Vecchia piccola borghesia

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Antitesi rivista n.6
Sezione 4: Controrivoluzione, repressione e solidarietà di classe
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Vecchia piccola borghesia

Correlazioni di classe e mobilitazione reazionaria

Premessa

La presenza sociale e anche un certo protagonismo politico della piccola borghesia (ormai più spesso indicata con l’espressione “ceti medi”) caratterizzano in forma evidente questi anni di crisi generale del capitalismo, come mostra chiaramente anche il caso italiano.
La questione della sofferenza/insofferenza della piccola borghesia si è posta infatti prepotentemente in primo piano nelle formazioni avanzate in questo più recente scorcio della crisi generale. Nella crisi l’oligarchia finanziaria e la grande borghesia monopolista multinazionale utilizzano il loro dominio consolidato sui sistemi stato-nazione per salvaguardare i profitti e scaricare i costi della crisi del capitalismo oltre che sulle nazioni oppresse anche sulle masse popolari delle proprie formazioni: in primo luogo contro la classe operaia aumentando grandemente lo sfruttamento della produttività del lavoro e riducendo i salari, ma anche rideterminando e comprimendo le condizioni di produzione e riproduzione dei ceti di mezzo che nella visione classica hanno avuto la definizione di “piccola borghesia”.
Definizione che in questo caso non è da cogliere come indicante un’omogeneità di classe esistente di per sé. Si tratta infatti di un aggregato caratterizzato da grande frastagliamento e disomogeneità, sia dal punto di vista delle fasce di reddito, che da quello della collocazione funzionale (ceti produttivi, ceti burocratici, ecc.). Per questo, in questo articolo, ci capita spesso di parlare di ceti medi considerando la loro collocazione sociale intermedia.
In ogni caso vale anche per questi ceti la considerazione di Marx che una classe si definisce e si riconosce in quanto tale solo nella lotta contro le altre classi. [1] E oggi questo si nota nella crescente insofferenza della piccola borghesia e soprattutto nel palesarsi di contrasti tra essa e la grande borghesia.
Con la svolta elettorale del 4 marzo in Italia fasce maggioritarie dei ceti medi (nell’ampio spettro che va dai giovani laureati disoccupati del sud agli artigiani e padroncini tartassati del nord) hanno trovato una loro rappresentanza politica nel M5S e Lega, fino a rivendicare per sé l’esercizio del potere esecutivo.
Questa è una partita per ora ancora aperta, soprattutto per quel che riguarda la composizione di una parte significativa degli interessi dei ceti medi nel quadro di una rinnovata direzione dell’oligarchia finanziaria su un suo blocco sociale egemonico. Blocco egemonico che considerando la storia delle relazioni tra le classi nella fase imperialista del capitalismo, ma anche la concreta realtà sociale attuale, non può non comprendere sezioni maggioritarie dei ceti medi.
In questa situazione caratterizzata anche dalla profonda crisi di consenso delle burocrazie della “sinistra” istituzionale, che da tempo hanno abdicato ad una qualsiasi rappresentanza politica del proletariato convertendosi nei più ligi servitori della borghesia imperialista, per sviluppare la capacità di orientamento di noi comunisti è necessario anche affrontare le critiche mosse al marxismo e in particolare alla sua presunta incapacità predittiva sull’argomento delle classi di mezzo. Il riferimento è alla schematizzazione dell’idea marxista che il capitalismo avrebbe portato la società a dividersi in due classi: borghesi e proletari. Cosa contraddetta dallo sviluppo storico delle formazioni capitalistiche avanzate dove i ceti medi lungi dall’estinguersi sono ben presenti, come mostra la tabella che riporta i dati raccolti e organizzati da Sylos Labini.

Popolazione attiva in Italia
(dati percentuali)

Anno 1881 – 1971 – 1983
1. Borghesia 1,9 – 2,5 – 3,3
2. Classi medie urbane 23,4 – 38,5 – 46,4
3. Coltivatori diretti 22,5 – 11,9 – 7,6
4. Classe operaia 52,2 – 47,1 – 42,7
Sylos Labini: Le classi sociali negli anni ‘80, Laterza, 1986, pp. 20-21.

Una questione teorica

Quelli che fino a questo momento erano i piccoli ordini medi, cioè i piccoli industriali, i piccoli commercianti e coloro che vivono di piccole rendite, gli artigiani e i contadini, tutte queste classi precipitano nel proletariato, in parte perché il loro piccolo capitale non è sufficiente per l’esercizio della grande industria, e soccombe nella concorrenza con i capitalisti più forti, in parte perché la loro abilità viene svalutata da nuovi sistemi di produzione. Così il proletariato si recluta in tutte le classi della popolazione”. [2]
Questa affermazione di Marx nell’interpretazione che il capitalismo avrebbe portato inevitabilmente la società a dividersi in due classi è stata spesso utilizzata dagli avversari per attestare l’inadeguatezza del marxismo, a fronte del permanere e riprodursi dei ceti medi anche nel capitalismo “avanzato”.
In realtà questa idea non è esaustiva del pensiero di Marx a riguardo (e ancor meno dell’elaborazione del marxismo). Più precisamente nei testi di Marx si riscontrano due sensibilità a riguardo.
La prima, che possiamo definire “essenziale”, è appunto quella del Manifesto, ma che si nota anche in Lavoro salariato e capitale [3] come anche nei primi due volumi del Capitale. In questa concezione i ceti medi subiscono un processo di proletarizzazione inevitabile ed irreversibile e diventano alleati nella misura in cui sprofondano nel proletariato.
La seconda concezione, che possiamo definire “storica”, la possiamo trovare in Lotta di classe in Francia, in Guerra civile in Francia e anche in Rivoluzione e controrivoluzione in Germania di Engels (oltre ad altri testi di entrambi). Qui i ceti medi sono visti nella vicenda storica dello scontro tra le classi per il potere e sono considerati fattore dell’isolamento della classe operaia, fino a determinarne la sconfitta, oppure di alleanza fino a favorirne la vittoria (vedi il caso dell’insurrezione della Comune di Parigi). Nella sostanza emerge una visione della proletarizzazione come una tendenza che determina il carattere oscillatorio, tra borghesia e proletariato, dei ceti medi, ma non ne riduce irreversibilmente il ruolo. La rivoluzione proletaria viene a dipendere quindi anche dalla politica delle alleanze, in particolare per guadagnare il consenso dei ceti medi.
E’ senz’altro fuorviante cercare una successione cronologica delle due concezioni (come fanno alcuni che anche in questo caso parlano di inversione dell’analisi tra il Marx giovane e quello maturo) dato che la prima visione permea anche i primi due volumi del Capitale (che sono opera finale dell’enorme contributo dato da Marx alla causa del proletariato).
Si tratta invece di due livelli di analisi. Il primo livello è inerente all’essenza, al movimento principale che interessa la struttura del modo di produzione capitalistico, al come funziona il capitale allo stato puro e alla sua tendenza strutturale alla generalizzazione del rapporto di lavoro salariato. Astrazione utile e necessaria per evidenziarne le leggi peculiari di funzionamento, anche ai fini della propaganda comunista nella classe.
E’ il metodo per enucleare e trattare il carattere essenziale come avviene anche nel primo volume del Capitale dove per dimostrare e approfondire la comprensione della produzione del plusvalore in quanto essenza del capitalismo, vengono poste delle condizioni astratte, come ad esempio la concorrenza perfetta e la vendita delle merci al loro valore.
Il secondo livello di analisi si approssima alla dimensione del concreto (come unità del molteplice) e lo fa in senso storicamente determinato. Per questo considera necessariamente anche la dinamica delle classi sul piano della sovrastruttura. In questo livello di analisi scompare la visione dell’ineluttabilità (che apre al crollismo in campo analitico e all’attesismo in campo politico) e il processo di proletarizzazione dei ceti medi assume il carattere di una tendenza (soggetta a controtendenze) che non si traduce necessariamente e automaticamente in sprofondamento nella condizione proletaria e conseguente adesione alla causa del proletariato. Ma quest’ultima è terreno di unità e di lotta. [4]
Il successivo sviluppo della realtà storica della Rivoluzione Socialista ha mostrato come il Movimento Comunista abbia saputo affrontare concretamente e vittoriosamente la questione: innanzitutto con il Leninismo dell’alleanza operai-contadini, con l’elaborazione della concezione del Fronte Popolare da parte dell’Internazionale Comunista e infine con il Maoismo e la sistematizzazione del Fronte come uno dei tre strumenti della Rivoluzione Socialista (Partito, Esercito e Fronte).

Sulla struttura

Il carattere principale del movimento del capitale come valore che si valorizza sta nel processo di accumulazione-concentrazione-centralizzazione. [5] Questo ha storicamente portato oltre alla grande scala della produzione anche al sorgere dei moderni monopoli multinazionali e all’affermarsi della fase imperialista del capitalismo. Questo sviluppo tuttavia non va visto (nemmeno Marx lo vede) in negazione, ma in rapporto dialettico con la “spontaneità” del mercato, con la piccola produzione o distribuzione.
Su questa “spontaneità” si produce e si riproduce la parte produttiva-commerciale della piccola borghesia (esiste anche una parte burocratico-amministrativa che è determinata in gran parte dallo sviluppo della forma Stato). Nel contesto storico a fianco dello sviluppo dei monopoli si è assistito al permanere e al riprodursi di una fascia concorrenziale comprendente forme di piccola produzione, commercio, ecc. E la proletarizzazione come fenomeno strutturale che contraddistingue la piccola borghesia sulla spinta della concentrazione e centralizzazione dei capitali, ha assunto il carattere di una tendenza soggetta ad alti e bassi, limiti e circostanze controtendenziali.
Con la fase imperialista lo sviluppo monopolistico si è affermato come aspetto principale delle relazioni borghesi. Il prodursi della sovraccumulazione, le crisi generali e in particolare quella iniziata negli anni ’70 e il conseguente sviluppo abnorme del capitale finanziario, spingono il grande capitale monopolistico in affannosa ricerca di profitti ad appropriarsi degli spazi di valorizzazione del settore concorrenziale. Basta considerare il settore commerciale della vendita al dettaglio devastato prima dalle catene di centri commerciali e poi dalle mega società di vendita on-line, come prima ancora la piccola produzione agricola annientata dalla meccanizzazione e dalla rimonopolizzazione della terra coltivabile (ormai anche su scala globale).
Tuttavia la ricerca di quote sempre maggiori di plusvalore (PV) relativo, tramite lo sviluppo tecnologico e la crescita della produttività del lavoro, comporta la ricerca di nuove sfere di produzione a più alto tasso di sfruttamento (che producono più PV assoluto) in grado di assorbire il capitale e la forza lavoro (f-l) resi eccedenti dall’innovazione tecnologica e dall’aumento della produttività del lavoro.
Questo oltre a portare all’esportazione di capitali in cerca di valorizzazione (compresa la finanziarizzazione), in parte si traduce in una spinta sul settore concorrenziale interno con la creazione di nuove produzioni dove i tassi di sfruttamento siano più elevati. Basta considerare l’esternalizzazione di mansioni produttive con il corollario di appalti e sub appalti a piccole e piccolissime imprese, cooperative ecc. (il grande sviluppo del settore dei servizi all’impresa), fino al fenomeno delle Start-up, come anche quello del franchising per il settore del piccolo commercio.
In conseguenza della crisi del modello fordista-keynesiano e per superarne le “rigidità” nella produzione si assiste in particolare al passaggio dall’economia di scala all’economia di scopo. Questo ha dato tra l’altro impulso al sistema dei subappalti di produzione a piccole e piccolissime aziende (organizzate negli indotti e nei distretti) cosicché la grande impresa, anche multinazionale, con la rivoluzione elettronicoinformatica e l’organizzazione toyotista, viene a sostenersi su forme di lavoro artigianale e anche domestico che parevano consegnate alla storia (tipico è il caso del gruppo Benetton). Alcuni sono arrivati in proposito a coniare la definizione di “capitalismo molecolare”. [6]
Questa spinta, che ha il tratto fondamentale di essere portatrice di un aumento brutale dello sfruttamento della forza lavoro, amplia tuttavia anche le possibilità di sviluppo dei ceti medi produttivi (piccoli imprenditori, padroncini, artigiani, amministratori di cooperativa, ecc.).
Nell’ambito della struttura si assiste quindi, anche nella fase imperialista, ad un processo di distruzione-costruzione delle condizioni di valorizzazione del piccolo capitale e della piccola borghesia che lo detiene.
Nei picchi negativi della crisi generale di sovraccumulazione di capitali, quando il carattere distruttivo prende tragicamente il sopravvento, la distruzione di capitali, che la crisi rende necessaria e inevitabile, investe direttamente il settore concorrenziale con la moria delle piccole imprese produttive e commerciali soffocate dai credit crunch, colpisce a fondo il piccolo risparmio, come nel caso dei fallimenti bancari scaricati sui risparmiatori, della volatilità delle borse dove giochi speculativi condotti dal grande capitale finanziario depredano i piccoli investitori, o in quello del piccolo investimento immobiliare taglieggiato con l’esplodere delle bolle immobiliari.
In queste situazioni di crisi la fascia dei ceti medi entra in fibrillazione ed è spinta fino anche a determinarsi come movimento politico di massa che inevitabilmente interessa il terreno della lotta tra le classi per l’egemonia.

Sulla sovrastruttura

Nonostante la proletarizzazione come tendenza, il ceto medio possiede sufficienti mezzi per riprodursi e nello stesso tempo conservare una certa autonomia rispetto al grande capitale, tuttavia esso matura l’omogeneità necessaria a diventare movimento politico di massa solo nell’ambito di una crisi acuta del sistema. [7] Fuori dalle crisi si assiste infatti ad un nuovo frazionamento in gruppi con interessi diversi, dato che questa, da alcuni definita “non classe”, è strutturalmente divisa in gruppi e sottogruppi e frantumata dalla diversità di reddito.
Tuttavia la piccola borghesia, non riconoscendosi come classe, copre questa sua mancanza coltivando ideologie più late, come ad esempio il patriottismo, oggi trasfigurato nell’assunto “prima gli italiani”.
Le contraddizioni e gli scontri che si generano tra borghesia monopolista e ceto medio restano inevitabilmente confinati nel carattere borghese della società, carattere di cui entrambi hanno bisogno per esistere. Per questo, sul piano ideologico, la piccola borghesia recepisce e amplifica l’egemonia borghese nella società (individualismo, culto della proprietà privata, avidità come spinta al profitto).
Il suo settore burocratico vive in relazione allo sviluppo dello Stato allargato fornendone i quadri della fascia medio-bassa (funzionari, ispettori, militari graduati, amministratori, ecc.). Con esso prende corpo il quadro ideologico della sudditanza, della disciplina, del senso dello Stato.
Nell’ambito della sovrastruttura lungo la fase imperialista (e le sue crisi), la piccola borghesia ha generalmente concorso al sistema di alleanze diretto dalla borghesia imperialista, fino anche a darsi come base di massa nelle svolte reazionarie e nelle guerre interimperialiste (ad esempio l’interventismo nella Prima Guerra Mondiale).
La sua posizione per certi aspetti intermedia nel rapporto sociale tra le classi, il suo carattere composito (piccolo rentier, artigiano, piccolo imprenditore, commerciante, ma anche impiegato o burocrate) e stratificato (dalla media fino alla piccolissima borghesia) rendono vaga la sua connotazione di classe. Come anche la sua osmosi, sia verso l’alto, che molto di più verso il basso (vedi la proletarizzazione nelle crisi), la mobilità dei suoi elementi che possono essere destinati alla rapida ascesa e diventare borghesi o alla caduta rovinosa alla condizione di proletari, ne favorisce un carattere ondivago. Questo la pone nella condizione in cui può essere influenzabile dalle due classi che si contendono strategicamente l’egemonia e quindi il potere nella società classista: borghesia imperialista e proletariato metropolitano. Ma può anche influenzarle a sua volta, trasmettendo un quadro ideologico maturato al suo interno o mutuato dall’esterno. Cosicché anche il “piccolissimo” borghese (magari proletarizzato) può sentirsi investito dal compito di veicolare il sistema di “valori”, l’ideologia e la giustificazione del potere della classe dominante.
Nella resistenza alla proletarizzazione i ceti piccolo borghesi possono essere anche indotti a farsi carico di istanze proletarie, ma lo fanno chiaramente a partire dalla loro base ideologica (per quanto confusa o contraddittoria possa essere) collocata nell’alveo ideologico borghese.
La piccola borghesia è ambigua e ondivaga e questa caratteristica trova le sue manifestazioni più eclatanti nelle fasi critiche di cui essa paga i costi maggiori in campo borghese. In generale l’alleanza della borghesia imperialista con i ceti medi, in quanto rapporto di forza attivato per consolidare la presa sulla società a fronte della rivoluzione proletaria, ha assunto nella storia della fase imperialista le forme istituzionali, politiche e sociali che maggiormente permettevano la sopravvivenza del rapporto sociale capitalista. Esempi di queste forme possono essere considerati sia il fascismo nel primo dopoguerra, che il consociativismo del sistema dei partiti incentrato sulla DC come partito interclassista di massa nel secondo dopoguerra. Nel primo caso è stata posta come base di massa di svolte reazionarie dirette da un qualche gruppo della borghesia imperialista a fronte della possibilità concreta della rivoluzione proletaria, nel secondo come collante dell’egemonia borghese tramite l’allargamento di spazi di riproduzione resi disponibili in forma di rivoluzione passiva [8] nell’ottica della controrivoluzione preventiva con il blocco sociale, rappresentato politicamente in Italia dalla DC, basato sulla tutela alla piccola impresa artigiana, commerciale e agricola.
Sulla spinta alla proletarizzazione che si determina con le crisi si amplia l’osmosi verso il basso. In questa situazione nella piccola borghesia proletarizzata entrata in relazione con la condizione proletaria non tarda a manifestarsi la tensione di integrarne il malessere sulla propria base ideologica (piccolo borghese) agendo su contraddizioni secondarie, in particolare con la linea di porre masse contro masse (sciovinismo, razzismo, ecc.).
Sul piano sovrastrutturale emergono perciò oggi come “nuove” configurazioni il sovranismo e il populismo e le protuberanze razziste e fasciste che sono da considerare anche dal lato del loro essere conseguenza, ma anche presupposto necessario (in campo ideologico), della tendenza alla guerra come spinta principale del capitale monopolista che sempre di più caratterizza questo ultimo scorcio della crisi generale della fase imperialista del capitalismo.

La questione del potere

Considerando la dinamica reazionaria per come storicamente si è evidenziata con la costituzione di regimi fascisti, si è trattato di gruppi di borghesia imperialista in lotta tra di loro che cavalcano linee scioviniste, corporative, nazionaliste e fasciste. Linee presenti fin da subito nella fase imperialista che, con le crisi del capitalismo, si sono originate e hanno trovato una base di massa nella piccola borghesia. Quando qualche gruppo della borghesia imperialista decide di giocarsi la carta della mobilitazione reazionaria lo fa tatticamente contro i gruppi concorrenti, per contenderne il potere e strategicamente contro la classe operaia, per azzerarne l’autonomia e la prospettiva egemonica. Arrivano così ad interpretare e cavalcare le linee reazionarie allo scopo di integrare gran parte dei ceti medi in un blocco sociale da loro diretto e di incanalare il malessere di una parte delle masse per mobilitarle in funzione antiproletaria, mettendo masse contro masse, perseguendo così i loro fini egemonici e imperialisti.
Il dato essenziale è che i ceti della piccola borghesia nella fase imperialista della predominanza del capitale finanziario non possono certamente prendere e mantenere il potere sulla propria base, anche se possono giocare un ruolo di volano fondamentale in dinamiche di riorganizzazione neocorporativa tesa a integrare parte delle masse (anche mettendo masse contro masse) sotto una direzione borghese. Direzione però che non può che essere nelle mani di un qualche gruppo della borghesia imperialista.
Il fatto che nella situazione italiana odierna, con l’instaurazione del governo giallo-verde, questa direzione sia problematica e carica di contraddizioni mostra chiaramente il livello di gravità a cui è giunta la crisi del precedente blocco egemonico della borghesia imperialista di cui è stata parte integrante la borghesia burocratica “di sinistra”: dalle coop, ai sindacati “imprenditori”, passando per le cricche politico-affaristiche.
La ragione per cui la piccola borghesia non può insediarsi stabilmente al potere nelle formazioni imperialiste risiede sul piano strutturale nella proprietà completa dei grandi mezzi di produzione da parte del capitale monopolistico multinazionale e finanziario.
Sul piano della sovrastruttura la cosa si rende evidente nella natura dello Stato borghese della fase imperialista per come questa si è definita successivamente alla Prima Guerra Mondiale (che produsse un grande salto e sviluppò enormemente le macchine statali), alla Rivoluzione d’Ottobre e al nazifascismo. Uno Stato della controrivoluzione in cui allo “Stato di diritto” si è affiancato lo “Stato del libero arbitrio” del potere borghese. Con il fascismo, e più ancora con il nazismo (regime che non aveva nemmeno una Costituzione scritta), il libero arbitrio borghese contro la classe operaia e il proletariato sostituì violentemente lo Stato di diritto. Dopo la vittoria del fronte antifascista e la mancata concretizzazione di una prospettiva rivoluzionaria, si è affermata una forma Stato borghese in cui entrambe le facce convivono. Il libero arbitrio infatti si è mantenuto in quello che è stato definito “Deep State” costituito dalle strutture e istituzioni strategiche che non rispondono alle regole della cosiddetta democrazia e che sono saldamente in mano alla borghesia imperialista in quanto classe.
Uno degli effetti dello sviluppo della forma-stato è la crescita funzionale e quantitativa della borghesia burocratica. Si tratta di una sezione di borghesia che non gode della proprietà diretta di quote del plusvalore complessivamente prodotto, ma che si trova a gestire l’azione dello Stato tesa a garantire la valorizzazione complessiva del capitale.
Questa sezione ha avuto una crescita rilevante nei trent’anni di sviluppo fordistakeynesiano che hanno seguito il secondo conflitto mondiale. Con lo stato sociale e il dirigismo keynesiano è cresciuta anche la sezione di classe borghese che si è trovata a gestirlo (per l’Italia ci sono stime di due milioni di suoi appartenenti, amministratori, dirigenti, burocrati e burocratini e loro familiari).
Lo sviluppo del welfare-state messo in atto in parallelo al modello fordista-keynesiano ha comportato, oltre ad un’espansione del ruolo sociale dello Stato, una crescita notevole della borghesia burocratica, comprese anche le burocrazie sindacali, sia come consistenza che come funzione, dato che ormai più di metà del PIL passa per le sue mani in tutte le formazioni avanzate.
Essa si “organizza” in catene burocratiche in forte osmosi con il sistema politico e con quello economico con cui scambia personale. È una sezione di classe per questo fortemente integrata con la borghesia imperialista di cui costituisce parte essenziale e strategica. Un’integrazione garantita dalle innumerevoli “porte girevoli” che permettono alla fascia dirigente di circolare tra istituzioni statali e sovrastatali, società partecipate, banche e istituzioni finanziarie e grande impresa. Il collante principale è l’oligarchia finanziaria cui anche la fascia più alta borghesia burocratica partecipa.
Lo strato superiore di questa classe, la grande borghesia burocratica, occupa il Deep State e lo mette a disposizione degli interessi del gruppo dominante della borghesia imperialista. Lo scontro attuale in Italia tra esponenti politici del governo sovranista e le direzioni tecniche dei ministeri è un riflesso della contraddizione che intercorre tra piccola e grande borghesia e mostra quanto la grande borghesia burocratica sia garante di ultima istanza dei gruppi imperialisti federati nell’Unione Europea.

Conclusioni

Da quanto fin qui considerato emerge chiaramente che l’unico nemico principale della classe operaia è il grande capitale monopolista e l’oligarchia finanziaria che lo impersona. Solo sotto la sua direzione la mobilitazione reazionaria può realizzare regimi reazionari borghesi.0
E’ su questo rapporto di nemicità che si deve lavorare per ricostruire l’autonomia politica del proletariato. Una classe infatti si riconosce solo lottando contro l’altra e la classe operaia è quella che subisce più radicalmente gli effetti della misure che la borghesia imperialista prende per far fronte alla crisi del suo sistema.
Solo sviluppando il protagonismo politico e sociale del proletariato, sia nelle lotte di difesa che in quella per il potere, è possibile sabotare l’alleanza tra grande e piccola borghesia e sottrarre quote significative di ceti medi alla mobilitazione reazionaria. Diversamente sulla sconfitta dell’autonomia politica del proletariato, l’alleanza tra borghesia imperialista e ceti medi si può consolidare in regimi modellati sulla tendenza alla guerra che contraddistingue la crisi epocale della fase imperialista del capitalismo.
Per questo è particolarmente deleteria l’azione della cosiddetta sinistra che con la sua trasformazione da sinistra di classe a sinistra borghese è arrivata a rischiare l’autodistruzione pur di garantire gli interessi del grande capitale; incarnando fino in fondo l’idea di padron Agnelli di promuovere il governo di sinistra visto come l’unico in grado di far passare una politica di destra.
In Italia, come nella maggior parte delle formazioni avanzate, la borghesia burocratica di sinistra è arrivata a coltivare un’alleanza corporativa con il grande capitale che non ha retto alla prova dell’ultima ondata della crisi generale: una buona parte di masse popolari e anche di classe operaia le ha voltato le spalle. Questo costituisce un nuovo dato da cui partire e va colto come occasione di rilancio dell’opzione della rivoluzione proletaria per una società senza classi.
Una questione fondamentale che riguarda direttamente la ricostruzione dell’autonomia politica della classe operaia è la lotta antifascista. L’antifascismo va svolto come azione contro i mazzieri organizzati dell’ordine borghese costituito contro la classe operaia. Pensiamo a quanto giustamente sostengono i compagni del SI Cobas quando dicono che sanno bene cosa sono i fascisti perché se li trovano contro quando, organizzati da padroni e padroncini, attaccano i picchetti di sciopero degli operai (in perfetta sintonia con la linea espressa a livello governativo con il salviniano Decreto Sicurezza).
L’antifascismo va inteso anche come campo di azione teso a contrastare il potenziale sviluppo di regimi reazionari come sbocco della mobilitazione reazionaria dei ceti medi sotto la direzione dal grande capitale. Si tratta di una lotta per affermare la concezione del mondo del proletariato contro corporativismo, sovranismo, suprematismo, razzismo, vero e proprio terrorismo verso intere sezioni di classe operaia, rappresentate da lavoratori immigrati, che facendo leva sulle differenze etniche mette masse, contro masse con l’obiettivo di indebolire l’intero campo di classe.
Il fascismo va combattuto anche in quanto risvolto ideologico necessario a portare le masse al macello della guerra imperialista, soprattutto in seguito alla crisi cui va incontro la prosopopea della guerra umanitaria, delle missioni di pace ecc. La lotta contro di esso è lotta ideologica e pratica nella prospettiva della rivoluzione proletaria contro la prospettiva della distruzione imperialista che può finire col determinare nuove condizioni per un altro ciclo di sfruttamento capitalistico.

 

Note:

[1]Nella misura in cui milioni di famiglie vivono in condizioni economiche tali che distinguono i loro modi di vita, i loro interessi e la loro cultura da quelli di altre classi e li contrappongono ad esse in modo ostile, esse formano una classe”. Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, pp. 195-196, Opere Complete, vol. XI, Editori Riuniti, Roma, 1972

[2] Marx-Engels, Il Manifesto del partito comunista, p. 110, Nuova Universale Einaudi, 1970

[3] “La decadenza inevitabile delle classi medie borghesi e del cosiddetto ceto contadino nel sistema attuale” e “ la classe operaia si recluta anche tra gli strati più alti della società; in essa va a finire una massa di piccoli industriali e di gente che viveva di piccola rendita, che non ha nulla di più urgente da fare che levare le braccia accanto alle braccia degli operai…” Marx, Lavoro salariato e capitale, p. 30 e p. 70, Editori Riuniti, 1967).

[4] “Eppure questa (la Comune) fu la prima rivoluzione in cui la classe operaia sia stata apertamente riconosciuta come la sola classe capace di iniziativa sociale, persino dalla grande maggioranza della classe media parigina – artigiani, commercianti, negozianti – eccettuati soltanto i ricchi capitalisti. La comune li aveva salvati con un regolamento sagace del problema che è causa eterna di contrasti all’interno stesso della classe media, il conto del dare e avere (Il 18 aprile la Comune pubblicò un decreto di moratoria triennale dei debiti).
Questa stessa parte della classe media, immediatamente dopo aver aiutato a schiacciare l’insurrezione operaia del 1848, era stata sacrificata ai suoi creditori dall’Assemblea Nazionale, senza tante cerimonie. Ma questo non era il solo motivo per cui ora queste classi medie si schieravano attorno alla classe operaia. Esse sentivano che vi era una sola alternativa: o la Comune o l’Impero, sotto qualsiasi nome questo potesse ripresentarsi. L’impero le aveva rovinate economicamente con lo sperpero delle ricchezze pubbliche, con le truffe finanziarie su larga scala che esso aveva favorito, con l’impulso dato all’accelerazione artificiale della concentrazione del capitale e con la concomitante espropriazione di una gran parte del loro ceto. Le aveva soppresse politicamente, le aveva scandalizzate moralmente con le sue orge, aveva offeso il loro volterianismo affidando l’istruzione dei loro figli ai Frères Ignorantins, aveva rivoltato il loro sentimento nazionale di francesi precipitandoli a capofitto in una guerra che per le rovine provocate aveva lasciato un solo compenso: la scomparsa dell’Impero. Di fatto, dopo l’esodo da Parigi di tutta l’alta bohème bonapartista e capitalista, il vero partito dell’ordine della classe media si era presentato nelle sembianze dell’Union Rèpublicaine, schierandosi sotto le bandiere della Comune e difendendola dalle premeditate falsificazioni di Thiers.” Tratto da: Karl Marx, La guerra civile in Francia, pp 119-120, New Compton Editori, 1978.

[5] vedi Karl Marx, Il Capitale, vol. 1 pp. 952-953 Ed. Sole 24 Ore, Milano, 2010

[6] Vedi Aldo Bonomi, Il capitalismo molecolare: la società al lavoro nel Nord Italia, Einaudi, 1997

[7] Vedi Mario Coglitore, Passo doppio, p. 28, Edizioni Unicopli, 2000.

[8] Vedi voce nel glossario di questo numero di Antitesi, p.53

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