Venti di guerra nel mondo

0

Antitesi rivista n. 0
Sezione 3: Imperialismo e guerra
Download

Venti di guerra nel mondo

Nel centesimo anniversario dello scoppio del Primo conflitto mondiale, la tendenza alla guerra a livello internazionale si fa sempre più forte e allargata: lo scontro in Ucraina l’ha riportata nel vecchio continente e l’estendersi dell’incendio bellico a sempre più paesi, i suoi drammatici effetti e le sue potenzialità ancora più gravi, hanno introdotto nella comunicazione massmediatica dominante la nozione di “terza guerra mondiale”. Dopo aver ammesso e capitalizzato a proprio interesse la condizione di crisi del sistema capitalista, oggi le classi dominanti dei paesi imperialisti, tra cui quelle italiane, sono costrette così ad ammettere il fallimento totale e generale di quell’epoca di “prosperità e pace” che avevano promesso all’umanità intera dopo il crollo del muro di Berlino e la fine della guerra fredda con l’Unione Sovietica. L’ultimo colpo a tale falsità reazionaria è venuto proprio dallo scontro tra Usa e Ue da una parte e Russia dall’altra che, ricreando, per l’appunto, un clima da guerra fredda, ha palesato lo spettro di un disastroso conflitto tra potenze imperialiste dotate di arsenali nucleari. Ovviamente, anche in questo caso, la nozione di “guerra mondiale” viene piegata e ridefinita a uso e vantaggio della propaganda bellica del blocco Usa-Ue-Nato, che aggiunge la Russia di Putin ai nemici demonizzati del “civile occidente”, in compagnia di “terroristi” e “stati canaglia” vari.

Viene così giustificata ideologicamente da parte atlantica una contrapposizione che consta di guerra guerreggiata sul terreno in Ucraina e va ad estendersi soprattutto sul piano delle relazioni economiche tra l’asse Washington-Bruxelles e Mosca, con reciproche sanzioni, sabotaggi, boicottaggi, con l’inasprimento della concorrenza sul mercato energetico e, sul piano politico generale, del rafforzarsi della lotta per la ripartizione delle sfere e delle capacità di influenza politica a livello continentale europeo e globale. Ciò passa anche per una sempre più massiccia militarizzazione dei confini dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea rispetto alla Russia, con lo spostamento verso est delle basi Usa e con missioni ad hoc, come quella di pattugliamento dei cieli della Lituania condotta dall’aviazione dell’esercito italiano.

L’imperialismo Usa ha condotto una ristrutturazione del proprio sistema energetico anche e soprattutto alla luce di questo conflitto con la Russia, cercando, attraverso lo sviluppo dell’estrazione e commercializzazione del gas e petrolio di scisto, l’autosufficienza energetica, tramutandosi da paese importatore a paese esportatore e destabilizzando l’economia russa attraverso l’immissione di sempre più ingenti quantità di gas sul mercato, in modo da abbassare il prezzo di quella che costituisce la prima merce delle esportazioni da Mosca.

Gli ultimi passaggi di questo scontro sono, da parte del blocco Usa-Ue-Nato, la messa sotto accusa da parte della Commissione Europea del gigante dell’energia russo Gazprom, per “abuso di posizione dominante” e la promozione dell’ennesima “rivoluzione arancione” in Macedonia, nella quale dovrebbe transitare il Turkish stream, il nuovo progetto di pipeline russa per continuare ad esportare gas in Europa evitando paesi ostili, dopo l’obbligata interruzione del progetto South stream.

A livello globale, si può constatare come l’aprirsi di un fronte di scontro diretto con la Russia, costringe il blocco imperialista Usa-Ue-Nato a rideterminare le sue strategie rispetto a singoli scenari regionali, come dimostra l’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran o l’avvio di relazioni tra Stati Uniti e Cuba. Si tratta da un lato di disarticolare tutta la catena di alleanze e rapporti che la Russia di Putin aveva stretto e rilanciato in questi anni e dall’altro del tentativo tattico di lasciarsi le spalle coperte nelle aree del pianeta maggiormente attraversate da contraddizioni, nel momento in cui si rafforza la contrapposizione con i nemici strategici, cioè si giunge all’inasprimento del conflitto interimperialista. Una linea che l’amministrazione Obama ha perseguito a costo di contraddizioni interne nel campo imperialista – si pensi all’opposizione del regime sionista ad ogni apertura verso Teheran – e sulla quale è stata seguita più o meno fedelmente anche dalle potenze dell’Unione Europea.

Ciò non significa che gli interessi e le mire statunitensi ed europee sullo scacchiere internazionale siano mutate, ma che le strategie di guerra imperialista vanno rimodulate alla fase, concentrandosi nell’attacco ai centri nemici – la Russia è tale in quanto potenza imperialista rivale – e gestendo in maniera diversificata le contraddizioni periferiche. Ciò, all’incontrario di quanto può sembrare e a quanto afferma la propaganda occidentalista sul buon Obama che dove può fa la pace anche con gli “stati canaglia”, significa, ad esempio, lasciare spazio aperto agli alleati regionali, dove la loro azione rientra nei propri schemi strategici, come dimostra l’appoggio statunitense all’intervento militare saudita in Yemen. Da questo punto di vista, non si tratta solo di finta pace in funzione della guerra imperialista, ma di una migliore gestione politica “per procura” di quest’ultima: è evidente, sempre in riferimento allo Yemen, come l’accordo con l’Iran rispetto al nucleare abbia teso a impedire una reazione su scala regionale della Repubblica Islamica difronte all’aggressione in corso nel paese arabo, perché ciò avrebbe costato a Teheran la rottura del tavolo di trattativa anche con gli Usa, che invece puntano a ritagliarsi un ruolo di arbitri nel conflitto tra regimi sunniti e regimi sciiti, se necessario facendoli scornare gli uni contro gli altri.

Modulare così lo sviluppo della guerra imperialista, significa infatti adoperarsi per la disarticolazione delle forze di Resistenza: si veda, oltre a quanto già detto per lo Yemen, come, rispetto al conflitto in Iraq e Siria, vi sia la legittimazione americana alla partecipazione dell’Iran al conflitto contro lo Stato Islamico sul fronte iracheno, mentre sul fronte siriano, gli Usa lavorano per il progressivo isolamento e indebolimento del governo di Assad, alleato di Teheran oltre che di Mosca, che pure sul campo è il principale argine allo Stato Islamico.

Sarebbe però parziale spiegare la ridefinizione del processo di guerra imperialista condotto dal blocco UsaUe-Nato in funzione della contraddizione con la Russia, come frutto di una univoca volontà e priorità strategica. Essa è stata obbligata proprio dalla determinazione con cui la borghesia imperialista russa guidata da Putin ha difeso le sue posizioni in Medio Oriente, con l’opposizione all’aggressione alla Siria, che avrebbe dovuto essere l’epilogo, come nel caso libico, della sollevazione sunnita contro lo sciita Assad, sostenuta, oltre che dagli Usa, da Arabia Saudita, Qatar, Turchia e da tutto lo schieramento imperialista atlantico e della reazione araba. Mosca non solo ha continuato a rifornire l’esercito di Damasco, ma ha persino schierato proprie navi da guerra nei pressi delle coste siriane quando, nell’agosto 2013, dopo un presunto bombardamento con armi chimiche contro sobborghi della capitale attribuito alle forze governative, l’attacco statunitense ed europeo sembrava imminente.

Il segnale politico per gli Usa fu allora chiaro: per la prima volta dalla caduta dell’Urss, una potenza si frapponeva, anche militarmente, ai propri piani di guerra, contribuendo a farli abortire. L’anno successivo, con la vittoria della mobilitazione reazionaria di Euromaidan, arrivava al massimo la tensione sul fronte ucraino e dunque si apriva l’attuale fase di frontale contrapposizione interimperialista.

Se fin qui abbiamo delineato, nei suoi sviluppi essenziali a livello politico, la contraddizione tra il blocco Usa-Ue-Nato da una parte e la Russia dall’altra, assieme ad altri fronti di conflitto (Ucraina, Yemen, Siria, Iraq…) dobbiamo ora inquadrare quanto detto nella situazione generale che ne costituisce causa fondamentale e contesto ampio. Per far ciò è necessario comprendere come l’aggravarsi della tendenza alla guerra – in particolare con il profilarsi dello scontro interimperialista – è il riflesso, nella sfera politicomilitare, dell’aggravarsi della crisi del capitalismo internazionale nella sfera economica, a partire dall’esplodere della bolla dei mutui subprime, a fine 2006 negli Usa, e da quella dei debiti sovrani in Europa, a partire dalla fine del 2009. Due tappe che, oltre a colpire i tradizionali centri del potere imperialista mondiale, segnano la fine delle illusioni sull’utilizzo della leva finanziaria, privata e pubblica, per lenire le contraddizioni della fase di crisi apertasi all’inizio degli anni Settanta, una volta terminato il ciclo di accumulazione capitalistico successivo alla Seconda guerra mondiale.

Nell’ambito della crisi, e a sua volta contribuendone allo sviluppo e aggravamento, si determina la tendenza alla multipolarità sul piano economico, come applicazione della legge dello sviluppo ineguale delle nazioni nel sistema capitalista mondiale, con il sorgere di nuove potenze in ascesa verso un ruolo imperialista, i cosiddetti Brics: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.

È significativo come il 2013, anno in cui, come dicevamo, gli Usa e le potenze dell’Ue si vedono costrette a recedere dall’attacco alla Siria, dopo più di dodici anni di continue aggressioni in nome della guerra al “terrorismo” e agli “stati canaglia, costituisca anche l’anno nel quale il Pil di Africa, Asia e America Latina abbia superato, secondo le statistiche ufficiali, quello di Stati Uniti ed Europa.

La posizione e la reazione attiva della Russia rispetto alla Siria e soprattutto all’Ucraina costituisce dunque il riflesso, sul piano strategico soggettivo politico-militare, di nuovi rapporti di forza sviluppatisi sul piano economico oggettivo. Sia chiaro che, comunque, non ci troviamo difronte semplicemente alle mosse sempre più antagonistiche di vecchie e nuove potenze imperialiste in lotta per la ripartizione dei mercati e delle aree strategiche del pianeta, man mano che la crisi procede. In particolare, il moto di ribellione delle popolazioni del Donbass al corso filoatlantico e fascista impiantatosi a Kiev dopo il golpe del febbraio 2014, che ha portato alla proclamazione delle Repubbliche Popolari di Doneck e Lugansk, sta rappresentando l’esperienza di mobilitazione di massa più positiva nelle aree ex sovietiche dopo almeno 25 anni, dal biennio nero 19891991, in cui la reazione vi ha spadroneggiato. Le masse popolari sono entrate in campo con tutta la loro forza reagendo alla marea nera montante da Kiev e riuscendo successivamente a resistere alla guerra di aggressione che è stata scatenata nei loro confronti dai fantocci di Usa e Ue.

Nelle prossime pagine, tenteremo di approfondire il ruolo dell’Italia in questi scenari di guerra, focalizzando l’attenzione sui suoi rapporti con la Russia – proprio in relazione alla riflessione che fin qui abbiamo esposto – e rispetto alla Libia, che costituisce tradizionalmente e, a quanto pare, anche attualmente, lo “spazio vitale” dell’imperialismo italiano. Vedremo come la posizione italiana rappresenti il tentativo di trovare una sintesi
tra gli interessi dei propri monopoli – uno per tutti, l’Eni – e tra la sua collocazione strategica nel campo atlantico a guida statunitense.

Il governo Renzi si sta dimostrando capace di incarnare le tendenze più guerrafondaie che possano emergere da tale sintesi: portando avanti, pur con qualche tentennamento, una chiara virata antirussa rispetto ai predecessori e, nei confronti del caso libico, mutando il ruolo italiano da partecipe alle guerre guidate da altri (Usa principalmente) – per avere la propria parte del bottino – a vero e proprio promotore.

A fronte però di questi ulteriori passi in avanti nel ruolo di nemico dei popoli della classe dominante italiana, già esemplificato nell’impressionante numero di installazioni, strutture e basi Usa-Nato sul territorio nazionale – che ne fanno una sorta di portaerei atlantica nel Mediterraneo – e al dislocamento di truppe su ogni fronte di conflitto, dai Balcani all’Afghanistan, il dato veramente grave è l’assenza di un reale movimento contro la guerra imperialista nel nostro paese. Poiché combattere l’imperialismo del proprio paese è il primo dovere internazionalista di ogni comunista.

L’analisi che svolgiamo in queste pagine è volta soprattutto a contribuire ad uno sviluppo pratico in tal senso, anche a partire da quanto già esiste e sa concretizzarsi di positivo nel campo della solidarietà internazionalista, ad esempio rispetto all’appoggio alla lotta del popolo palestinese o di quello del Donbass.

 

Fonti

Note di fase fine 2014 inizio 2015, a cura del Collettivo Tazebao

http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/lo-spartiacque-siriano-nella-tendenza-globale-alla-guerra

http://www.noisaremotutto.org/2015/04/21/sullantimperialismo-note-del-collettivo-experia-di-catania/#more1952

http://www.noisaremotutto.org/2015/01/27/a-la-guerra-a-la-guerra-da-parigi-alla-ricerca-del-nemico

http://argomenti.ilsole24ore.com/russia.html http://www.eastonline.eu/it/opinioni/open-doors/russia-e-sanzioni-l-incerto-pedone-sulla-scacchieraorientale-ucraina http://contropiano.org/articoli/item/28695

 

Share.

Comments are closed.