questo campo, prosegue il mandato del 2014, ottenuto dall’allora ministro della salute Lorenzin, quando al termine del summit mondiale “Global healt security agenda” ha ricevuto l’incarico di guidare le strategie e le campagne vaccinali mondiali per cinque anni. A ricevere questo “prestigioso” incarico alla Casa Bianca a Washington, alla presenza di Barack Obama, Lorenzin era accompagnata dal presidente dell’Aifa Pecorelli, costretto poi alle dimissioni sotto i colpi delle accuse di conflitto di interessi per i troppi legami con le aziende farmaceutiche che producono vaccini, ma anche accusato di ruoli di vertice “sconvenienti” in società di venture capital sul mercato della farmaceutica. Il compito assegnato era di predisporre i piani per attuare e monitorare le attività di vaccinazioni nelle diverse regioni mondiali, con un importante peso dato all’educazione e alla comunicazione.
I vaccini, assieme alla ricerca scientifica per produrli, da farmaci preventivi per le masse sono oramai divenuti solo fonte di profitto sulla loro pelle. In questo momento contro il coronavirus sono in sperimentazione ben 231 vaccini. Nella corsa imperialista per adesso la Russia è in testa con ben 2 prodotti. Quello che nessuno dice è che il virus in questione, come tutti i virus influenzali, muta repentinamente (otto varianti sono già state certificate) rendendo inefficaci gli anticorpi eventualmente generati dal vaccino.
Di fronte allo scenario di un capitalismo mortifero che vuole riprodursi sulla vita e sulla salute delle masse, va registrato che in Italia la situazione disastrosa per la nostra classe, venutasi a creare con l’emergenza sanitaria, è stata contenuta solo grazie al protagonismo e alla lotta della classe operaia, con buona pace di chi la dava per scomparsa, dei lavoratori della sanità, degli studenti di medicina e della solidarietà di classe e dal basso.

Che dire della scienza medica in questo sistema di produzione?

Da comunisti ci rifacciamo alla scienza di classe, una conoscenza fin qui prodotta nella dialettica tra teoria e pratica, tra analisi delle categorie marxiste su scienza e tecnologia e lotta in questo campo della classe operaia e delle masse popolari. Facciamo alcune riflessioni sulla scienza in generale poiché il ragionamento generale si riflette nel suo rapporto particolare con ogni campo: scienza e fabbrica, scienza e salute, scienza e ambiente, scienza e repressione, scienza e produzione alimentare… La scienza intesa come conoscenza ed esperienza è nata con l’uomo, è una forma specifica dell’attività umana che ha accompagnato lo sviluppo dell’umanità nei vari modi di produzione. Consiste dunque in una forza produttiva, così come la ricerca scientifica è una pratica sociale7. Ogni grosso cambiamento scientifico si è dato in dialettica con rivolgimenti del modo di produzione. La conoscenza scientifica, come ogni altra forma di conoscenza, si è sviluppata in una lotta costante tra concezioni che sono riflesso delle contraddizioni tra gli interessi di classi opposte, tra il vecchio e il nuovo, tra sfruttati e sfruttatori, nell’ambito dei rapporti sociali esistenti storicamente dati.

Per quel che riguarda la tecnologia possiamo dire che scienza e tecnica non possono essere considerate indipendentemente l’una dall’altra: la scienza indaga i fenomeni naturali e la tecnologia utilizza le conoscenze scientifiche per creare nuovi prodotti, strumenti e modalità di processi per la produzione. Il rapporto è dialettico e la tecnologia indirizza a sua volta la scienza nella ricerca di ciò che è necessario a svilupparla. In ogni campo della vita umana e in ogni epoca alla scienza è legato lo sviluppo della tecnica; basti pensare a come ogni rivoluzione industriale sia avvenuta in relazione a nuove scoperte, ad esempio l’energia a vapore per la prima, l’energia elettrica per la seconda. Il concetto di scienza “pura” è un’utopia e una scappatoia ideologica per offuscare la dipendenza della ricerca scientifica dal dominio capitalista attuale. Ha un carattere sociale e di classe: oggi serve alla classe dominante che la subordina al profitto e al consolidamento del suo potere. Possiamo sicuramente affermare che a questo punto dello sviluppo capitalista non esiste scienza estranea alla logica del profitto. E il meccanismo con il quale il capitale piega a sé la scienza è quello dei brevetti, ossia i diritti di proprietà intellettuale. La scienza non è prodotta dai capitalisti, è il prodotto delle forze produttive dei lavoratori concettuali, è il contenuto sociale della conoscenza che produce l’imprint del capitale e la conoscenza stessa è il prodotto del lavoro. I diritti di proprietà intellettuale sono l’appropriazione del capitalista del risultato del lavoro dei salariati concettuali.
I capitalisti decidono quale conoscenza andrebbe prodotta, per chi e come, e fanno profitti su di essa. La maggior parte dei lavoratori concettuali non lavorano in proprio, ma sono sottoposti alle regole del capitale e alle vecchie e nuove forme di dominio alle quali il loro lavoro viene sottoposto (dislocamento e automatizzazione, lavori dequalificati e flessibili, temporanei ecc.) e sono soggetti a continue ondate di innovazioni e ristrutturazioni tecnologiche che dequalificano la loro posizione. La produzione di scienza e tecnica è in gran misura concentrata nei paesi imperialisti: attualmente solo l’1% di brevetti sono di proprietà di compagnie dei paesi in via di sviluppo, e di questi l’84% vengono acquistati da stranieri e meno del 5% vengono usati per la produzione locale. In questo modo la scienza è in primo piano nel concorrere al mantenimento, al rafforzamento dell’imperialismo e delle sue gerarchie.
Sul dominio del capitale sulla scienza è interessante riportare quello che, negli anni Settanta, ha scritto Giulio Alfredo Maccacaro (tra l’altro nato a Codogno!), medico partigiano e impegnato negli studi medici relativi alle malattie ambientali e lavorative: “ La scienza è una dimensione della storia: quindi non esiste, almeno dalla rivoluzione industriale in poi, una scienza autonoma dalla storia e nemmeno una storia autonoma dalla scienza; la rivoluzione borghese è stata anche una rivoluzione scientifica. Infatti, la scienza serve oggi alla borghesia per conservare la sua egemonia sul proletariato, per negargli il suo ruolo storico. A sua volta il proletariato conquisterà il potere e lo gestirà nella misura in cui si sarà appropriato anche della scienza. Che non sarà più la stessa in un comando diverso, ma una scienza rifondata. Non si tratta tanto di riappropriarsi, cioè di far si che altri o tutti si approprino di quel che c’è, della scienza che c’è, ma di costruire cominciando col distruggere, delle possibilità alternative di pratica sociale nel campo della scienza”. [8] Bisogna contestualizzare dicendo che al tempo di questa dichiarazione si sviluppavano un dibattito e una lotta di classe contro la scienza dei padroni, in ogni campo. Partiva dalla fabbrica, dove si mettevano in discussione i ritmi imposti dalle macchine e la nocività, da lì si riversavano nel territorio, nella scuola contro la divisione tra studi tecnici e scientifici, nel movimento delle donne contro la scienza roccaforte del potere maschile, al servizio del controllo delle nascite e alle nuove tecnologie nell’ambito della riproduzione, fino ad arrivare ai grandi movimenti contro il nucleare e contro le produzioni di armi.
In quanto forza produttiva per l’accumulazione e riproduzione di capitale, la scienza capitalistica è un mezzo usato per accrescere il plusvalore. Con l’introduzione e lo sviluppo delle macchine nell’industria, il lavoratore diviene appendice della macchina, si acuisce la contraddizione tra lavoro intellettuale e manuale, la conoscenza viene incorporata nella macchina e viene separata dal lavoro vivo come forza ad esso opposta e nemica; si tratta di una vera e propria appropriazione del lavoro vivo da parte del lavoro oggettivato. La scienza viene dunque separata dal lavoro vivo come proprietà non sua e come potere che lo domina. Rifacendoci a Marx: “(…) L’accumulazione della scienza e dell’abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale, rimane così, rispetto al lavoro, assorbita nel capitale, e si presenta perciò come proprietà del capitale, e più precisamente del capitale fisso, nella misura in cui esso entra nel processo produttivo come mezzo di produzione vero e proprio. Le macchine si presentano così come la forma più adeguata del capitale fisso, e il capitale fisso, se si considera il capitale nella sua relazione con se stesso, come la forma più adeguata del capitale in generale. (…) Il pieno sviluppo del capitale ha quindi luogo, o il capitale è giunto a porre la forma di produzione che gli corrisponde, solo quando il mezzo di lavoro non solo è determinato formalmente come capitale fisso, ma è soppresso nella sua forma immediata, e il capitale fisso appare di fronte al lavoro, all’interno del processo produttivo, in forma di macchina; e l’intero processo produttivo non si presenta come sussunto sotto l’abilità immediata dell’operaio, ma come impiego tecnologico della scienza”. [9]
Non solo, riprendendo il ragionamento sulla scienza, va considerato anche un altro importante aspetto: la scienza non è solo forza produttiva ma è anche sovrastruttura, utilizzata come ideologia dalla classe dominante per conquistare l’egemonia sulle masse, il loro consenso all’interno della società. Ne abbiamo visto e ne stiamo vivendo il suo uso da parte del governo Conte.
Anche qui ci rifacciamo a chi è venuto prima di noi, ci riferiamo a Gramsci dei “Quaderni del carcere”: “La scienza è anch’essa una superstruttura. Ma nello studio delle superstrutture la scienza occupa un posto a sé, per il fatto che la sua reazione sulla struttura ha un carattere di maggiore estensione e continuità di sviluppo, specialmente a partire dal 700, da quando fu fatto alla scienza un posto a parte nell’apprezzamento generale. Che la scienza sia una superstruttura è dimostrato dal fatto che essa ha avuto periodi interi di eclisse, scacciata da un’ideologia dominante, la religione soprattutto: la scienza e la tecnica degli arabi apparivano come stregoneria ai cristiani. La scienza non si presenta come nuda nozione obbiettiva mai; essa appare sempre rivestita da una ideologia e concretamente è scienza l’unione del fatto obbiettivo e dell’ipotesi o di un sistema di ipotesi che superano il mero fatto obbiettivo. In questo campo però è diventato relativamente facile scindere la nozione obbiettiva dal sistema di ipotesi, con un processo di astrazione che è insito nella stessa metodologia scientifica e appropriarsi l’una respingendo l’altro. In tal modo una classe può appropriarsi la scienza di un’altra classe senza accettarne l’ideologia (l’ideologia del progresso è stata creata dal progresso scientifico)”. [10] E ancora: “ Il lavoro scientifico ha due aspetti: uno che instancabilmente rettifica il metodo della conoscenza, e rettifica o rafforza gli organi delle sensazioni e l’altro che applica questo metodo e questi organi sempre più perfetti a stabilire ciò che di necessario esiste nelle sensazioni da ciò che è arbitrario e transitorio. Si stabilisce così ciò che è comune a tutti gli uomini, ciò che tutti gli uomini possono vedere e sentire nello stesso modo, purché essi abbiano osservato le condizioni scientifiche di accertamento. In quanto si stabilisce questa oggettività, la si afferma: si afferma l’essere in sé, l’essere permanente, l’essere comune a tutti gli uomini, l’essere indipendente da ogni punto di vista che sia meramente particolare. Ma anche questa è una concezione del mondo, è un’ideologia. Il materialismo storico accetta questo punto di vista, non quello che pure è uguale materialmente, del senso comune. Il senso comune afferma l’oggettività del reale in quanto questa oggettività è stata creata da Dio, è quindi un’espressione della concezione del mondo religiosa: d’altronde nel descrivere questa oggettività cade nei più grossolani errori, in gran parte è ancora all’astronomia tolemaica, non sa stabilire i nessi reali di causa ed effetto ecc., cioè in realtà non è realmente «oggettivo». [11]
Abbiamo fatto questa veloce “traversata” nel pensiero marxista poichè questa concezione della scienza e della tecnica è quella che ci orienta anche nel campo medico e della salute. Si riflette anche nella scienza medica dove, se da un lato possiamo vedere i progressi raggiunti grazie alla lotta di classe (la “pratica sociale”) con la conquista e la difesa della sanità pubblica, dall’altro vediamo gli interessi dei padroni che oggi trasformano la sanità in white economy, cioè piegata totalmente agli interessi capitalistici del profitto a danno della vita e della salute delle masse popolari. Ciò si evidenzia chiaramente nella crisi sanitaria da coronavirus, che ha dimostrato il fallimento del modello sanitario attuale, saccheggiato dai tagli determinati dal procedere della crisi e che ha dato il via all’approfondimento delle privatizzazioni, anche se sotto la mistificata veste dell’intervento statale, e al rilancio del settore farmaceutico finalizzato al profitto. I progressi che si sono raggiunti fino ad ora, e sui quali è in atto una resistenza per difenderli, sono solo il frutto della lotta delle classi subalterne, e si sono realizzati in particolar modo dove la classe operaia ha conquistato il potere e la gestione della società attraverso la rivoluzione e l’instaurazione di una società socialista. Ciò è chiaramente visibile anche oggi. Possiamo trovarne conferma nel caso cubano: Cuba ha combattuto il coronavirus meglio di tutti i paesi latinoamericani, con un numero di decessi ad oggi di soli 108 e a livello mondiale ha aiutato, come nella sua tradizione, tutti gli altri paesi. Negli ultimi 50 anni ha sviluppato un sistema sanitario nazionale esclusivamente pubblico che garantisce cure e programmi di prevenzione di buona qualità a tutta la popolazione. Oggi l’assistenza di primo livello è garantita da oltre 32 mila medici di famiglia.

Che fare?

Sappiamo che ogni modo di produzione ha portato e porterà con sé i suoi virus e le sue pandemie, anche prima del capitalismo, dal vaiolo fino alla peste.
Oggi nella fase imperialista dei monopoli, fase di putrefazione del capitalismo, il fetore lo sentono tutti. Diventa improrogabile contrapporre all’ideologia borghese, anche nel campo della ricerca e della scienza medica, la teoria del proletariato per l’affermazione e la conquista della medicina e della ricerca medica al servizio dei bisogni dell’essere umano e della sua salute e non a quelli della big pharma. L’una che punta prioritariamente a prevenire le malattie, l’altra che soggiace alla logica del capitale, produttore massimo di sofferenze e malattie, che punta profittevolmente a curarle: una vera e propri fabbrica di malati.
In campo proletario l’unica via per imporre la propria concezione è quella della lotta di classe.

Sicuramente solo il superamento della società divisa in classi in questa fase del capitalismo monopolista potrà rendere la forza produttiva scienza e dunque anche la scienza medica, ora al servizio della borghesia imperialista, al servizio dell’essere umano e dei popoli. Come comunisti sappiamo che ciò non avverrà da sé, ma tramite la rivoluzione dei rapporti sociali che necessita l’affermazione di una soggettività comunista all’altezza del compito. Nel presente, la costruzione, la formazione e la raccolta di uomini e donne consci di questo compito può realizzarsi solo alla scuola della lotta di classe. Le numerose lotte che nonostante la forte repressione si sono sviluppate in questi ultimi mesi ci indicano i terreni sui quali intervenire per affermare una concezione di classe della scienza, la via della critica pratica.
Da comunisti dobbiamo sostenere le lotte dei lavoratori della sanità e appoggiarli contro la repressione e le privatizzazioni, rilanciare e costruire lotte sul territorio per la prevenzione, la riapertura dei consultori e dei piccoli ospedali. Dobbiamo appoggiare le battaglie per la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro degli operai e di tutte le lavoratrici e i lavoratori. Bisogna solidarizzare con le lotte dei dottorandi, assegnisti e precari della ricerca e contro il numero chiuso. Vanno costruiti momenti di formazione e studio con i giovani studenti, promuovere iniziative contro la scienza produttrice di morte e al servizio della guerra imperialista; contro la ricerca universitaria asservita agli interessi delle multinazionali, dello sfruttamento e annientamento dei popoli, come ad esempio il boicottaggio accademico agli accordi delle università italiane con il regime sionista di Israele.

 

Note:

[1] P. Ghisleni, Coronavirus, l’infermiera dell’ospedale di Alzano: “Cosa accadde quel 23 febbraio”, bergamonews.it, 4 maggio 2020

[2] P. Oreste, Il tragico fallimento della sanità lombarda, contropiano.org, 22/5/2020

[3] P. Viana, Coronavirus. Blangiardo (Istat): nel 2019 a marzo 15mila morti per polmonite varie, avvenire.it, 2/4/2020

[4] La composizione completa si trova sul sito del Ministero della salute

[5] E. Tognotti, La “Spagnola” in Italia: storia dell’influenza che fece temere la fine del mondo (1918-19), pp. 105-111, FrancoAngeli, 2015

[6] Redazione Sardegna Reporter, Contestazioni in tutta Italia sull’accordo di sindacati medici con Sanofi, sardegnareporter.it, 4/5/2020

[7] Antitesi n°8, pp. 42 ss. e p. 68
https://www.tazebao.org/leccezionalita-del-male/

[8] Collettivo controinformazione scienza, Kapitale e/o scienza, Calusca Edizioni, 1977, p. 4

[9] K. Marx Grundrisse, Frammento sulle macchine, antiper.org

[10] Gramsci Quaderni dal carcere, Quaderno 11 (XVIII) § 38, quadernidalcarcere.wordpress. com

[11] Ivi, § 37

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